di
Pierluigi Panza
Giotto, Monet, De Pisis: le passioni dello scrittore trevigiano per gli artisti lo portano, sulle orme di Filippo de Pisis e Arturo Onofri, a maturare una idea di Arte come istinto
Il mondo delle arti figurative – il mondo vibratile e sensibile dell’arte, non i concetti –s’insinuò nell’universo poetico di Giovanni Comisso nell’estate 1913 quando entrò nella torre del Visdomino di Treviso, a due passi dal Duomo, dove viveva Arturo Martini. Il resoconto di quel momento è una delle prose più riuscite della sua attività letteraria: nello stanzone dove Martini ha lo studio c’è una parete con scritta una frase da Così parlò Zarathustra di Nietzsche, al centro una grande statua di Pierrot (che Martini esporrà l’anno dopo al Lido di Venezia), su un tavolo da lavoro l’artista sta portando a termine la stampa di una cheramografia, La pastora… Questa descrizione tornerà in un articolo del 1931 per la prima pagina del Corriere della Sera («I primi passi di Arturo Martini») nel quale lo scrittore spezza gli schemi della prosa d’arte inscenando una pièce de théâtre con dialoghi in dialetto. Marini (di cui ricorda la povertà delle origini) è il primo dei due grandi artisti del cuore, e seguirà con lui una lunga comunanza tra la sua fabbrica, le osterie, le feste da ballo, le pasticcerie e le cave dei marmi del vicentino descritte con metafore mosaiche e confronti con Selinunte.
I primi scritti d’arte
Dopo questa folgorazione, nei primi scritti d’arte – ora ripubblicati da La nave di Teseo, Il bello chiama il bello. Scritti sull’arte e sugli artisti, a cura di Nico Stringa, risalenti al 1919-1920, l’attrazione per la «cultura metafisica» di De Chirico e la frequentazione di scrittori immersi nel clima di Valori Plastici lo portano, sulle orme di Filippo de Pisis e Arturo Onofri, a maturare una idea di Arte come istinto, intuizione ed espressione, lontana dalle posizioni delle avanguardie concettuali. Incomparabile descrittore di ciò che avviene intorno alla vita degli artisti, quasi un Vasari che la pensa come Croce, Comisso matura diffidenza nei confronti della critica ufficiale. L’arte non va spiegata, bensì colta: «È poi mio sistema di avvicinarmi alle opere che non conosco senza alcuna preparazione critica, storica o elencativa», scrive. È contro i teorici dell’arte moderna e contro i «complottanti salotti letterari».
Le descrizioni di arte
Inizialmente pubblica le sue descrizioni d’arte sulle testate trevigiane (da Camicia nera a L’Eco del Piave) poi sulla Gazzetta del Popolo. Per lui critica vuol dire racconto, biografico e topografico. L’arte non vive al di fuori dell’artista e l’artista al di fuori dalla sua esperienza e dal suo campo di azione. Come risulta dall’epistolario, Comisso lascia la piccola Atene Treviso (agli artisti trevigiani dedica numerosi articoli) per visitare il ciclo di affreschi di Assisi e di Padova e da allora il riferimento a Giotto come padre nobile delle forme è costante, così come lo è nell’amico Carlo Carrà. Nel ‘43, in momenti terribili, trova modo di recarsi a Vicenza per osservare gli affreschi della barchessa di Villa Valmarana pubblicando Giandomenico Tiepolo precursore della pittura moderna. Non è altrettanto entusiasta dell’avaro Tiziano (la cui grandezza «sta tutta nel ritratto») e di Canova (ma è colpito dai gessi rovinati dalla guerra).
Le due donne
Lo attraggono due donne: Rosalba Carriera, «una grande malinconica e la sua sognante pittura, esangue, corrisponde alla sua anima», e Peggy Guggenheim, della quale lo intrigano amori e passioni: «Offriva la stravaganza di due leoni in gabbia» e «l’astrattismo del suo motoscafo mi faceva diventare un ribelle, io amo la gondola». Fu attratto dal tardo Impressionismo di Monet (recensisce la mostra alla Galleria Durand-Ruel), di Gauguin (la Museo del Luxembourg) e, sulle orme di quest’ultimo, del «Gauguin italiano», il veneziano Gino Rossi capofila del movimento dei giovani artisti di Ca’ Pesaro. Comisso ritiene che l’Impressionismo abbia una derivazione dalla pittura veneziana. Cézanne e il cubismo, invece, sono indigesti allo «spontaneismo» comissiano.
La Biennale
Frequenta le Biennali di Venezia, le mostre sindacali, le gallerie private e stringe un sodalizio con l’altro artista del cuore: Filippo De Pisis. Comisso, lettore di Proust, segue l’amico a Parigi sempre più vedendo nella sua opera un’alternativa al cerebralismo di de Chirico, che pure apprezza. Quando racconta aneddoti su De Pisis emerge tutta la forza descrittiva di Comisso: «Fece l’acquisto di un vecchio gallo imponente che gli doveva servire di modello. Aveva le zampe con le squame incallite, i bargigli paonazzi, e la cresta simile proprio a quei fiori che si chiamano cresta di gallo… Fatto il manifesto, si affezionò a questo gallo e lo tenne libero per lo studio che non mancava di insozzarlo». Ma un gallo finì pure in padella e, «contrariamente alle abitudini borghesi, invece di mangiare prima il corpo intero e il giorno dopo i rottami, si sarebbe mangiato prima questi».
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5 agosto 2026
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