Le Galápagos evocano tartarughe giganti, iguane marine e acque protette, apparentemente lontane dalle grandi emergenze sanitarie globali. Eppure, sotto la superficie del mare che circonda l’isola di San Cristóbal, i ricercatori hanno individuato una contaminazione molto meno visibile: batteri provenienti dagli scarichi umani e dotati di resistenza a diversi antibiotici. Lo studio, pubblicato il 4 agosto su Nature Communications, nasce dalle preoccupazioni degli abitanti per un sistema fognario sovraccarico, soggetto a guasti e sversamenti. Anche in uno degli ecosistemi più protetti del pianeta, le acque reflue possono diventare una via di trasporto per la resistenza antimicrobica. Un problema che non riguarda soltanto la qualità dell’acqua, ma il delicato equilibrio tra salute umana, animali selvatici e ambiente.
Per studiare un territorio remoto, dove trasportare campioni biologici è complicato e sottoposto a regole rigorose, il gruppo dell’Università della Pennsylvania ha costruito un laboratorio mobile composto da strumenti portatili, alcuni controllabili con uno smartphone. Nell’arco di due anni sono stati analizzati campioni provenienti da 16 siti marini, due raccolte di acqua dolce e due punti del sistema fognario contenenti liquami non trattati. La ricerca di marcatori fecali umani ha rivelato diversi punti critici intorno a Puerto Baquerizo Moreno, soprattutto vicino a tubazioni, stazioni di pompaggio e scarichi di emergenza. Nei siti contaminati, la comunità microbica del mare cambiava profondamente e finiva per assomigliare a quella delle fogne. Comparivano in maggiore abbondanza batteri intestinali come Escherichia, Bacteroides e Clostridium, insieme a generi che comprendono specie potenzialmente patogene.
Il sequenziamento genetico ha identificato 94 geni di resistenza appartenenti a nove classi di antimicrobici. La concentrazione più elevata è stata osservata nei liquami, seguiti dallo scarico di Punta Carola, mentre nei siti più lontani dalle attività umane i geni erano pochi o assenti. Gli studiosi hanno poi coltivato 183 enterobatteri fermentanti il lattosio, in maggioranza Escherichia coli, verificandone la sensibilità a dodici antibiotici. Il 38,2% degli isolati raccolti in mare vicino agli scarichi e il 41,7% di quelli provenienti dalle fogne risultava resistente ad almeno tre classi di farmaci. In totale sono emersi 64 batteri multiresistenti, distribuiti in ben 50 differenti profili di resistenza. Quasi la metà degli isolati resisteva alla streptomicina, il 40,4% all’ampicillina e tre ceppi anche al meropenem, un carbapeneme utilizzato contro infezioni particolarmente difficili.

La parte più inquietante riguarda i plasmidi, piccoli anelli di DNA che i batteri possono scambiarsi come pacchetti di istruzioni. Nei ceppi di E. coli analizzati, molti geni contro tetracicline, sulfamidici, macrolidi e aminoglicosidi si trovavano proprio su questi elementi mobili. Il loro contenuto appariva capace di ricombinarsi, dividersi e riunirsi rapidamente, producendo nuove combinazioni di resistenza. Sono state riconosciute anche linee batteriche diffuse a livello internazionale e associate a infezioni extraintestinali. Il mare contaminato non sarebbe quindi soltanto il punto di arrivo dei batteri resistenti, ma potrebbe diventare un ambiente nel quale i loro geni continuano a riorganizzarsi e circolare. Lo studio non dimostra che siano già avvenute infezioni tra bagnanti o animali, né permette di quantificare direttamente il rischio individuale. Indica però una minaccia ambientale concreta e la necessità di modernizzare gli impianti, controllare stabilmente gli scarichi e sorvegliare insieme persone, fauna ed ecosistemi secondo l’approccio “One Health”.
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Lal A., Riopelle J.C., Villarin K. et al., “Human wastewater contamination drives the emergence of multidrug-resistant bacteria in the Galápagos marine ecosystem”, Nature Communications, vol. 17, articolo 7601, 4 agosto 2026. DOI: 10.1038/s41467-026-74899-9.

