di
Alessandra Muglia
Un volontario: «Ho visto ragazze prostituirsi». La partita in spiaggia sognando Yamal
L’onda anomala che giovedì scorso ha riversato a Ceuta decine di migliaia di migranti in poche ore si è ritirata il giorno dopo lasciandone sulla spiaggia alcune migliaia. Ma questa «risacca» umana non è bastata a far tornare in modalità vacanza la città spagnola in terra africana affacciata sul Mediterraneo. Troppi ancora i giovani e i bambini soli che sopravvivono nascosti nei boschi e nei capannoni industriali abbandonati, tra macerie, immondizia e olezzo di urina. Tra i mille rischi a cui sono esposti questi minori, anche lo sfruttamento sessuale. Un volontario che distribuisce cibo ha raccontato ieri al Mundo di aver visto «ragazze molto giovani truccate, che si prostituivano nel quartiere El Príncipe pur di potersi garantire un tetto… Ho detto loro che le avrei portate in Marocco, ma non vogliono andarsene».
Hanno bisogno di «cibo, acqua e vestiti, soprattutto scarpe, che scarseggiano», racconta Halima Ahmed, educatrice sociale e portavoce della ong Luna Blanca.
Ieri mentre il sindaco di Ceuta, il popolare Juan Jesús Vivas, dichiarava preoccupato che c’erano ancora 6mila migranti che «vagavano qui senza che i loro bisogni venissero soddisfatti» (meno della metà, 2500, per Madrid) e chiedeva «soccorso, aiuto, supporto e solidarietà» al resto della Spagna, la Guardia Civil prendeva in mano la situazione per spingerne il più possibile oltre confine: troppo pochi i cento rinviati in Marocco martedì dalla polizia e dagli operatori della fondazione Samu. Le autorità parlano di trasferimenti «volontari» — i rimpatri forzati sono previsti solo dopo il rifiuto della richiesta d’asilo — ma si consumano tra suppliche e lacrime di chi implora di non voler tornare indietro, come il 12enne ripreso dalle telecamere l’altro giorno.
Scene di giovani marocchini e subsahariani che scappano e di agenti che li inseguono sulla spiaggia si ripetevano anche ieri, con le telecamere di sorveglianza e delle tv di mezzo mondo a riprenderli. Le stesse che hanno immortalato giovedì scorso gli arrivi in massa alla diga frangiflutti del Tarajal e alla vicina spiaggia di Trampolín: l’immagine di un giovane arrivato a nuoto con addosso la maglia del Boca che salutava in camera è diventata emblematica dell’esodo che ha trasformato una tranquilla località di mare nel palcoscenico di una crisi umanitaria e geopolitica senza precedenti.
Tanti di loro indossavano la maglia del fuoriclasse Lamine Yamal, l’attaccante spagnolo nato da padre marocchino emigrato clandestinamente in Spagna e poi regolarizzato: un modello d’ispirazione per molti. A sfruttare le loro speranze un tam tam social che li ha spronati a partire.
Il flusso è iniziato in sordina all’alba di domenica 27 luglio. Di giorno le spiagge ospitavano i bagnanti, ma alle prime luci dell’alba si erano riempite di poche decine di naufraghi, in gran parte marocchini, stremati da ore di nuoto. Poi giovedì una folla oceanica ha iniziato a percorrere a piedi il confine marocchino senza trovare ostacoli e ha poi aggirato in mare la frontiera spagnola. Chi non sapeva nuotare si arrampicava sulle rocce; i testimoni raccontano scene d’orrore, calca e persone aggrappate l’una all’altra che affondavano per il troppo peso. La polizia spagnola, sopraffatta da questo fiume umano, assisteva e contava sconcertata: 20mila, 40mila, 50 mila, fino a superare i 70mila nell’ultima stima. Quasi quanto l’intera popolazione.
Il sindaco ha invocato lo stato di emergenza, ma Madrid ha inizialmente minimizzato. A fine giornata, le acque restituivano i primi corpi senza vita, saliranno a 77 in pochi giorni. Intanto, la città si blindava per lo choc: negozi serrati, niente pane, niente acqua con i residenti sospesi tra paura e solidarietà. Il primo giorno è passato senza cibo e senza acqua, le prime distribuzioni della Croce Rossa sarebbero arrivate 4 giorni dopo.

Venerdì la scena surreale: mentre gli arrivi continuavano, la maggior parte dei migranti, stremati dalla fame e dalla sete, si mettono in coda sul lungomare per tornare. Tra chi è rimasto, le telecamere di sicurezza hanno immortalato una delle immagini più struggenti della crisi: i ragazzi trovano un pallone sgonfio e cominciano a giocare sulla battigia. Sopravvissuti a un viaggio lugubre, nell’incertezza sul futuro, esultano per un dribbling.
5 agosto 2026 ( modifica il 5 agosto 2026 | 23:14)
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