di
Guido Olimpio
Gli Stati Uniti avrebbero bruciato l’80 per cento degli intercettori antimissile Patriot e Thaad
Donald Trump era stato avvisato dai suoi generali prima ancora che desse luce verde per Epic Fury. Una campagna prolungata – era stato il messaggio forte e chiaro – metteva a rischio le scorte di armi. E così è stato: mancano i missili a lungo raggio e gli intercettori. La diffusione in serie di queste notizie, quasi sempre da fonti anonime statunitensi, racchiude un segnale evidente sulla necessità di trovare un’alternativa all’opzione bellica. E a trasmetterlo sono i militari.
I report
Alla vigilia dell’offensiva contro l’Iran il Pentagono aveva lasciato trapelare sui media le sue preoccupazioni su tre punti: usura dell’arsenale, rischio perdite, pericolo per le basi nel Golfo. Analisi confermate progressivamente dai fatti, poi rilanciate da una serie di report. Gli Usa, infatti, hanno dato fondo ai sistemi a lungo raggio, come gli Atacms e i PSM lanciabili dai mezzi Himars: razzi guidati, ritenuti molto precisi, impiegati da postazioni nella regione su obiettivi dall’altro lato del Golfo (raggio d’azione di alcune centinaia di chilometri).
Ampio il tiro dei cruise Tomahawks (lanciabili dalle navi e dai sottomarini), con quasi un migliaio di ordigni sparati su tremila a disposizione. Gli Usa li hanno alternati alle JDAM, bombe «semplici» modificate con kit che le rendono più accurate e ne allungano la «portata». Costano «solo» 80 mila dollari, meno dei 3.5 milioni del Tomahawk. Il punto è che per colmare i vuoti serve del tempo, come è necessario per un altro «settore» critico, quello legato allo scudo antiaereo.
Lo scudo
Nuove stime sostengono che gli Stati Uniti avrebbero bruciato l’80 per cento degli intercettori antimissile Patriot e Thaad. Le batterie sono state costrette ad ingaggiare quotidianamente i vettori di vario tipo impiegati dai pasdaran su target sparpagliati dalla Giordania fino al Qatar.
Bombardamenti missilistici accompagnati da incursioni di droni kamikaze Shahed e velivoli civetta. L’ombrello, nonostante il dispendio di risorse, è stato spesso perforato con danni ad aerei, caserme, hangar e radar. Nel corso del tempo i guardiani hanno sviluppato nuove tattiche e si sono affidati a missili più manovrabili. Inoltre, hanno cercato di accecare la rete di «avvistamento» riuscendo, in qualche caso, a colpire equipaggiamenti preziosi e non rimpiazzabili in tempi brevi: è il caso delle «stazioni» per i Thaad.
Pochi giorni fa, un alto ufficiale statunitense aveva sottolineato come la Navy avesse bisogno di schierare altre unità dotate di antimissile per accrescere le difese. Una situazione difficile che costringeva il comando a decidere quali dovessero essere le priorità: la tutela dello scacchiere europeo o la protezione degli alleati mediorientali, a partire da Israele? Probabilmente una forzatura determinata dalla volontà di rendere chiaro il problema. Un richiamo legato anche al quadro regionale.
I timori
Le petro-monarchie sunnite – dall’Arabia al Qatar – hanno esercitato pressioni sulla Casa Bianca per una soluzione diplomatica. E tra le mille ragioni c’era anche la mancanza di munizioni anti-aeree. Tanto è vero che gli emiri si sono affrettati da concludere accordi con Kiev per la fornitura di droni anti-drone. La strategia orizzontale di Teheran ha costretto gli Stati Uniti e i suoi partner ad estendere le linee logistiche, a mobilitare dispositivi su un orizzonte vastissimo, a «sparare» molto.
E non sempre con risultati efficaci. L’intelligence iraniana si è rivelata abile nell’individuare dei bersagli: ha potuto contare sull’aiuto satellitare russo-cinese, ha sfruttato il suo network di spie, ha persino tracciato la presenza di soldati in hotel seguendo le forniture di cibo.
L’Ucraina
Il dossier Golfo va ad incastrarsi in quello ucraino proprio a causa del munizionamento. Mosca martella incessantemente le città nemiche con centinaia tra missili e droni, ondate pesanti che Kiev stenta a contenere in quanto non ha abbastanza mezzi per parare la minaccia. Il presidente Zelensky ha chiesto a Washington altri Patriot ma le risposte, dopo qualche vaga promessa, non sono state incoraggianti.
E adesso si guarda con preoccupazione alle mosse della Nord Corea, intervenuta al fianco della Russia con una solidarietà concreta. Prima con spedizioni di proiettili per artiglieria e razzi, poi con il dispiegamento di alcune migliaia di uomini delle forze speciali, ora con l’invio di un reparto dotato di 120 missili balistici e sei lanciatori. Una componente che, secondo l’intelligence ucraina citata dalla Reuters, deve essere perfezionata con nuovi accordi.
Negli ultimi due anni i russi hanno dimostrato di poter mantener alta la produzione di vettori di vario tipo: tra i 600 e i 700 ogni anno (valutazione dell’esperto Fabian Hoffman). Dunque, il supporto di Kim assume un valore più politico che bellico, un impegno per sottolineare il patto di ferro con il Cremlino ma anche una via per ottenere benefici economici.
5 agosto 2026 ( modifica il 5 agosto 2026 | 12:52)
© RIPRODUZIONE RISERVATA