Non si tratta dell’infiammazione acuta, quella che provoca febbre, dolore o arrossamento e che rappresenta una fondamentale risposta di difesa del sistema immunitario. Il vero problema è l’infiammazione cronica di basso grado, una sorta di “brace” biologica che continua ad alimentarsi nel tempo danneggiando lentamente tessuti e organi.

Le evidenze scientifiche oggi collegano questo stato infiammatorio a malattie cardiovascolari, diabete, obesità, tumori, artrite, malattie autoimmuni, Alzheimer e altre forme di demenza. È il fenomeno che gli studiosi definiscono inflammaging, ovvero l’invecchiamento accelerato dall’attivazione cronica del sistema immunitario.

Le cause sono molteplici. L’età rappresenta certamente un fattore importante, ma incidono anche alimentazione ricca di cibi ultraprocessati, obesità addominale, sedentarietà, fumo, stress cronico, alterazioni del microbiota intestinale e disturbi del sonno. Tutti elementi che mantengono costantemente acceso il sistema immunitario, favorendo la comparsa di patologie croniche.

La vera novità è però un’altra: la medicina non punta più soltanto a curare le conseguenze dell’infiammazione, ma cerca di identificarla precocemente per impedirne gli effetti.

Anche in Italia questa visione sta trovando crescente attenzione. Università, IRCCS e società scientifiche stanno studiando il ruolo dell’infiammazione come elemento trasversale nelle malattie croniche e nella medicina personalizzata. Le opportunità offerte dal Fascicolo Sanitario Elettronico, dalle biobanche e dall’intelligenza artificiale potrebbero consentire di integrare milioni di dati clinici per costruire modelli predittivi sempre più accurati.

Uno degli obiettivi più interessanti riguarda la realizzazione di un panel di biomarcatori dell’infiammazione. Oggi i medici utilizzano già indicatori come la Proteina C Reattiva (PCR), la VES, la procalcitonina in specifici contesti clinici e numerosi marcatori immunologici impiegati nelle malattie reumatologiche e oncologiche. Ma il futuro sarà probabilmente molto più sofisticato.

L’idea è quella di combinare decine di biomarcatori – citochine infiammatorie come IL-6 e TNF-α, chemochine, proteine del complemento, marcatori metabolici, indicatori di immunosenescenza e altri parametri molecolari – per costruire un vero e proprio profilo infiammatorio individuale.

Perché è importante? Perché due pazienti con la stessa diagnosi possono avere meccanismi biologici completamente diversi. Conoscere quali vie infiammatorie sono realmente attive consentirebbe di scegliere il trattamento più efficace, evitando farmaci inutili, riducendo gli effetti indesiderati e migliorando l’appropriatezza terapeutica.

È la medicina di precisione applicata al sistema immunitario. Le terapie biologiche e gli anticorpi monoclonali stanno già seguendo questa filosofia in reumatologia, gastroenterologia, dermatologia e oncologia. Domani potrebbero essere guidati da pannelli di biomarcatori sempre più accurati, rendendo possibile una medicina realmente personalizzata.

Ma le ricadute potrebbero essere ancora più ampie. Se uno stato infiammatorio cronico fosse individuato prima della comparsa della malattia, diventerebbe possibile intervenire con programmi personalizzati di prevenzione: alimentazione, attività fisica, controllo del peso, qualità del sonno, gestione dello stress e, quando necessario, farmaci mirati. La prevenzione non sarebbe più uguale per tutti, ma costruita sul rischio biologico individuale.

Per il Servizio sanitario nazionale questo potrebbe rappresentare un cambio di paradigma. Curare meno complicanze, prevenire più malattie, utilizzare meglio le risorse e offrire terapie realmente personalizzate significa migliorare gli esiti clinici e, nel lungo periodo, aumentare anche la sostenibilità del sistema.

Naturalmente serviranno ancora studi clinici prospettici, validazioni internazionali e valutazioni di costo‑efficacia prima che un panel esteso di biomarcatori entri nella pratica quotidiana. Tuttavia la direzione appare ormai chiara.

L’infiammazione non è più soltanto un sintomo da controllare. Sta diventando una chiave di lettura dell’intera medicina moderna. E l’Italia, grazie alle proprie competenze nella ricerca biomedica, alla rete degli IRCCS, al Fascicolo Sanitario Elettronico e agli investimenti in medicina di precisione previsti anche dal PNRR, ha tutte le carte in regola per contribuire a questa trasformazione. La prossima rivoluzione della sanità potrebbe non partire da un nuovo farmaco, ma dalla capacità di misurare e interpretare il linguaggio nascosto dell’infiammazione prima che la malattia si manifesti.

Fonti principali

The New York Times Magazine, “The New Science of Inflammation”, 29 luglio 2026.

Furman D. et al., “Chronic inflammation in the etiology of disease across the life span”, Nature Medicine, 2019.

Franceschi C., Campisi J., “Inflammaging”, Journals of Gerontology e successive pubblicazioni sul tema.

Ridker P.M. et al., CANTOS Trial, New England Journal of Medicine, 2017, che ha dimostrato come la modulazione dell’infiammazione possa ridurre gli eventi cardiovascolari indipendentemente dalla riduzione del colesterolo.

European Alliance of Associations for Rheumatology (EULAR), raccomandazioni sull’uso dei biomarcatori nelle malattie infiammatorie.

Ministero della SalutePiano Nazionale della Cronicità, Piano Nazionale della Prevenzione 2020-2025 (in fase di aggiornamento) e iniziative su medicina di precisione e Fascicolo Sanitario Elettronico.

Istituto Superiore di Sanità e rete degli IRCCS italiani, programmi di ricerca su immunologia, medicina personalizzata e biomarcatori.