di
Matteo Cruccu
Per permettere a chi lo ha amato di ricordarlo e di salutarlo, verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre
È morto questa mattina a Pàvana (Pistoia) Francesco Guccini. Il cantatuore di «Dio è morto» e «La Locomotiva» aveva 86 anni. A dare l’annuncio è stata la famiglia che, con la moglie Raffaella e la figlia Teresa, era insieme a lui negli ultimi istanti della sua vita.
Con una nota, la famiglia ha sottolineato anche che «nel rispetto delle sue volontà, le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni e in forma strettamente privata». Per permettere però a chi lo amava di ricordarlo un’ultima volta, verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre. «Nel chiedere che questo momento di dolore possa essere vissuto nella più stretta intimità – conclude la famiglia -, ringrazia tutti coloro che si uniranno al suo lutto con affetto, discrezione e rispetto».
Nato nel 1940 a Modena, Guccini è diventato tra i più rappresentativi e popolari cantautori italiani. Con il debutto nel 1967, è iniziata una carriera lunga oltre venti album di canzoni. Fu lui a scrivere «Dio è morto» e «La locomotiva». Di quest’ultimo brano, in un’intervista ad Aldo Cazzullo nel 2024, disse: «L’ho scritta in venti minuti. Eppure è lunghissima, tredici strofe. Ma ogni volta che ne finivo una, mi venivano in mente le rime di quella successiva. All’ultima ero stremato. Una canzone nata fortunata».
Nato all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, precisamente quattro giorni dopo l’entrata dell’Italia in guerra, tracorrerà gli anni seguenti a Pàvana, sull’Appennino Pistoiese, in quanto il padre Ferruccio era stato chiamato alle armi. Essendosi però schierato contro il nazifascismo, dopo l’8 settembre 1943 venne catturato e deportato nei campi di Leopoli prima e di Amburgo.
Nel 1960, a vent’anni, si trasferirà poi a Bologna, città che sceglierà come centro della sua ispirazione. Qui nascono infatti dischi fondamentali della storia della musica italiana: Radici (1972), Stagioni (1974), Via Paolo Fabbri 43 (1976) e Fra la Via Emilia e il West (1984).
Per assistere a un concerto di Francesco Guccini accorrevano ogni volta in migliaia, uno spettacolo dove non esisteva alcun effetto scenico, dove l’unica cosa che contava era il rapporto che si stabiliva fra pubblico e l’interprete, accompagnato solo dalla sua chitarra e magari da un fiasco di vino rosso o Lambrusco («ma è un falso», ha detto l’interessato in anni recenti).
L’impegno politico di Guccini consisteva, a suo dire, nel suo modo di raccontare storie particolari elevandole a significati generali, per non dire universali. «Non sono mai stato comunista. Tutti credono che lo sia; ma non è vero. Lo stalinismo non poteva piacere a uno come me: libertario, azionista. Semmai, lo dico con grande ritegno, mi sentivo anarcoide. Avvertivo il fascino dell’anarchia, dal punto di vista romantico più che reale», ha detto nel 2020 in un’altra lunga intervista concessa ad Aldo Cazzullo.
6 agosto 2026 ( modifica il 6 agosto 2026 | 11:52)
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