Si potrebbe vedere Disclosure Day come l’interpretazione autentica del cinema fantascientifico di Spielberg – o meglio – del cinema alieno di Spielberg – o, meglio ancora – del filone alieno buono e sapiente del cinema di Spielberg. Il regista torna, cioè, sul luogo degli incontri ravvicinati, ricapitola e compenetra Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, E.T. e Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo e fa una specie di punto autocelebrativo. Il film sprizza Steven Spielberg ovunque, un Maestro che dice con fermezza, ironia, consapevolezza (e amarezza): io sono (anche) questa cosa qui. Lo fa a tutti i livelli.
Registicamente ci sono sequenze e piani sequenza elegantissimi quanto efficaci, con la suspense spesso virtuos(istic)amente inquinata da alleggerimenti ironici (la “macchinosa” distruzione del telefono), ci sono tic visivi vintage come i lens flare bluastri, ci sono ripetizioni insistite e intenzionali di altri marchi di fabbrica che rimandano al suo cinema e a tutto il cinema che ha influenzato (gli inseguimenti con veloci-ma-non-troppo macchinoni neri che ignorano le reciproche distanze di sicurezza e si fermano a raggiera con grande stridio di pneumatici). Ci sono gli attori diretti magnificamente e settati su un registro tra il serio e il faceto (Emily Blunt è straordinaria e solo Colin Firth ha qualche passaggio a vuoto). C’è una storia/soggetto (dello stesso Spielberg) spielberghiana e autoreferenziale fino al midollo e una sceneggiatura che è una dichiarazione di intenti nostalgici, metacinematografici (il set-casa nel set) e a tratti ingenui, fin dal nome dello sceneggiatore, quel David Koepp, spielberghiano pure lui, che ha plasmato la Hollywood degli ultimi 30+ anni (La morte ti fa bella, Jurassic Park, Carlito’s Way, Mission: Impossible, Omicidio in diretta, Spider-Man solo per citarne alcuni).

Ma c’è, soprattutto, un film che ci chiede di credergli. Dopo una prima parte tutta giocata sulla costruzione della suspense, con un piccolo manufatto alieno che inizialmente sa un po’ di MacGuffin, Disclosure Day discloses progressivamente la sua natura di film sui film sugli alieni, accumulando così tanti topoi, cinematografici e non (dai cerchi nel grano all’incidente di Roswell), da varcare le colonne d’Ercole del sospetto per entrare nel territorio, anche rischioso, del messaggio/interrogativo esplicito: do you (want to) believe? Credere negli alieni, certo, credere in tutte le storie(lle) che si raccontano da sempre sugli alieni, anche, ma credere soprattutto nel potere immaginifico del Cinema, capace di farci credere in tutto questo e anche di più. Credere nel Cinema di Spielberg, che ci aveva già mostrato alieni pacifici e accoglienti in Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, addirittura messianici in E.T. (l’extraterrestre è sceso dal cielo, fa miracoli, viene catturato per morire e risorgere e nel finale viene assunto al cielo) e infradimensionali, infinitamente sapienti in Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo.
Cinema (quasi) salvifico, verrebbe da dire, con un finale sospeso insieme di speranza e solo ipotetica (falsa?) speranza: il mondo è sull’orlo della terza guerra mondiale e l’unica cosa che potrebbe (forse) sventarla è il misterioso messaggio di questo anziano, malato, saggio alieno/Cinema che ci chiede solo di ascoltarlo, qualunque cosa avrà da rivelarci.