Per molti anni i lisosomi sono stati considerati poco più che il “cassonetto” della cellula, piccoli compartimenti incaricati di distruggere ciò che non serviva più. Oggi questa definizione appartiene ormai alla storia della biologia. Le ricerche condotte dal professor Andrea Ballabio, fondatore e direttore scientifico del TIGEM di Pozzuoli, hanno dimostrato che questi minuscoli organelli sono in realtà uno dei principali centri di comando della vita cellulare. Non si limitano a smaltire i rifiuti biologici, ma controllano il metabolismo, regolano la produzione di energia, coordinano il riciclo dei materiali, dialogano con il nucleo e decidono come la cellula deve reagire quando è sottoposta a stress, infezioni o carenza di nutrienti.

Ogni cellula del nostro organismo contiene decine, talvolta centinaia, di lisosomi. Al loro interno lavorano oltre sessanta enzimi altamente specializzati che degradano proteine, grassi, zuccheri, acidi nucleici, batteri e organelli ormai danneggiati. Nulla viene sprecato. I componenti recuperati vengono trasformati in nuove molecole che la cellula riutilizza immediatamente per costruire altre strutture o produrre energia. È probabilmente il sistema di economia circolare più efficiente esistente in natura.

Se immaginiamo una cellula come una grande città, i lisosomi svolgono contemporaneamente il ruolo del servizio di raccolta dei rifiuti, dell’impianto di riciclo, del centro logistico e del magazzino delle materie prime. Quando questo sistema rallenta o si blocca, i materiali tossici si accumulano, aumenta lo stress ossidativo, si altera il metabolismo e la cellula perde progressivamente efficienza fino a invecchiare precocemente.

La grande intuizione del gruppo di Ballabio è stata dimostrare che il lisosoma non è un organello passivo ma un sofisticato sensore metabolico capace di comunicare continuamente con il nucleo della cellula. Al centro di questo dialogo c’è TFEB, una proteina identificata proprio nei laboratori del TIGEM che funziona come un vero interruttore genetico. Quando la cellula è sottoposta a uno stress, TFEB entra nel nucleo e attiva centinaia di geni che aumentano la produzione di lisosomi e potenziano l’autofagia, cioè il sistema con cui la cellula elimina e ricicla le proprie componenti danneggiate.

L’autofagia rappresenta uno dei più importanti meccanismi naturali di difesa dell’organismo. Mitocondri non più efficienti, proteine mal ripiegate, aggregati tossici, membrane usurate e perfino alcuni microrganismi vengono racchiusi in particolari vescicole che si fondono con i lisosomi, dove tutto viene demolito e trasformato in nuovi elementi utilizzabili. Grazie a questo processo le cellule riescono a mantenersi funzionali per molti anni e a limitare l’accumulo di sostanze che favoriscono l’invecchiamento e la comparsa di numerose malattie.

Le conseguenze di un malfunzionamento del sistema lisosoma-autofagia sono oggi sempre più evidenti. È noto da tempo che alterazioni dei lisosomi causano oltre settanta malattie genetiche rare, le cosiddette malattie da accumulo lisosomiale, ma le ricerche degli ultimi anni hanno esteso enormemente questo scenario. Sempre più studi dimostrano che un’alterata capacità di riciclo cellulare contribuisce anche allo sviluppo di patologie molto frequenti nella popolazione.

Le prospettive più interessanti riguardano soprattutto le malattie neurodegenerative. Nell’Alzheimer, nel morbo di Parkinson, nella malattia di Huntington, nella sclerosi laterale amiotrofica e in diverse forme di demenza le cellule nervose accumulano proteine anomale che non riescono più a eliminare. Riattivare il sistema lisosoma-autofagia potrebbe favorire la rimozione di questi aggregati tossici, rallentando la progressione della malattia. I risultati ottenuti finora sono molto promettenti nei modelli sperimentali, anche se saranno necessari ulteriori studi clinici prima che queste strategie possano diventare terapie di uso corrente.

Un altro settore in rapida evoluzione riguarda le malattie metaboliche. La steatosi epatica, il diabete di tipo 2, l’obesità e la sindrome metabolica sembrano essere strettamente collegati a un progressivo deterioramento dei sistemi di riciclo cellulare. Migliorare l’efficienza dei lisosomi potrebbe aiutare il fegato a smaltire l’eccesso di grassi, migliorare la sensibilità all’insulina e ridurre l’infiammazione cronica che accompagna queste patologie.

Anche nel campo delle malattie cardiovascolari stanno emergendo dati importanti. L’aterosclerosi, responsabile di infarto e ictus, è favorita dall’accumulo di materiale infiammatorio all’interno delle pareti arteriose. Una migliore attività lisosomiale potrebbe contribuire a limitare questo processo e a rendere più stabile la placca aterosclerotica, riducendo il rischio di eventi cardiovascolari.

Grande attenzione viene riservata anche ai tumori. In questo caso il rapporto tra lisosomi e cancro è molto complesso perché alcuni tumori sfruttano proprio i meccanismi di autofagia per sopravvivere. Per questo motivo i ricercatori stanno studiando approcci differenti, capaci di aumentare o bloccare selettivamente questi processi a seconda del tipo di neoplasia e della fase della malattia.

Negli ultimi lavori scientifici il gruppo del TIGEM ha chiarito ulteriormente il dialogo tra TFEB e mTOR, uno dei principali regolatori del metabolismo cellulare. Attraverso questo circuito la cellula comprende se dispone di energia sufficiente oppure se deve entrare in una modalità di risparmio, aumentando il riciclo dei propri componenti. Studi molto recenti hanno inoltre dimostrato che TFEB coordina direttamente anche la formazione degli autofagosomi e il riciclo selettivo dei ribosomi, ampliando ulteriormente il ruolo dei lisosomi nella risposta agli stress cellulari.

Queste conoscenze stanno aprendo una nuova stagione della medicina molecolare. Numerosi gruppi di ricerca internazionali stanno sviluppando molecole capaci di attivare TFEB o di modulare il sistema lisosoma-autofagia con l’obiettivo di rallentare la progressione delle malattie neurodegenerative, migliorare il controllo delle patologie metaboliche, trattare alcune malattie rare e, in prospettiva, intervenire sui meccanismi biologici dell’invecchiamento. È importante sottolineare che gran parte di queste strategie è ancora in fase sperimentale e richiederà studi clinici approfonditi prima di entrare nella pratica medica.

Nell’attesa delle future terapie, la ricerca conferma che alcuni comportamenti quotidiani sono già in grado di sostenere il corretto funzionamento dei lisosomi. L’attività fisica regolare, la dieta mediterranea ricca di vegetali, il mantenimento di un peso adeguato, un buon controllo della glicemia, il sonno regolare e l’assenza di eccessi calorici favoriscono infatti i fisiologici processi di autofagia e riciclo cellulare.

La storia dei lisosomi dimostra come una scoperta di biologia di base possa trasformarsi in una delle più promettenti frontiere della medicina. Il lavoro di Andrea Ballabio e del TIGEM ha cambiato il modo di interpretare il funzionamento delle cellule e oggi rappresenta uno dei pilastri della ricerca internazionale sulle malattie rare, sulle demenze, sul Parkinson, sulla SLA, sul fegato grasso, sul diabete, sulle malattie cardiovascolari e, più in generale, sui meccanismi che regolano l’invecchiamento. Comprendere come mantenere efficiente questo straordinario sistema di pulizia cellulare potrebbe aprire la strada a terapie capaci non solo di prolungare la vita, ma soprattutto di preservare più a lungo la salute degli organi e la qualità degli anni vissuti.

Bibliografia essenziale

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PubMed – National Library of Medicine. Raccolta delle più recenti pubblicazioni su lisosomi, TFEB, autofagia e malattie neurodegenerative. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov