Per chi convive con una forte allergia alle arachidi, anche una quantità quasi invisibile può bastare a provocare una reazione. Da qui nasce l’interesse per un approccio insolito: trasferire nell’intestino i microrganismi di donatori sani e non allergici. Nel primo trial clinico sull’uomo, condotto al Boston Children’s Hospital e pubblicato su Science Translational Medicine, 15 adulti tra 18 e 40 anni hanno ricevuto 36 capsule contenenti microbiota fecale accuratamente selezionato e trattato. Tutti, prima dell’intervento, reagivano durante un test controllato a non più di 100 milligrammi di proteine dell’arachide. Dopo il trattamento, sei partecipanti hanno raggiunto una soglia di 300 o 600 milligrammi prima di manifestare sintomi. Non significa poter mangiare liberamente arachidi, ma potrebbe rappresentare una protezione maggiore contro contaminazioni o tracce accidentali.

Lo studio era diviso in due parti. Dieci pazienti hanno assunto le capsule senza alcuna preparazione e tre hanno mostrato un aumento della tolleranza. Altri cinque hanno ricevuto per quattro giorni vancomicina, neomicina e metronidazolo, con l’obiettivo di facilitare l’insediamento dei batteri provenienti dal donatore: anche in questo gruppo hanno risposto tre persone. La percentuale apparentemente più alta dopo gli antibiotici, il 60% contro il 30%, non consente però confronti affidabili, perché i gruppi erano minuscoli, non randomizzati e privi di placebo. Il trial, infatti, era di fase 1 e aveva soprattutto lo scopo di valutare sicurezza e tollerabilità. Sono stati registrati cinque eventi avversi lievi o moderati, tra cui stanchezza, diarrea e mal di testa, tutti risolti entro 12-48 ore. In alcuni responder l’aumento della soglia era ancora presente a quattro mesi, mentre alcuni cambiamenti immunologici sono stati osservati fino a un anno.

La parte più interessante riguarda il possibile meccanismo. Analizzando direttamente il microbiota umano, i ricercatori non hanno trovato una firma abbastanza netta da distinguere chi aveva risposto da chi non aveva risposto. Hanno quindi trasferito nei topi campioni raccolti dopo il trattamento. Solo il microbiota proveniente dai responder ha protetto gli animali dall’anafilassi, accompagnandosi a una maggiore colonizzazione da parte di batteri del genere Bacteroides e all’aumento delle cellule T regolatorie RORγt+, che aiutano il sistema immunitario a tollerare sostanze innocue. È emerso anche il ruolo degli acidi biliari: nei responder aumentava il colato nel sangue e, nei modelli animali, eliminare da Bacteroides ovatus un enzima coinvolto nella trasformazione dei sali biliari cancellava sia l’aumento delle cellule regolatorie sia la protezione dall’allergia. Il microbiota, dunque, potrebbe agire non soltanto colonizzando l’intestino, ma anche producendo molecole capaci di rieducare la risposta immunitaria.

I risultati sono promettenti, ma vanno letti con prudenza. Sei risposte su 15 non dimostrano ancora che il trapianto di microbiota sia efficace, né chiariscono quali batteri siano davvero necessari, quanto duri l’effetto o quali pazienti abbiano maggiori probabilità di beneficiarne. Mancano inoltre un gruppo placebo, la randomizzazione e numeri sufficienti per valutare eventi rari o eventuali differenze tra uomini e donne. Il passo successivo sarà verificare il risultato in studi più ampi e controllati. L’obiettivo finale potrebbe non essere somministrare materiale fecale, ma identificare una miscela precisa di microrganismi o metaboliti da trasformare in una terapia standardizzata. La vera promessa dello studio è usare il microbiota come una “farmacia” capace di favorire la tolleranza alimentare, senza confondere un primo segnale con una cura già disponibile.


Rachid R., Martinez-Blanco M., Kuziel G.A. et al. Fecal microbiome transplant in food allergy in humans and mice identifies a role for bile acid metabolites in oral tolerance. Science Translational Medicine, 2026; 18. DOI: 10.1126/scitranslmed.aee3263.

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