di
Ruggiero Corcella

«In un mondo normale una cosa del genere non potrebbe succedere» dice la virologa a proposito del collega dichiarato colpevole di oltraggio al Congresso Usa. «Ma in un mondo in cui esistono le verità alternative, tutto è possibile»

Professoressa Ilaria Capua, si aspettava che la vicenda Fauci potesse arrivare a questo punto?
«In un mondo normale direi di no. Ma in un mondo in cui esistono le “alternative facts”, le verità alternative, tutto è possibile. È un po’ come se in Italia Umberto Veronesi fosse stato accusato di aver esercitato la professione per fini diversi dalla salute pubblica. Fauci è stato uno scienziato straordinario, ma anche una figura che ha avuto un enorme peso nelle politiche della ricerca».

In che senso?
«Per quasi quarant’anni è rimasto alla guida del NIAID, uno degli istituti di ricerca più importanti del National Institutes of Health. Ha attraversato amministrazioni democratiche e repubblicane senza mai perdere la fiducia dei governi. Era stimato da tutti perché rappresentava un punto di riferimento mondiale nello studio delle malattie infettive».



















































Lei lo ha conosciuto personalmente. Che impressione ne ha ricavato?
«L’ho incontrato una decina di anni fa durante un congresso negli Stati Uniti. Mi colpì la sua disciplina. Era una persona molto riservata, quasi austera. Ricordo che durante un cocktail aveva semplicemente un’aranciata mentre gli altri brindavano con vino o champagne. Non beveva alcolici, faceva attività fisica con regolarità, seguiva uno stile di vita molto rigoroso. Era coerente con ciò che raccomandava anche agli altri».

Qual è il contributo scientifico che resterà nella storia?
«È stato uno dei primi a intuire che dietro le misteriose polmoniti da Pneumocystis osservate all’inizio degli anni Ottanta si nascondeva una nuova sindrome, quella che sarebbe poi stata identificata come HIV/AIDS. Ebbe la capacità di guardare oltre il singolo caso clinico e comprendere che ci si trovava di fronte a una nuova malattia. Questa è la qualità che distingue i grandi scienziati».

Durante la pandemia di Covid-19 è diventato una figura estremamente divisiva. Perché?
«Perché quello era il suo mestiere. Quando è emerso il SARS-CoV-2 lui era il direttore dell’istituto americano di riferimento sulle malattie emergenti ed è stato inevitabilmente chiamato a spiegare quello che stava accadendo. A mio avviso, però, è diventato il capro espiatorio di una parte della politica americana. C’era chi voleva minimizzare la pandemia e le sue conseguenze, mentre Fauci continuava a rappresentare quello che, in quel momento, dicevano le evidenze scientifiche. In un clima di fortissima tensione sociale questo lo ha trasformato nel bersaglio ideale».

Le polemiche sulle origini del SARS-CoV-2 hanno inciso sulla sua reputazione?
«Bisogna distinguere con chiarezza i fatti. Fauci ha sostenuto importanti programmi di ricerca internazionali che comprendevano anche esperimenti di genome function, una metodologia utilizzata da molti laboratori nel mondo per comprendere meglio il comportamento dei virus. Questo è un dato di fatto. Ma è completamente diverso sostenere che il SARS-CoV-2 sia stato creato in laboratorio. Le due questioni non vanno sovrapposte».
È anche per questo che ha scelto di appellarsi al Quinto Emendamento?
«In un clima così polarizzato qualunque risposta avrebbe rischiato di essere utilizzata contro di lui. Ogni parola avrebbe potuto alimentare ulteriormente uno scontro che ormai non è più soltanto scientifico, ma profondamente politico».

Se dovesse spiegare a un giovane medico perché Fauci è considerato uno dei grandi scienziati contemporanei, da dove partirebbe?
«Dalla sua capacità di anticipare i problemi. Fauci ha dedicato la vita alle malattie infettive emergenti quando ancora non erano percepite come una priorità globale. Aveva una visione molto chiara del fatto che nuovi virus sarebbero continuati a comparire e che la ricerca dovesse prepararsi in anticipo. È stato questo, più ancora del Covid, il suo grande contributo: aver costruito una cultura della preparazione alle pandemie».

Che lezione lascia questa vicenda?
«Non riguarda soltanto la comunità scientifica. Riguarda tutti noi. Se uno scienziato con una carriera come quella di Fauci può diventare il nemico pubblico numero uno, significa che viviamo un’epoca di profonde contraddizioni. È una riflessione sul rapporto tra scienza, politica e società. La sua figura scientifica, però, resta quella di uno dei maggiori esperti mondiali di malattie infettive, e questo non cambia per effetto delle polemiche».  

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7 agosto 2026 ( modifica il 7 agosto 2026 | 07:47)