di
Beba Marsano

«Edonista
e permaloso, adorava il circo. Con Guttuso ci fu complicità. Marta Marzotto? Il suo alter ego»

Françoise Sagan alle sfilate di moda si addormentava sempre. Rimase sveglia solo a una. Quella parigina di Enrico Coveri del 1980, elettrizzata dalla carica adrenalinica di un colore portato in passerella con spregiudicata allegria dopo lunghe stagioni di collezioni in bianco e nero, come film del Neorealismo. Quelle creazioni a tinte forti, l’esuberante fantasia delle stampe, le cascate di paillettes detonarono come ordigni. E la Francia salutò il giovane stilista di Prato — primo italiano a sfilare ufficialmente a Parigi nel 1977 — come enfant prodige dell’italian style.

Affamato di vita, innamorato dell’effimero, rivoluzionario senza essere ribelle, Coveri (1952-1990) fece della moda un habitat ludico, una stanza dei giochi dove coltivò il mito di una sconfinata giovinezza. «Nulla a che fare con l’età, ma con una dimensione atemporale dello spirito», dice Silvana Coveri, al timone della griffe dalla morte del fratello, a soli 38 anni, fino al 2021 e oggi vestale della memoria.



















































La breve vita di Enrico Coveri è stata una costellazione di intuizioni. Dall’adozione del colore in poi…

«A dipingere gli anni Ottanta a toni sgargianti è stato lui, il primo a sdoganare il colore dal pregiudizio di non avere qualità “intellettuali”. Per Enrico non era un pigmento, ma uno stato d’animo, segnale pulsante di vita, dinamismo, allegria. Tanti oggi, anche indirettamente, si ispirano alla sua eredità. Chi avrebbe mai immaginato le Vuitton colorate? Invece eccole, regine del mercato».

Cos’altro ha anticipato?

«Tutto. Nello stile, capace di cambiare le regole del costume e del gusto, e nella comunicazione. Françoise Sagan (autrice di Bonjour tristesse e icona dell’esistenzialismo, ndr) gli riconosceva l’abilità di “creare qualcosa e contemporaneamente farla conoscere”. Nel 1986 scelse come testimonial della campagna autunno-inverno Stéphanie di Monaco. Qualche stagione fa Gucci ha replicato la stessa operazione con Charlotte Casiraghi».

Enrico Coveri raccontato dalla sorella: «Warhol gli dedicò un’opera facendo a pezzi 20 dollari. Portava sempre con sé la Polaroid. Con Guttuso ci fu complicità»

Coveri ha vestito tutte le celebrità di quegli anni, da Lady Diana a Liz Taylor. La favorita?

«Marta Marzotto, sua musa, alter ego, amica del cuore; donna solare, ironica, in continua evoluzione, eccentrica per vocazione».

Il successo del suo stile?

«Quella joie de vivre che ha fatto di Coveri un’icona di ottimismo. Non spacciò mai la sua moda per prodotto culturale, ma per strumento di puro piacere destinato ad aggiungere un sorriso alla vita».

Ritiene che negli ultimi anni il fashion system lo abbia un po’ dimenticato?

«Oggi non c’è più rispetto della memoria storica, inoltre Enrico è morto a cavallo dell’esplosione di internet e le generazioni più giovani faticano a trovare in rete quella straordinaria raccolta di informazioni che lo riguarda. Noi come famiglia continuiamo a organizzare mostre e a pubblicare libri per tenere vivo il suo lascito, ancora straordinariamente attuale».

I colleghi che stimava di più?

«Amava chi gli somigliava, Elio Fiorucci e Franco Moschino, o chi era il suo esatto contrario, come Gianfranco Ferré, che stimava per il rigore perfetto».

Ci fu qualcuno cui Enrico guardò come maestro?

«No, ma ricordo un caffè prolungato al Ritz di Parigi in compagnia di Pierre Cardin, che gli spiegò quanto fosse importante un modello di business legato ai contratti di licenza, che oggi è pratica diffusa, ma all’epoca non lo era affatto. Cardin lo aveva adottato, ma i grandi stilisti non avevano ancora iniziato. Oggi è uno dei punti di forza della nostra maison».

Confessava di avere un rapporto “vitale e irrinunciabile” con l’arte, fonte inesauribile di suggestioni.

«Il confronto con gli artisti lo stimolava e da “collezionista istintuale”, come si definiva, ne acquistava le opere per sentirle parte integrante del suo quotidiano».

Enrico Coveri raccontato dalla sorella: «Warhol gli dedicò un’opera facendo a pezzi 20 dollari. Portava sempre con sé la Polaroid. Con Guttuso ci fu complicità»

Ebbe frequentazioni straordinarie: Jean-Michel Basquiat, Keith Haring (sue le stampe di una fortunatissima collezione) e soprattutto Andy Warhol.

«Un’intesa, la loro, ad altissimo tasso creativo. Nel 1987 il vate del pop reinterpreta il logo della griffe e quattro anni prima fa a Enrico quel ritratto quadruplo che lo mette sullo stesso piano di Marilyn Monroe e Michael Jackson. Lo ha anche ricordato nei diari, unico italiano insieme a Franco Zeffirelli. E gli ha dedicato un piatto».

«Una sera, a Milano, al ristorante El Toulà, Warhol prese un biglietto da 20 dollari, lo fece a pezzi, li appiccicò su un piatto e lo dedicò a Enrico. In casa, da qualche parte, c’è ancora».

«A una cena a Parigi, poi si incontrarono a New York per lo scatto utilizzato come base per il ritratto, che Enrico voleva “speciale”. Pensò alle paillettes, distintive del suo stile, e ne inviò a Warhol quattro barattoli: azzurre, fucsia, rosse, verdi. Andy, divertito, le frantumò in una polvere che, mescolata al colore, utilizzò negli sfondi: sono i più brillanti di tutti».

Le Figaro scrisse: «Le paillettes stanno a Coveri come le catene a Chanel».

«Per Enrico quei coriandoli di luce dove il mondo si riflette e scivola via erano l’emblema della vita nel suo fluire di emozioni, tra vanità e gioiosa leggerezza».

«Il Ballo del colore per il Carnevale di Venezia 1985 a Palazzo Pisani Moretta sul Canal Grande. Riunì tutto il jet set: Rudolf Nurejev e Pierre Cardin, Isabelle Adjani e Laura Antonelli, Marina e Carlo Ripa di Meana, Carla Fracci e Sandra Milo, che si esibì nella danza dei sette veli fasciata in una tutina color carne. Le cronache mondane ne parlarono a lungo e chi c’era ne parla ancora».

Cosa lo divertiva oltre la festa?

«Fare regali e riceverne».

«La zebra in ceramica a grandezza naturale che gli donai io stessa. Lui adorava il circo e gli animali esotici per l’eleganza della livrea. Gliela feci trovare a casa, la sera. E quando rientrò, al buio, si spaventò a morte. Renato Guttuso, invece, per canzonarne il narcisismo, gli fece un’edicola di carta tappezzata di sue foto; allora Enrico era onnipresente sui giornali».

«A dispetto dei 41 anni di differenza instaurarono un rapporto di complicità, gioco e confidenze profonde, attratti dalle reciproche intelligenze, dalle loro forme di genio così lontane e diverse; uno paladino di lotte civili e politiche, l’altro edonista bambino. Li presentò Marta Marzotto».

Fu lei a ideare il progetto per il decennale della maison.

«Invitò cento artisti italiani d’avanguardia a creare un lavoro ispirato al mondo Coveri. Aderirono tutti: Aldo Mondino, Ugo Nespolo, Mimmo Rotella, Emilio Tadini. Chi scelse il colore, chi la festa, chi il profumo.
Quel Paillettes, tra le fragranze best seller degli ultimi quarant’anni».

Una passione oltre le passerelle?

«La fotografia. Portava sempre con sé una Polaroid che utilizzava come bloc-notes per fissare ricordi di vita familiare e catturare l’attimo fuggente».

«Il pesce: lo mangiava solo quando, invitato, non poteva evitarlo».

«Più che temere le cose negative, credeva moltissimo nei simboli positivi».

«Era permaloso; si dava molto e non era mai pronto a delusioni».

«Era affascinato dai lavori di piccola sartoria che la mamma faceva in casa per arrotondare il bilancio familiare e del tutto disinteressato al mondo di papà, che aveva una fabbrica di biciclette, la Wally, con la quale partecipò al Giro d’Italia».

«Palazzo Coveri (già palazzo Medici Soderini sul lungarno a Firenze, ndr). Lo comprò a pezzi, come un enorme puzzle, lo ristrutturò e arredò con gusto teatrale per mettere in scena se stesso».

7 agosto 2026