Per raccontare come l’essere umano sia arrivato ad avere un cervello tanto grande si è parlato a lungo soprattutto di carne, grassi animali, utensili e cottura. Ma potrebbe mancare un protagonista molto più “dolce”. Una nuova revisione pubblicata su Science, intitolata A central role for dietary sugars in human evolution, propone che le fonti naturali di zuccheri e carboidrati abbiano avuto un ruolo importante nel fornire l’energia necessaria all’espansione del cervello umano. Il punto di partenza è fisiologico: il cervello rappresenta appena circa il 2% del peso corporeo, ma nell’adulto assorbe intorno al 20% dell’energia derivata dal glucosio. Gli autori ricostruiscono milioni di anni di evoluzione mettendo insieme metabolismo, dieta, denti fossili, isotopi e dati genetici. Non si tratta quindi di una nuova scoperta archeologica né di una prova definitiva, ma di un modello interpretativo che prova a colmare un pezzo della storia rimasto spesso in secondo piano.

Il ragionamento comincia molto prima dei fornelli. Gli antenati comuni che condividiamo con gli altri grandi primati consumavano grandi quantità di alimenti vegetali, soprattutto frutti, che fornivano zuccheri facilmente disponibili insieme a fibre, vitamine e minerali. Secondo la ricostruzione, quando il cervello degli ominini iniziò progressivamente ad aumentare di dimensioni, la disponibilità di glucosio avrebbe potuto rappresentare una risorsa energetica preziosa proprio per sostenere un organo estremamente costoso dal punto di vista metabolico. In seguito l’ingresso crescente di carne e grassi nella dieta avrebbe ampliato enormemente le possibilità alimentari, senza però cancellare il bisogno di carboidrati. Il lavoro non propone dunque di sostituire la vecchia teoria della “carne che fece crescere il cervello” con quella dello zucchero: suggerisce piuttosto che l’evoluzione umana sia stata alimentata da una dieta sempre più flessibile e onnivora, nella quale fonti animali e vegetali potrebbero aver svolto ruoli complementari.

Un’altra svolta sarebbe arrivata con la capacità di sfruttare gli amidi presenti in tuberi, semi e cereali. La cottura rende infatti molti amidi assai più facilmente digeribili e permette di ricavarne glucosio con maggiore efficienza. Non è un’idea nata oggi: già nel 2015 alcuni degli stessi ricercatori avevano proposto che amidi cotti e carboidrati digeribili fossero stati essenziali per sostenere il crescente costo energetico del cervello durante il Pleistocene. A rendere il quadro ancora più interessante c’è il gene AMY1, che codifica l’amilasi salivare, l’enzima che comincia a demolire l’amido già nella bocca. Alcune ricerche hanno collegato un numero maggiore di copie di questo gene alle popolazioni tradizionalmente esposte a diete ricche di amidi, anche se il significato evolutivo di questa associazione rimane discusso e studi più recenti invitano a considerare anche la storia demografica delle popolazioni. È quindi un indizio affascinante, non una firma genetica incontrovertibile.

C’è infine un aspetto meno intuitivo. Il glucosio non serve soltanto al cervello: durante gravidanza e allattamento aumenta anche la richiesta energetica legata a placenta, feto e ghiandola mammaria. Gli autori ritengono che il successo riproduttivo possa essere stato un’altra potente pressione capace di rendere vantaggioso l’accesso affidabile a fonti di carboidrati. Ma è proprio qui che bisogna evitare l’equivoco più facile. Parlare di frutti, miele occasionale, tuberi o amidi consumati dai nostri antenati non significa promuovere bibite zuccherate, dolci e prodotti ricchi di zuccheri aggiunti. L’ambiente alimentare moderno è completamente diverso: l’OMS continua a raccomandare di mantenere gli zuccheri liberi sotto il 10% dell’energia quotidiana, possibilmente sotto il 5%. Che il glucosio possa aver contribuito alla nostra storia evolutiva non trasforma quindi lo zucchero raffinato in un alimento salutare: racconta semplicemente che, per costruire un cervello così dispendioso, l’evoluzione potrebbe aver sfruttato ogni fonte energetica disponibile.

Brand-Miller J., Hardy K., Raubenheimer D., Copeland L. (2026), “A central role for dietary sugars in human evolution”, Science, 393(6811), 574–581. DOI: 10.1126/science.aed8437.

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