di
Marta Serafini

Nella cintura delle fortezze, a un passo dal fronte, restano migliaia di civili: «Rimaniamo finché c’è acqua»

DALLA NOSTRA INVIATA 
REGIONE DI DONETSK – Piccolo e nero il moscone di metallo ronza inferocito. Si avvicina. Il rivelatore di droni, uno scatolotto con due buffe antenne, inizia a suonare, impazzito. Bisogna scappare al riparo. Un albero non basta. E allora via dentro un edificio, con il cuore che inizia a pompare. Via, lontano dalle porte, via lontano dalle finestre. Ma, se vuole, lui ti uccide.

È il safari umano, la distopia della guerra ai tempi di Putin, evoluzione perfetta del territorio Comanche, là dove non vedi i fucili ma i fucili vedono te. Perché non è un cecchino a prenderti di mira mentre cerchi di metterti in salvo, ma un robot pilotato da un militare nascosto in una cantina chissà dove. Davanti ha uno schermo. E magari sta zoommando sulla tua pupilla che si dilata per il terrore con un ghigno che gli taglia la faccia.



















































Nella kill zone dove piombano i droni russi, è il «safari umano»

Tremano Sloviansk e Kramatorsk, bastioni della cintura delle fortezze del Donbass, dove l’Ucraina prova a fermare l’avanzata russa. Bestie ferite che si dissanguano. «È come combattere una guerra del futuro nel Medioevo», dice Anton, soldato della 93esima brigata. Nella scuola diventata rifugio dal drone killer, arrivano anziani con taniche e secchi. Grandi cisterne blu, sollevate su pallet di legno, con la scritta in ucraino: acqua potabile, gratis. Vadym si china e riempie una bottiglia da pochi litri, lentamente, come se ogni goccia dovesse bastare più del previsto. Fuori, le macchine bruciate sono carcasse nere, i vetri esplosi brillano sull’asfalto, tutti attraversano la strada guardando il cielo. «Restiamo qui finché c’è acqua», dice Katerina mentre si agita e ne rovescia una parte.

Attorno a lei, la città si svuota. L’assedio continua la sua corsa. Sono rimasti in 83.443 civili: 46.143 nella comunità di Kramatorsk e 37.300 in quella di Sloviansk. Ma ogni numero qui ha una faccia: anziani, famiglie, persone sole, chi ha paura della strada più della guerra che si avvicina. In alcuni quartieri è stato dato ordine di evacuazione forzata per i bambini.

La cintura delle fortezze non è una linea immaginaria. È la spina dorsale difensiva che corre attraverso le città industriali del Donbass ancora in mano ucraina: Kostantynivka Druzhkivka, Kramatorsk, Sloviansk. Le prime due sono già inghiottite dalla zona grigia dove nulla più vive. Sloviansk e Kramatorsk invece restano le ultime retrovie e bersaglio, rifugio e bastione a pochi chilometri dalla kill zone, la grande fascia di morte in cui nemmeno l’erba più osa crescere e la fibra ottica dei droni viene usata dagli uccelli per fare i nidi.

Nella kill zone dove piombano i droni russi, è il «safari umano»

Resisteranno? DeepState, il canale di analisi militare ucraino seguito anche dagli osservatori internazionali, ritiene possibile che i russi provino ad assaltare Kramatorsk e Sloviansk, ma giudica difficile che riescano a prenderle. Più che una conquista rapida, la manovra somiglia a una tecnica di dissanguamento. Prima l’artiglieria, i droni e le bombe plananti lavorano sulla città come su un corpo; poi la fortezza, viene sventrata. Un palazzo alla volta, un quartiere alla volta, un serbatoio d’acqua alla volta.

La novità più visibile sono le reti non solo più sulle strade ma tutto intorno alle due città. Viste da sotto sembrano una ragnatela bianca o verde sfilacciata dai colpi, piena di brandelli, pezzi di plastica, detriti dei droni rimasti appesi come resti di un temporale metallico. Sotto passano ancora due uomini in bicicletta. Dove andate? Nemmeno si fermano mentre la sirena inizia a ululare. La guerra li sovrasta.

Nella kill zone dove piombano i droni russi, è il «safari umano»

Tra Sloviansk e Kramatorsk, sulla strada che costeggia la collina, si staglia il porcospino. Rarissimo. «Fermati che voglio provare a fotografarlo». È il Santo Graal della zona della morte, un mezzo militare corazzato alla maniera povera e geniale di questa guerra: reti, grate, piastre, barre metalliche, gabbie saldate sopra e intorno alla carrozzeria. Sembra un animale medievale, un congegno mitologico uscito da un assedio: metà carro, metà riccio, metà bestia meccanica. Serve a sopravvivere ai droni, a farli esplodere prima che tocchino la cabina, a dare al soldato qualche centimetro e qualche secondo in più. Ma il porcospino gigante ha fretta di andarsene e sfreccia verso la kill zone.

Il ritorno al futuro della cintura delle fortezze e di questa guerra infinita finisce davanti alla Casa della cultura di Kramatorsk, vecchio palazzo inaugurato nel 1965 quando il cosmonauta Aleksej Leonov fece la sua prima passeggiata nello spazio. Ora, al posto del bibliotecario che mostrava orgoglioso l’atlante dell’epoca sovietica messo in salvo da un bombardamento, ci sono i denti di drago. Le mappe colorate sono diventate video in bianco e nero girati dai droni da mettere in rete. E al chiosco dei gelati dove d’estate la fila dei bambini era lunga, i militari coi fucili anti drone a tracolla guardano verso l’alto. In cielo il moscone nero di metallo ha ricominciato il suo volo di morte.

Nella kill zone dove piombano i droni russi, è il «safari umano»

7 agosto 2026 ( modifica il 7 agosto 2026 | 21:21)