Un verme parassita come possibile maestro di immunologia. Sembra un paradosso, ma è proprio dalla capacità di Fasciola hepatica di sopravvivere per lungo tempo dentro un organismo che nasce una nuova pista contro l’artrite reumatoide. Il distoma epatico, un verme piatto che può infestare il fegato e le vie biliari di animali e uomini, deve infatti affrontare un problema fondamentale: se il sistema immunitario dell’ospite reagisse con tutta la sua forza, la sua permanenza sarebbe molto più difficile. Per questo, nel corso dell’evoluzione, il parassita ha sviluppato molecole capaci di “raffreddare” alcune componenti della risposta immunitaria. Uno studio pubblicato oggi su Scientific Reports ha provato a sfruttare proprio queste sostanze, senza utilizzare naturalmente il parassita vivo, in un modello sperimentale di artrite nei ratti. I ricercatori hanno isolato le cosiddette proteine escretorie-secretorie, o ESP, molecole rilasciate da Fasciola hepatica mentre interagisce con il proprio ospite.
L’esperimento ha coinvolto 30 ratti Wistar maschi divisi in cinque gruppi: animali sani, animali con artrite non trattata, un gruppo trattato con metotrexato e due gruppi che hanno ricevuto le proteine del parassita, rispettivamente secondo uno schema preventivo e terapeutico. L’artrite era stata provocata con adiuvante completo di Freund, un metodo utilizzato in laboratorio per creare una forte risposta infiammatoria che riproduce alcuni aspetti della malattia umana. Nell’arco di 28 giorni gli animali trattati con le proteine di Fasciola hanno mostrato meno gonfiore alle zampe e punteggi clinici di artrite inferiori rispetto agli animali malati non trattati. Anche il dolore sembrava ridursi: nei test comportamentali diminuiva in maniera significativa l’ipersensibilità sia al caldo sia al freddo. È importante però non trasformare questo risultato in ciò che non è: non è stata sperimentata una terapia su persone con artrite reumatoide e lo studio non dimostra che queste proteine siano equivalenti ai farmaci oggi disponibili.
Il dato forse più interessante arriva dal sistema immunitario. Le proteine del verme sembravano spostare l’equilibrio verso una risposta meno aggressiva: aumentavano i livelli di interleuchina-10 (IL-10), una molecola con importanti funzioni regolatorie, e diminuivano quelli dell’interferone gamma (IFN-γ). In altre parole, il parassita sembra utilizzare una sorta di freno immunologico che, applicato al modello di artrite, finisce per attenuare parte dell’infiammazione. Nel sangue diminuivano inoltre due indicatori legati allo stress ossidativo, ossido nitrico e malondialdeide. Non si trattava soltanto di variazioni nelle analisi di laboratorio: la PET-CT indicava una minore attività infiammatoria nelle articolazioni e l’esame microscopico dei tessuti mostrava una maggiore conservazione delle strutture articolari. Il principio non nasce dal nulla: una revisione pubblicata quest’anno sempre su Scientific Reports ha rilevato che numerose molecole prodotte dagli elminti possono ridurre mediatori pro-infiammatori e aumentare segnali regolatori come IL-10.

È qui che il parassita diventa interessante non come cura, ma come biblioteca biologica di molecole da studiare. Infettarsi con Fasciola hepatica non protegge dall’artrite e può provocare una vera malattia parassitaria del fegato; l’obiettivo della ricerca è l’esatto contrario: individuare, isolare e possibilmente riprodurre soltanto le molecole utili con cui il verme manipola l’immunità. Esistono già precedenti incoraggianti: esperimenti precedenti avevano mostrato che estratti di Fasciola possono ridurre la migrazione dei leucociti, il dolore e alcune caratteristiche aggressive delle cellule della membrana sinoviale. La domanda ora è quali proteine siano realmente responsabili dell’effetto, a quali dosi siano sicure e se possano essere trasformate in molecole farmacologiche controllabili. Nel nuovo studio sono state osservate anche lievi alterazioni a livello epatico e splenico, un dettaglio che gli stessi autori indicano come motivo per approfondire la sicurezza. È quindi una strada ancora lontana dalla clinica, ma con un’idea affascinante alla base: talvolta, per imparare a spegnere un sistema immunitario troppo aggressivo, può essere utile studiare chi ha passato milioni di anni a imparare come nascondersi da esso.
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Sarayaniivari S., Esmaeilikarizi F., Forouzanfar F. et al., “Immunomodulatory, anti-inflammatory, and analgesic effects of Fasciola hepatica excretory/secretory proteins in a complete Freund’s adjuvant-induced rat model of rheumatoid arthritis”, Scientific Reports, 7 agosto 2026. DOI: 10.1038/s41598-026-64666-7.

