di
Alessandra Muglia

Youssef Belhaissi, 43 anni, da15 lavora nelle tv pubbliche. Ha 1,3 milioni di follower ed è amico del premier: è la voce dell’establishment

C’è un’arte sottile nel muoversi tra i corridoi del potere e i riflettori di uno studio tv senza mai perdere l’equilibrio. In Marocco, quell’arte ha un volto, un nome e una voce ben precisi: Youssef Belhaissi. Ha 43 anni e da oltre quindici questo giornalista e conduttore della tv di stato Al-Oula (Primo Canale) rappresenta il prototipo del comunicatore istituzionale moderno, capace di trasformare il dibattito politico in una liturgia ordinata e la notizia in uno strumento geopolitico. 

Il conduttore-influencer marocchino che ha «spinto» la catena social

Un suo post sulla crisi migratoria a Ceuta lanciato sul suo profilo Facebook da oltre 1,3 milioni di follower è stato identificato dai factcheckers spagnoli di Maldita come un innesco digitale della catena social esplosa il 30 luglio in concomitanza con il boom di arrivi. E’ stato tra i primi a rilanciare il  messaggio – «Corte suprema spagnola: nessuna deportazione immediata per i migranti che nuotano verso Ceuta e Melilla»  che ometteva una parte essenziale della sentenza dei giudici del 7 luglio: dopo l’approdo a terra, per il migrante è previsto il rimpatrio volontario assistito o il fermo temporaneo. Un’informazione parziale ripresa e rilanciata migliaia di volte, che ha verosimilmente alimentato false speranze e incentivato altre partenze. 



















































Nato e cresciuto professionalmente all’ombra delle grandi emittenti che dettano l’agenda del Regno, Belhaissi ha legato il suo nome per tredici anni alla tv pubblica Medi1 TV. Da Tangeri, con la camicia impeccabile e il tono misurato di chi sa fin dove può spingersi la critica, ha guidato i marocchini attraverso le complessità della politica nazionale. Programmi come «90 min pour convaincre» non erano semplici talk show, ma arene sorvegliate. Belhaissi non ha mai cercato il giornalismo d’inchiesta; il suo talento risiedeva piuttosto nella capacità di mediare, di incanalare il dissenso e di valorizzare la narrativa ufficiale dello Stato. 

Per i suoi detrattori, è sempre stato un giornalista filo-governativo, una cinghia di trasmissione del palazzo. Per i suoi sostenitori, un professionista della stabilità. La conferma definitiva di questa vocazione è arrivata quando ha dimesso i panni del conduttore per indossare quelli di consigliere della comunicazione nell’ufficio del capo del governo e poi alla Delegazione interministeriale per i diritti umani (Didh). Un passaggio che ha formalizzato ciò che molti avevano già intuito: Belhaissi non si limita a raccontare il potere, lo rappresenta. 

La sua storia, però, non è una linea retta di cieca obbedienza. Nel luglio del 2020, il perfetto ingranaggio si inceppa. Belhaissi, che ricopre anche il ruolo di delegato sindacale, viene licenziato in tronco da Medi1 TV. È uno choc per il panorama mediatico marocchino. L’uomo delle istituzioni si ritrova improvvisamente fuori dalla porta, vittima – secondo le accuse dei sindacati – di una purga legata al suo attivismo per i diritti dei lavoratori. Belhaissi sceglie la via delle aule di tribunale. La giustizia marocchina gli darà ragione, condannando l’emittente a un risarcimento milionario per licenziamento abusivo. È un paradosso tutto marocchino: l’uomo della macchina statale che batte la tv pubblica utilizzando le regole dello Stato. E viene poi recuperato dal premier miliardario Aziz Akhannouch che gli offre incarichi di prestigio dopo il suo licenziamento.

7 agosto 2026