di
Sara D’Ascenzo
Nel film di Stéphane Demoustier, Hafsia Herzi è «Ibiza»: madre e moglie che lavora tra i detenuti in Corsica e resta invischiata nelle loro trame
«Borgo» di Stéphane Demoustier
Da tempo Stéphane Demoustier, voleva girare un film sulla Corsica, il «Borgo» del titolo. Un luogo sospeso tra il mare e la terra, ma soprattutto tra la legalità e un sistema tutto suo di valori, nulla di nuovo rispetto a dinamiche già battute e conosciute nella vicina e cugina Italia. Nel carcere di Ajaccio lavora Melissa (Hafsia Herzi), secondina trentenne dotata di una sensualità dolente, soprannominata «Ibiza» dai detenuti per via di una canzone che sembra costruita sulle sue morbide cadenze. In casa le cose vanno così così: il trasferimento da Parigi, affrontato per guadagnare di più e spendere meno, mette il marito Moussa Mansaly in una situazione precaria, con un lavoro sospeso, un corso di formazione in cui all’inizio non viene preso e un diffuso razzismo nei suoi confronti. Le dinamiche di vicinato non aiutano – vedi l’episodio delle banane – e Melissa sembra interiorizzare il malessere con un misto di menefreghismo francese e sopportazione femminile. La narrazione è continuamente spezzata dal cuore della vicenda: un duplice omicidio avvenuto in aeroporto avvolto nel mistero. Demoustier sembra aver ben appreso la lezione di Claude Chabrol, con innegabili differenze: non è un dramma borghese ma un dramma di chi vive d’espedienti; non siamo nella campagna francese ma avvolti in una natura scoscesa addomesticata dalla malavita. Eppure gli elementi del noir brillano al sole della Corsica, soprattutto per un’atmosfera soffocante che via via sembra avvolgere Melissa, che da secondina disponibile diventa complice con una disinvoltura che dà vertigine. Demoustier si attacca ai suoi personaggi, li segue, li scruta, non li lascia. Le dinamiche esplodono nel chiuso del carcere, ma anche nel chiuso del «borgo», che sembra riproporre in grande ciò che accade una volta chiusa la pesante inferriata della prigione. Herzi è perfetta nel restituire l’ambiguità del suo personaggio: che cosa la lega al giovane detenuto Saveriu? Attrazione? Protezione? Il regista non ne fa un santino, la umanizza nella sua complessità: mantiene le distanze coi detenuti, ma sorride compiaciuta davanti ai loro apprezzamenti; rifiuta il denaro che potrebbe corromperla ma poi lo cerca. E così punteggia di sé e della sua doppiezza un film che cresce e si trasforma sotto gli occhi dello spettatore.
Voto: 7. Una bella sorpresa estiva da carpire tra un’«Odissea» e uno «Spiderman». Con il fascino ambiguo di Hafsia Herzi che da «Cous cous» in poi sembra incarnare i territori della pericolosità che esplode.
«Greta e le favole vere» di Berardo Carboni
Il grottesco è sempre una materia da maneggiare con cura. Bisognerebbe avere a disposizione una sufficiente dose di complessità per renderlo senza calcare troppo la mano ma trapuntando in maniera leggera pensieri e immagini. Non è il caso di «Greta e le favole vere», film natalizio che esce in pieno agosto e che presenta la piccola Greta del titolo (Sara Ciocca, forse ormai fuori età per questo ruolo) che sogna un mondo fatato da osservare attraverso le palle di vetro dell’abete natalizio che lei stessa ha dipinto. Il maldestro papà (Raoul Bova) gliene rompe alcune inciampando nell’impianto elettrico, ma si salva la sua preferita, quella che all’interno custodisce un bell’orso polare, che nella scena successiva si anima con computer graphic e diventa un vero (finto) orso, «Roccia», animale domestico acquistato per soddisfare l’esotismo in favore di social di una coppia di buzziconi arricchiti, Sabrina Impacciatore e Darko Peric. Le due storie, quella di Greta e quella degli arricchiti, si incrociano, perché i genitori di Greta si trovano a lavorare per loro nell’organizzazione di un evento «stra mega top», come lo definisce Impacciatore con un lessico che trasuda stereotipi. Il film dunque prende subito una piega favolistica, un po’ melensa, decisamente manichea: di qua i buoni, di là i cattivi. Di qua Greta con i suoi amici tra cui il vicino Nicola, che si definisce aiutante di Babbo Natale e le racconta di Greta Thunberg e del suo attivismo per il clima, la babysitter, il figlio adottivo dei ricconi, bistrattato. Il difetto del film è che parte dal presupposto che il pubblico di bambini o ragazzi, in teoria utenza privilegiata, abbia bisogno di essere preso per mano e accompagnato a capire attraverso concetti semplicistici (o sempliciotti). Ma così il film diventa una figurina e subentra la noia, non il divertimento per la parodia, tutta sulle spalle di Sabrina Impacciatore.
Voto: 5,5. Stereotipi e poco altro. Peccato perché sono così pochi i film rivolti ai ragazzi e spesso sono occasioni sprecate.
Vai a tutte le notizie di Venezia Mestre
Iscriviti alla newsletter del Corriere del Veneto
7 agosto 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA