di
Luciana Cavina

Il responsabile organizzazione del Pd nazionale ricorda l’amico Francesco Guccini: «Quando mi sono candidato per il consiglio regionale in Emilia-Romagna con Sel ho avuto il suo sostegno pubblico con dichiarazioni di voto. In tanti anni non l’ho mai visto dire di no. Impossibile non volergli bene»

Igor Taruffi, 47 anni, oggi responsabile organizzazione del Pd nazionale, a un certo punto della carriera tra varie formazioni di sinistra, ha avuto dalla sua parte — apertamente schierato — l’amico e concittadino Guccini. «Quando mi sono candidato per il consiglio regionale in Emilia-Romagna con Sel nel 2014 e nel 2020 — racconta — ho avuto il suo sostegno pubblico con tanto di dichiarazioni di voto. Un gesto di generosità assoluta».

Partiamo dall’inizio…
«Ero tra i ragazzi dell’Appennino (sono di Porretta Terme, a 3 km da Pàvana), che seguivano i suoi concerti e poi andavano a salutarlo. Per me Guccini era una mito e quando sono entrato in amministrazione a Porretta, all’inizio degli anni 2000 lo conobbi personalmente attraverso l’allora sindaco Sabattini, da lì è iniziato un rapporto di amicizia e affetto».



















































Si aspettava l’endorsement?
«No, gli sono ancora grato. La sua è una storia di sinistra, nel 1996 salì sul palco con Romano Prodi per festeggiare la vittoria alle elezioni ma sono stato l’unico per cui abbia mai fatto dichiarazione di voto».

Guccini però ha dichiarato di non essere mai stato comunista.
«Quando me lo disse la prima volta sgranai gli occhi. Ma con lui si discuteva sempre su ogni cosa capitasse nel Paese, nel mondo. Era soprattutto libero, coltivava il dubbio e rifuggiva dalle certezze manichee. Come cantava nelle canzoni, contro il conformismo, contro l’ipocrisia».

Alla sinistra rimproverava qualcosa?
«Le divisioni, ci chiedeva unità. Aveva un’immensa cultura, una visione su tutto. È stato un grande intellettuale, capace di rendere universale il particolare, le piccole storie. Prezioso anche per le nuove generazioni».

Un ricordo personale?
«Una sciocchezza ma che dà l’idea della sua ironia: stavamo rientrando in macchina da Bologna. Schivo, non parlava mai delle sue canzoni, ma quella volta stranamente lo fece e mi chiese: “Ma te che le sai tutte, com’è che fa quel verso..”?».

Anche umile…
«Avrebbe potuto andare ovunque nel mondo ma scelse di tornare. Andava dal barbiere, in osteria, in giro per il paese, senza fare pesare la sua grandezza e metteva tutti a proprio agio».

Ricorda la prima volta che l’ha visto sul palco?
«Lo ricorderò tutta la vita: avevo 17 anni, era il 1996 e lui fece un concerto a Porretta per raccogliere fondi per le celebrazioni del millenario di Pàvana del 1999, io andai per curiosità ma rimasi stregato da una straordinaria Auschwitz».

Si stava spendendo per «la sua gente»?
«Tra l’altro ha curato il dizionario del dialetto di Pàvana, ha tradotto le opere di Plauto in dialetto per farle mettere in scena da una compagnia locale, collaborava con le riviste storiche del territorio …».

Affetto ricambiato?
«Pàvana è una borgata. Ad ogni festa lui stava davanti a casa e c’era sempre una specie di processione: per fare una foto, per salutarlo e non si è mai sottratto. In tanti anni non l’ho mai visto dire di no. Impossibile non volergli bene».


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8 agosto 2026 ( modifica il 8 agosto 2026 | 09:14)