di
Gian Guido Vecchi
Il ricordo di Derio Olivero, vescovo di Pinerolo. «Mi disse: mi resta poco tempo, ormai aspetto la fine»
CITTÀ DEL VATICANO
«Si è mangiato, si è bevuto un bicchiere, gli ho chiesto di alcune sue canzoni e lui ha parlato di come sono nate, a cominciare da
Dio è morto
che ascoltavo già al liceo… Poi abbiamo detto: adesso però si canta. E Francesco: ma non le mie, non ne vale la pena. Invece abbiamo cantato,
Il vecchio e il bambino
,
Incontro
, lui ci ascoltava…».
Monsignor Derio Olivero, teologo e vescovo di Pinerolo, lo racconta con un sorriso e in effetti la scena è memorabile: lui, il cardinale di Bologna Matteo Zuppi e don Luigi Verdi, fondatore della Comunità di Romena, che cantano Guccini in casa sua, a Pavana, la sera del 24 aprile.
Gliel’avessero detto…
«Sì, pure Guccini sorrideva: mai avrei immaginato, due vescovi e un prete. A un certo punto ha cantato anche lui, una canzone in bolognese sulla Resistenza».
Si è molto parlato di quando nel ’67 la Rai censurò «Dio è morto» e l’unica a trasmettere la canzone fu Radio Vaticana…
«Magari l’avevano ascoltata fino alla fine, quando dice che risorge. È bellissima, quella sera Francesco mi ha raccontato che è nata quando lesse la frase in un manifesto pubblicitario americano. Da quello spunto scrisse un testo che richiama l’autenticità. Aveva saputo interpretare quella crisi che anche il Concilio stava affrontando».
In che senso?
«Il Vaticano II, in quegli anni, ha osato pensare una Chiesa amica di questo mondo, attenta alle parole di chi magari non è cristiano né credente ma dice cose importanti. Venivamo da secoli nei quali eravamo noi a creare la cultura, almeno in Europa. Ma poi la cultura ha iniziato ad avere fonti diverse. E per i cristiani la capacità di ascoltare è diventata una questione assai seria».
Anche Guccini?
«Altroché. Ha saputo interpretare le domande e i sogni del suo tempo. E lo faceva con una onestà assoluta, senza inseguire le mode per due soldi, lo dice pure ne L’ Avvelenata. Di fronte a un uomo e a un poeta così, noi cristiani ci troviamo a casa».
A casa?
«Il cristianesimo è la religione dell’incarnazione, Dio che sta nella storia. E capire il proprio tempo, cogliere l’umano, non è scontato solo perché uno ha il Vangelo. Per questo le canzoni scritte bene, la poesia, l’arte, sono fondamentali anche per dire il cristianesimo».
Si definiva agnostico, non ateo. Come lo spiega?
«Era un uomo aperto, mai ideologico. Interessato, curioso, conosceva la Bibbia come la grande letteratura, ha scritto Shomèr ma mi-llailah?, da Isaia, come Cirano o Odysseus».
Come vi siete ritrovati?
«Grazie a Zuppi: la prossima volta vieni anche tu. Io sono gucciniano da quand’ero ragazzo, l’avevo visto ai concerti. Ci ha accolto la persona che immaginavo: asciutta, un po’ burbera, dal cuore grande. Gli ho portato due bottiglie di Barolo: una serata meravigliosa».
Nelle immagini lo si vede affaticato…
«Ne ha parlato lui stesso: mi resta poco tempo, ormai aspetto la fine. Ma anche quello lo diceva in modo consapevole, asciutto, autentico come è sempre stato».
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8 agosto 2026 ( modifica il 8 agosto 2026 | 08:05)
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