Quando gli chiediamo di raccontarci di questo cambiamento, va subito al punto: «Effettivamente non è cambiato niente, io sono sempre quello. Oggi forse qualcuno può parlare dei miei capezzoli, ma sono sempre la persona che ero prima. Magari ho qualcosa in più da condividere, ma non è cambiato nulla».

Quando si è sottoposto all’intervento?
«Un anno fa. Prima di raccontarlo pubblicamente c’è voluto del tempo. Subito dopo l’operazione ho fatto Sanremo e nessuno lo sapeva, non ero nemmeno nelle condizioni fisiche migliori per potermi esibire all’Ariston. Avevo una paura incredibile di espormi, mi ripetevo che non lo avrei mai rivelato a nessuno. Non volevo dare questa cosa in mano a un pubblico di persone che l’avrebbe trattata male. Ma oggi mi rendo conto che quel pubblico esiste a prescindere da tutto. Perfetto o meno che tu sia, la gente deve dire sempre qualcosa su di te. Non posso combattere contro i mulini a vento».
In una delle immagini del post Instagram, sta piangendo. Quella foto – ha spiegato – è stata scattata la scorsa estate, dopo una sessione di binding, cioè la fasciatura per appiattire il petto. Che cosa significava per lei questa pratica?
«Soffocare. Intanto era un iter di cui dovevo occuparmi ogni giorno e che mi toglieva del tempo, mi faceva sentire differente. Mentre ero ad Amici vedevo quanto fosse diversa la vita degli altri ragazzi, più semplice. Si svegliavano, facevano la doccia e andavano. Io invece dovevo chiudermi in bagno, fasciarmi e medicarmi perché comunque ti fai anche male, purtroppo. Poi se non hai fatto bene qualcosa, o il binder ti stringe troppo, devi rifare tutto da capo. Certe volte non hai ossigeno. La fasciatura mi rallentava, banalmente anche in scena non potevo ballare o saltare perché avevo paura che si potesse vedere qualcosa. E poi soffocavo anche metaforicamente, passavo la vita a non vivere. È come avere le ali e non poter volare. Oggi è incredibile sentire di respirare. Per questo metto le foto sui social, sono euforico, finalmente felice di mostrarmi, perché in qualche modo mi piaccio ed è una sensazione nuova per me».
È stato un percorso difficile?
«Ci è voluto tempo, perché fin dai miei primissimi ricordi, non sono mai riuscito a identificarmi con la stessa facilità con cui lo facevano gli altri bambini. Quando sei piccolo, sei innocente, non hai bisogno di definire le cose, vivi semplicemente per il gusto di vivere, che poi dovrebbe essere il modo in cui in cui si sta al mondo. Solo che questa cosa purtroppo si perde con il tempo, per dinamiche, obblighi, imposizioni sociali, pregiudizi. Ho dovuto informarmi perché ne ho sempre sentita la necessità, però l’ho fatto in autonomia e forse anche in segreto perché non sapevo effettivamente come cercare quello che volevo sapere. Ho semplicemente capito a un certo punto che non corrispondevo al modo in cui mi chiamavano, a ciò che avrei dovuto essere e fare, alle aspettative che gli altri avevano su di me. Ho capito presto che sarebbe stato complicato perché quando vivi una condizione di difficoltà nell’affermazione di genere, ti senti sempre solo, sai che gli altri faticheranno a capirti. Ma questa solitudine mi ha anche avvicinato ancora di più a me, a quello che volevo».
Nella canzone La mia natura fa riferimento al kintsugi, l’arte giapponese di restaurare con l’oro gli oggetti rotti. Quali sono i tagli che vuole coprire con l’oro?
«Dal punto di vista metaforico i tagli sono tanti. L’esclusione di un certo tipo di persone dalla tua vita, i cambi drastici affrontati, anche gli errori. Ma i tagli a cui mi riferisco sono proprio le mie cicatrici. Quando ho aperto gli occhi dopo l’operazione e le ho viste ho avuto un attimo di smarrimento, perché comunque sei abituato a vedere un corpo differente. Quei tagli appena fatti mi sembravano così difficili per essere belli; però per ogni giorno che passava, in cui li curavo, e con me lo facevano le persone che mi volevano bene, sentivo che prendevano forza. Non solo la mia pelle si riuniva effettivamente, ma si stava riunendo qualcosa dentro di me. È lì che l’oro ha riempito quelle cicatrici. Oggi vado al mare, vado in giro e anche quando la gente mi guarda sento che sto luccicando, perché semplicemente sono felice e non c’è qualcosa che mi possa toccare».
Nella stessa canzone parla del «coraggio di avere paura». Lei ha avuto paura? E ne ha ancora?
«Solo uno stupido non ha mai paura. Serve, perché aiuta a razionalizzare anche fino a che punto si può arrivare. Le mie paure sono cambiate con il tempo, perché più una persona cresce, più crescono le sue ragioni, le sue voglie, i suoi desideri, le sue ambizioni, le sue necessità. Però una cosa che amo del mio carattere è che non mi fermo mai. Devi vivere tutto il tuo personalissimo viaggio, scritto da te. Tutto quello che lascerai, perderai, acquisirai, prenderai comporrà chi sei. E quindi io gli vado incontro anche quando mi fa paura. Per anni ho temuto di deludere gli altri e me, di non essere accettato o di ricevere rifiuti nella musica per come sono. È solo che penso che sia sprecato un tempo in cui ho solo paura».
Esporsi può mettere paura, no?
«Quando si parla di identità le persone ridicolizzano la scelta. Come se fosse contro natura, come se svegliandoci una mattina avessimo detto: “Ma sì, andiamo a operarci”. Non funziona così, perché nessuno è pazzo da decidere di subire tutte queste sofferenze dal punto di vista sociale, psicologico, personale, sentimentale e fisico. Se fosse solo una scelta io avrei scelto altro. Questo sono io, non posso uscire da me e ho orgoglio per chi sono. Se non avessi avuto il coraggio di avere paura non avrei scoperto chi sono fino in fondo e non lo porterei in alto come una bandiera. Quando mi espongo, non lo faccio per chi offende: mi sto esponendo per chi, come me a 12 anni, ha bisogno di risposte e non sanno dove trovarle. E mi sto esponendo per me, perché voglio vivere liberamente la mia vita. Non ho fatto tutto questo per continuare a nascondermi. Comunque davanti agli errori degli altri non rispondo mai con una porta chiusa. Se lo facessi, diventerebbe tutto ancora più complicato. Oggi la cosa per cui mi arrabbio di più è quando toccano la mia famiglia, se per esempio qualcuno si permette di commentare: “Poveri genitori”. Sento di voler tutelare i miei affetti, perché purtroppo proprio non si vede l’ora di fare del male a tutti e io non lo consentirò mai».
Il suo è un messaggio che diventa anche sociale e politico?
«Io non faccio politica, faccio musica. Quello che posso fare, lo faccio attraverso la musica e certamente può avere una risonanza sociale. Me lo aspetto, lo spero in qualche modo perché è molto triste per me immaginare le nuove generazioni immerse in un mondo poco civile, egoico. Sicuramente il mio “metterci la faccia” rappresenta anche un messaggio più ampio. Detesto l’ignoranza e mi piace rispondere con il sapere, perché è l’unica cosa che abbiamo e che ci rende liberi. La mia professoressa di greco, al liceo classico, mi diceva sempre che il vocabolario è solo un libro pieno di parole se uno non sa che cosa deve cercare. È un’idea che mi spinge a voler sapere, a fare le domande giuste».
Come sono state la sua infanzia e la sua adolescenza?
«Da quando ho iniziato la scuola ho sempre studiato tanto, mi è sempre piaciuto studiare e sapere e gli insegnanti lodavano il mio comportamento irreprensibile. Me la tiravo un po’. Questa cosa alle medie ha fatto sì che finissi sotto le mire dei bulli. All’improvviso mi sono trovato davanti all’altro, a non capirlo, a dipendere dal suo umore. Così appena iniziato il liceo mi sono detto che non avrei studiato tantissimo apertamente, non volevo ricapitare nella situazione delle medie. Avrei studiato per me. Non ambivo a prendere il bel voto, ma a sapere quel che c’è da sapere. Così sono riuscito a vivere con più serenità il sistema dei voti e le relazioni con gli altri. Purtroppo spesso chi eccelle non piace. Quando ho fatto la maturità la professoressa mi ha visto guardare i voti messi in bacheca, mi ha preso per una spalla e mi ha detto “Tu lo sai che avresti potuto prendere molto di più, però non l’hai voluto apposta”. Io ho detto sì, sono felice così, so quello che devo sapere. Nel mio approccio anticonformista, sono contento di aver studiato i greci e i latini, li ho sentiti vicini, anche a tutta una realtà queer, se vogliamo leggerli così».
E la musica quando l’ha incontrata?
«Quella passione è nata con me. In famiglia c’era sempre tanta musica e già a due anni ho voluto cominciare a suonare la chitarra. Da adolescente, poi, ero abbastanza chiuso e ho iniziato a scrivere poesie che in seguito sono diventate canzoni: riuscivo a esprimermi come non riuscivo a fare verbalmente. Quando ho cantato per la prima volta durante uno spettacolo del mio liceo, ho realizzato che stare sul palco era tutto quello che avrei desiderato di fare».
In famiglia ha mai incontrato ostacoli?
«Ho la grandissima fortuna di avere una famiglia che mi supporta. Certamente non nasciamo pronti per le cose, a volte si hanno aspettative e desideri; comunque cresciamo in una società che ci dice succederà questo, quello e quell’altro ancora. Invece ognuno ha il suo percorso. Non è stato semplice e forse in qualche modo è stato anche traumatico. Io ho approfittato della mia solitudine e non ho parlato per diverso tempo perché stavo lavorando dentro di me, avevo bisogno di darmi delle risposte. Però ho la fortuna di avere persone che mi amano in modo incondizionato. Anche quando dopo il liceo ho detto che avrei voluto fare musica e poi sono andato via, sono stati aiutato e supportato. La mia vita è stata sempre particolarmente indipendente, ho sempre avuto bisogno di andare, di scoprire, di vivere le cose anche quando mi sentivo in solitudine. Provo immensa gratitudine per la mia famiglia».
Ha avuto bisogno di aiuto, di una terapia psicologica?
«Fare terapia salva le persone ed è fondamentale. Io non avrei potuto prendere delle decisioni così importanti se non avessi affrontato un percorso di terapia. Ormai sono il campione mondiale di coming out, chissà quanti altri ne farò perché poi ci sarà sempre qualcuno che non sa. Chiedere aiuto è fondamentale. È anche vero che tante persone non sono disposte ad aiutarti: mi capita di ascoltare storie di famiglie che non vogliono dare una mano, che anzi allontanano chi chiede aiuto, qualcuno viene pure ammazzato. È importante rivolgersi soprattutto ai professionisti perché a volte le famiglie non sono subito pronte ad ascoltare. Ci vuole tempo, ci vuole spazio».
Oggi è innamorato?
«Mi imbarazzo a parlare di Antonia (Nocca, conosciuta nella scuola di Amici, ndr). Ma Tota è stata assolutamente molto importante. Trovare una persona che ti ami e che curi quelle cicatrici con te non è da poco. Ha tanta voglia di vivere e me l’ha trasmessa tutta, contribuendo ad aiutarmi ad aprirmi al mondo. Questa cosa per me sarà sempre motivo di gratitudine ed è bello per persone trans, non binarie, queer, che in generale fanno fatica a immaginare l’amore nella loro vita perché pensano di non essere mai abbastanza per essere amate. È stata una cosa meravigliosa per me riuscire ad essere amato per quello che sono. C’è qualcuno che ti guarda e riconosce chi sei».
Stato d’animo del momento?
«Serenità. Spesso i problemi ci schiacciano e pensiamo che la vita non valga nulla. Io sono il primo ad aver pensato, nei momenti più complicati, che è tutto una… E invece no, la vita mi dà ogni giorno la possibilità di avere tutto. Sono io che non devo perdere il momento: un abbraccio, il tempo, l’affetto, il lavoro, anche gli inciampi».