di Evira Serra
Il procuratore capo di Napoli, 68 anni, sta vivendo un agosto dei suoi. Pochi giorni liberi, incontrerà i giovani. A settembre sarà al Tempo delle Donne. «La paura? Utile quando non ti paralizza, ma ti rende prudente. Cosa mi manca davvero? Decidere all’ultimo momento dove andare. Vedo i miei figli poche ore al mese»
Nicola Gratteri, quando ha fatto l’ultimo bagno al mare?
«Sono passati circa 30 anni. Quando si vive sotto scorta, anche un gesto semplice, come andare in spiaggia, diventa complicato: bisogna controllare il luogo, organizzare gli spostamenti e coinvolgere molte persone. A quel punto preferisco rinunciare. Non avrebbe senso trasformare un momento di svago in un impegno per troppe persone».
Il procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, 68 anni, si prepara a un agosto dei suoi. Pochi giorni liberi, che spenderà incontrando soprattutto i giovani. A settembre sarà a Milano al Tempo delle Donne, la festa-festival del Corriere della Sera che si terrà nel weekend dall’11 al 13. Quest’anno il filo conduttore della manifestazione è: «Che cosa faremmo se non avessimo paura?».
Lei come convive con la paura?
«La paura è utile quando non ti paralizza. Ti rende prudente, ti costringe a non sottovalutare nulla. Io non mi considero coraggioso. Cerco semplicemente di fare il mio dovere, prestando attenzione. Chi dice di non avere paura, spesso, non ha compreso il pericolo».
E che cosa farebbe se non avesse paura?
«Non credo che cambierei lavoro o modo di vivere. Forse farei alcune cose semplici: camminare da solo, fermarmi in un bar senza organizzare nulla, andare al mare o ad un concerto, entrare in un negozio senza creare difficoltà. La libertà è fatta soprattutto di gesti normali e ce ne accorgiamo soltanto quando non possiamo più compierli».
Vive sotto scorta da 37 anni. Che cosa le manca di più?
«Decidere all’ultimo momento dove andare, guidare una moto. Sono sotto scorta dall’aprile del 1989, ma non passo il tempo a contare ciò che ho perduto. Sarebbe un modo inutile di consumarsi».
La proteggono stabilmente otto-dieci persone. Sente ancora quelli che si sono avvicendati?
«Si crea inevitabilmente un rapporto umano profondo. Trascorrono con me più tempo di quanto ne trascorrano con le loro famiglie. Alcuni continuo a sentirli. Quando condividi per anni tensioni, viaggi e pericoli, il rapporto non finisce con un trasferimento».
A quanti attentati è sopravvissuto?
«Non tengo una contabilità. Ci sono stati progetti di morte, discussi anche all’estero, minacce, preparativi e circostanze sulle quali hanno lavorato le autorità competenti. Non mi piace trasformare questi fatti in una leggenda personale. Il punto è quanto sia ancora forte il potere di intimidazione delle organizzazioni criminali nei confronti di un potere dello Stato».
Sua moglie l’ha raggiunta a Napoli?
«Lei ha la sua vita e il suo lavoro in Calabria. Non le ho mai chiesto di annullare la propria esistenza per seguire la mia. La mia famiglia ha già sopportato moltissimo a causa del lavoro che ho scelto».
Di cosa le è più grato?
«Siamo sposati dal 1990. Le sono grato per avere tenuto unita la famiglia e per avere cresciuto i nostri figli in condizioni molto difficili. Ho detto più volte, con sincerità, che i miei figli sono soprattutto figli di mia moglie, perché è stata lei a seguirli nella quotidianità mentre io ero in giro per lavoro».
Coltiva ancora l’orto in Calabria?
«Quando posso. Lavorare la terra mi riporta alle mie origini e mi dà un senso concreto del tempo. Ho sempre detto di sentirmi un agricoltore prestato alla magistratura».
I suoi figli sono specializzati uno in dermatologia e l’altro in chirurgia plastica e ricostruttiva. Quando riesce a vederli?
«Sono orgoglioso del fatto che abbiano costruito la propria vita con lo studio e il lavoro. Li vedo meno di quanto vorrei, poche ore al mese. Quando riusciamo a stare insieme, cerchiamo di vivere quel tempo con semplicità, senza trasformarlo in qualcosa di eccezionale».
E riesce mai a vedere insieme tutti i suoi fratelli?
«È difficile, in media ogni tre quattro anni, perché ciascuno ha la propria vita. Quando accade, però, torno a sentirmi semplicemente uno dei cinque figli della mia famiglia, non il procuratore o l’uomo sotto scorta».
Le sue Lezioni di mafie su La7 hanno superato il 7 per cento di share. Se lo aspettava?
«No. La prima puntata ha superato il 7 per cento di share e il milione di spettatori. Significa che esiste un pubblico disposto ad ascoltare ragionamenti complessi, purché siano esposti in modo chiaro».
Per il programma ha mantenuto il sodalizio con Antonio Nicaso, con cui ha firmato tutti i suoi libri.
«Con Nicaso siamo cresciuti assieme e nel 2006 abbiamo cercato di unire l’esperienza giudiziaria e investigativa all’analisi storica, sociale e culturale. I nostri libri hanno ricevuto molti riconoscimenti, tra cui, da ultimo, il premio Flaiano. In televisione abbiamo applicato lo stesso metodo, assieme a Paolo Di Giannantonio: spiegare senza semplificare troppo e senza trasformare i mafiosi in personaggi affascinanti. Ci ha fatto piacere ricevere il TV Talk Award come miglior programma d’informazione».
Ha cambiato idea sulle serie tv che hanno per protagonisti i boss?
«No. Continuo a pensare che alcune produzioni rischiano di rendere seducenti il linguaggio, l’abbigliamento e lo stile di vita dei criminali. Non chiedo censura. Chiedo responsabilità. Se il boss occupa tutta la scena e le vittime restano sullo sfondo, il racconto rischia di consegnargli un supplemento di mito».
Lei non rinuncia mai a incontrare gli studenti.
«Sono una parte fondamentale del mio lavoro pubblico. La repressione arriva quando il danno è già stato fatto. Con i ragazzi si può lavorare prima, spiegando che il modello mafioso non produce libertà, ricchezza o rispetto, ma paura, carcere e morte».
Nel 2014 sfumò la sua candidatura a Guardasigilli, nel 2022 quella a procuratore nazionale antimafia. In quale ruolo preferisce immaginarsi?
«Andrò in pensione tra due anni. Non mi immagino in nessuno dei due ruoli. Ho imparato a non pensare agli incarichi che non dipendono da me. Oggi sono procuratore della Repubblica di Napoli e cerco di fare bene questo lavoro. Quando terminerà, vedremo».
È a Napoli da quasi tre anni. Di quale risultato è più soddisfatto?
«Una procura non si misura soltanto dal numero degli arresti, ma dalla capacità di lavorare in modo coordinato, utilizzare le banche dati, ridurre i tempi, mettere in comunicazione uffici che prima procedevano separatamente e individuare le priorità. A Napoli non esiste solo la camorra. Esistono corruzione, criminalità economica, traffico di droga, reati ambientali, violenza urbana e infiltrazioni negli appalti. Il risultato più importante è avere costruito un metodo capace di affrontare insieme questi fenomeni».
De Laurentiis le ha più mandato i biglietti per lo stadio?
«Non ho tempo per andare allo stadio e, per ragioni di sicurezza, anche un invito apparentemente semplice richiede un’organizzazione complessa. Inoltre, preferisco evitare situazioni che possano essere interpretate come privilegi o cortesie dovute alla funzione».
Si è pentito di essersi esposto durante la campagna referendaria?
«No. Mi sono esposto perché ritenevo che la riforma potesse incidere sull’autonomia e sull’efficienza della giustizia. Posso avere usato espressioni troppo nette. Ma non mi pento di avere partecipato al dibattito, anche se ogni osservazione veniva trasformata in uno scontro personale o vista come espressione di una collocazione politica. La giustizia, invece, dovrebbe essere discussa partendo dai problemi concreti: durata dei processi, carenze di organico, mezzi tecnologici, edilizia giudiziaria e certezza delle regole».
Le è dispiaciuto di più sentire Nordio parlare del Csm come di un sistema «paramafioso» o Giusi Bartolozzi definire la magistratura un «plotone di esecuzione»?
«Sono entrambe espressioni gravi. Le parole contano, soprattutto quando vengono pronunciate da chi occupa ruoli istituzionali. Si può criticare duramente un’istituzione senza delegittimarla».
Le dimissioni di Bartolozzi e Delmastro le hanno dato soddisfazione?
«Non vivo la vita istituzionale come una partita nella quale qualcuno deve vincere e qualcun altro perdere. Mi interessa che chi esercita una funzione pubblica comprenda il peso delle proprie parole e delle proprie responsabilità».
Rimane il problema delle correnti nella magistratura. Come si può risolvere?
«Le correnti sono nate come luoghi di elaborazione culturale e sono degenerate quando si sono trasformate in strumenti per distribuire incarichi. Le nomine devono essere fondate su criteri verificabili: capacità organizzativa, esperienza, risultati, correttezza e attitudine alla direzione. Occorre inoltre responsabilizzare chi decide, rendendo chiare le motivazioni delle scelte».
Oggi è più potente Cosa Nostra, la ’ndrangheta o la camorra?
«Non è utile costruire una classifica assoluta. La ’ndrangheta mantiene una straordinaria forza nei traffici internazionali di cocaina, nel riciclaggio e nella capacità di costruire relazioni stabili all’estero. Cosa Nostra conserva una struttura, un prestigio criminale e una capacità di condizionamento che non devono essere sottovalutati. La camorra è più frammentata e visibile, ma possiede una grande capacità imprenditoriale, una forte presenza territoriale e una notevole rapidità nel rigenerarsi».
Qual è la più pericolosa?
«La mafia più pericolosa è quella che non vediamo, che non spara, che entra nell’economia legale e si presenta con il volto dell’imprenditore, del professionista o del mediatore».
Non ha nascosto la sua contrarietà al progetto del Ponte sullo Stretto. Le inchieste le stanno dando ragione?
«Un’inchiesta non può essere usata per dire: “Avevo ragione”. Le mie perplessità sul Ponte riguardano le priorità. La Calabria e la Sicilia hanno bisogno di ferrovie efficienti, strade sicure, porti collegati, ospedali funzionanti, servizi essenziali e soprattutto l’acqua, tutti i giorni, nelle case e nelle campagne».
Tre anni fa mi disse che non piange mai. È ancora così?
«Piango molto raramente. Non significa che non provi dolore. Probabilmente ho imparato a contenerlo e a trasformarlo in lavoro. Ci sono cose che ti colpiscono profondamente, ma non sempre il dolore si manifesta con le lacrime».
Chi è
La vita
Nicola Gratteri è nato nel 1958 a Gerace, in provincia di Reggio Calabria. Due anni dopo la laurea in Giurisprudenza, ha vinto il concorso per diventare magistrato. Dal 1989 vive sotto scorta a causa delle sue indagini sulla ‘Ndrangheta. Si è sposato nel 1990 e ha avuto due figli.
Il lavoro
Per anni ha lavorato come magistrato nella Direzione distrettuale antimafia. È stato nominato prima procuratore aggiunto di Reggio Calabria (2009), poi di Catanzaro (2016) e infine di Napoli (2023). È anche autore di numerosi bestseller sulla mafia. Nella foto qui sopra, Gratteri riceve il Premio nazionale Iustitia
8 agosto 2026
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