di
Federica Maccotta
Il compagno di mille avventure racconta il suo rapporto con il Maestrone
«Potevamo anche non suonare oggi, ma Francesco si sarebbe incazzato». Ellade Bandini, 80 anni, batterista al fianco di Guccini per 40 anni e più, risponde al telefono mentre sta andando a suonare «con i musici di Guccini» nella sera del funerale del Maestrone.
Avrebbe apprezzato.
«Diceva che è brutto andarsene con un funerale, è meglio un po’ di vino, dei canti, delle barzellette, delle risate. Per lui sarebbe stato bello affrontarlo come lo affronteremo questa sera, in un paese vicino a Benevento. Probabilmente verrà qualcuno, non lo so. O forse verranno anche in tanti, anche se è sperduto sulle montagne. Ci è sembrato giusto ricordarlo insieme in questo modo, suonando. Essendo i suoi musicisti, siamo come gli apostoli, siamo nei posti dove non sarebbe mai arrivato».
Quando vi siete incontrati la prima volta?
«Era una mattina fredda e gelida d’inverno del 1969 a Milano, davanti alla sala di registrazione, la Sax Record dove abbiamo registrato il disco L’isola non trovata».
Che impressione le aveva fatto?
«Sembrava un passator cortese, perché era vestito con un tabarro che nessuno portava allora, lo portavano i vecchi 50 anni prima, un cappello nero falde larghe e la barba nera. Siccome eravamo tutti in anticipo, sia lui sia Ares (Tavolazzi, il bassista, ndr) sia io, fu un’occasione per andare al bar a prendere un cappuccio e una brioche. Subito partì una sambuca. Lì abbiamo capito in che tunnel stavamo entrando. Abbiamo fatto una settimana di registrazione del disco, che è stato uno dei primi di Guccini che ha fatto veramente un grande successo. Da allora non ci siamo più lasciati».
Avete suonato insieme in molti dischi e poi anche dal vivo.
«Dopo l’incisione di Guccini, quello dove c’è Autogrill, Renzo Fantini diventò il suo manager e decise di fare in modo che i musicisti che avevano inciso i dischi andassero in giro con lui, che prima usciva in trio. La band poi è rimasta sempre la stessa, a parte qualche elemento che è cambiato: Roberto Manuzzi, Antonio Marangolo, Ares Tavolazzi, Vince Tempera, Juan Carlos Biondini e io. Dal 1981-82 siamo andati avanti fino all’ultimo concerto che ha fatto dal dal vivo».
Quando è stato?
«È stato quello di Bologna dove lui si sentì male per la prima volta. Eravamo allo stadio Dall’Ara di Bologna per un concerto per il terremoto. Mentre stava cantando l’ultimo brano, forse La locomotiva, cominciamo a sentire nelle spie che diceva frasi strane, aveva difficoltà a dire le parole. Noi musicisti eravamo pronti a saltar giù per andare a farlo smettere, la gente urlava di farlo di smettere di cantare… Hanno colto tutti che qualcosa non funzionava».
E poi?
«Alla fine sembra che stesse morendo già allora, eravamo tutti preoccupati. Ma fu un malore momentaneo in realtà: siamo andati in camerino e lui stava già bevendo un bicchiere di rosso».
Ci sono dei ricordi che ha particolarmente a cuore?
«Le cene dopo i concerti, la parte migliore di tutto questo. Tutti noi musicisti andavamo a cena e a volte ci chiedevano se era possibile provare a invitare anche Guccini. La cosa difficile non era invitarci, era mandarci via».
Cosa facevate?
«Partivano le battute, si cantava ancora, ma non i pezzi di Francesco. Francesco diventava Jazz Montana, cantava solo brani di Elvis Presley, parlava solo in questo slang italoamericano. Era un gioco, continuamente».
Vi siete divertiti tanto, insomma.
«C’ha lasciato sempre il massimo della libertà, aveva una fiducia veramente illimitata dei suoi coniglietti — ci chiamava così, come i coniglietti di Playboy, oppure ragazze».
Quando vi siete visti l’ultima volta?
«Siamo stati nell’osteria di fronte casa sua nell’osteria più circa un mese e mezzo fa. E prima ero andato a trovarlo quest’inverno quando era ricoverato a Bologna. La prima cosa che ci ha chiesto in ospedale, con una voce così flebile flebile, è stata “avete una barzelletta nuova da raccontarmi?”.
Lui adorava raccontare e farsi raccontare barzellette. Poi io sono tornato altre due volte all’osteria a Pavana, il gestore mi teneva informato. L’ultima volta, una settimana fa, mi ha detto “stiamo contando le ore”».
8 agosto 2026
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