di
Emilia Costantini
L’attore, premiato con la Palma d’Oro nel 2018, riceverà un premio alla carriera ad Acri (Cosenza). «Il cinema e l’arte mi hanno salvato»
«Facevo tutti i mestieri per mantenermi: cameriere, idraulico, macellaio, elettricista… Mi arrangiavo come potevo, il mio obiettivo era quello di imbucarmi sui vari set dove giravano film, per spiare, per imparare a fare l’attore: mi sono sempre nutrito di cinema».
E Marcello Fonte il mestiere l’ha imparato, arrivando anche a vincere la Palma d’Oro al Festival di Cannes 2018, come migliore attore in Dogman di Matteo Garrone. L’11 agosto sarà ospite d’onore e riceverà un premio alla carriera ad Acri (Cosenza), nella rassegna Cineincontriamoci di Mattia Scaramuzzo.
«Non so cosa succederà quella sera — continua l’attore —. Sono contentissimo perché per me tutto è iniziato nel quartiere di Archi a Reggio Calabria, dove ho imparato a giocare con la fantasia: il cinema e l’arte mi hanno salvato, un antidoto contro le mafie».
La Calabria è la terra dov’è nato, ma lei Marcello è cresciuto e si è formato professionalmente a Roma…
«Verissimo. Io già suonavo il rullante, il tamburo, nella banda del mio paese insieme a un gruppo di amici: ci esibivamo ovunque alle feste patronali per santi e madonne… Eravamo bravi, certe volte gli abitanti locali entusiasti ci tiravano i soldi dai balconi. Mio fratello, che viveva da qualche tempo nella Capitale, mi chiamò: stava partecipando a uno spettacolo teatrale dove serviva un musicista. Dovevo rimanere solo tre giorni: da allora, non mi sono più spostato, era la città giusta per iniziare il mio tragitto. Però a quel tempo non guadagnavo niente, mi sono rimboccato le maniche, mi arrabattavo in tutti i modi: tagliavo perfino i capelli a chi voleva farseli tagliare per strada!».
Poi, tra un’imbucata e l’altra sui set, hanno cominciato a notarla…
«All’inizio, comparsate, qualche sostituzione e, dal film di Alice Rohrwacher Corpo celeste in poi, ruoli veri e propri».
La svolta col film di Garrone, cui sono seguite altre sue interpretazioni diretto da Francesca Archibugi, Mimmo Calopresti, Milo Rau… e serie televisive.
«Matteo mi scritturò su consiglio di Elio Germano, di cui ero amico. Disse al regista: chi meglio di Marcello può fare quel ruolo? Feci il provino e… così fu: interpretai un uomo mite, che guarda il mondo con i suoi occhi da bambino e, dopo aver subito torti di ogni genere, combina quello che combina, un omicidio efferato».
La passione per il grande schermo, da dove è nata?
«Da mio padre. Era un contadino, ma era di fatto un attore: un narratore che recitava storie. Ma anche i miei fratelli e sorelle sono talentuosi: una famiglia unita e artistica. Vivevamo in una piccola casa e quando volevamo stare un po’ più larghi, andavamo in una delle baracche che costruiva mio padre. Ricordo una sensazione particolare: quando pioveva, le gocce cadevano sul tetto di lamiere e mi sembrava di sentire gli applausi di un pubblico immaginario».
Era un destino: da autodidatta a protagonista…
«È come fare un viaggio, dove non è importante l’arrivo, ma il percorso, passo dopo passo».
Lo ha già fatto in passato: tornerebbe dietro la macchina da presa?
«Non ho la presunzione di fare il regista, è una grossa responsabilità, occorre essere ben preparati, ma se dovesse capitare in futuro, perché no?».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
8 agosto 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA