di
Federica Nannetti

Barbara, la moglie del 42enne morto durante un intervento della polizia a Bologna: «Voglio giustizia e chiarezza per capire cosa è successo. Quando ho visto quelle immagini sono rimasta frastornata, ancora non me ne capacito»

Lui non ci sarà, ma saranno invece in tantissimi a ricordarlo, stretti ai suoi familiari partiti da Bologna e arrivati in Marocco con un centinaio di persone ad aspettarli. 

La sera dell’8 agosto, a Casablanca, per volere del fratello Mohamed, della sorella Khadija e della nipote Yossra, ci sarà un momento in memoria di Abderrahim Fakir, il 42enne morto lo scorso 19 luglio al Pilastro durante un’operazione di polizia. 



















































Il suo corpo è ancora a disposizione dell’autorità giudiziaria per le indagini per omicidio colposo, che stanno andando avanti con l’analisi dei numerosi filmati e del telefono in attesa degli esiti completi dell’autopsia; il legale dei fratelli e della nipote, avvocato Fabio Anselmo, ha depositato ulteriori memorie, utili, a suo avviso, a fare piena luce su quei drammatici momenti, ma a chiedere che venga fatta chiarezza c’è ora anche la moglie italiana, bolognese, di Fakir (erano separati ma non divorziati). 

La donna è assistita dall’avvocata Donata Malmusi: «Si deve fare chiarezza sui momenti antecedenti alla sua morte e al suo presunto stato di alterazione – dice la legale – Lo avevo sentito due giorni prima e stava bene. Perché era lì al Pilastro? Dove e con chi ha passato la notte? Elementi su cui occorre fare luce».

Barbara, quando è stata l’ultima volta che vi siete visti?
«Ci sentivamo spesso, nonostante la separazione siamo sempre rimasti in buoni rapporti, e l’ultima volta che ci siamo visti sarà stato un paio di mesi fa. Era un po’ preoccupato per il lavoro: da qualche tempo aveva una cooperativa di facchinaggio, se non sbaglio, che aveva qualche difficoltà; per questo era un po’ serio, quasi demoralizzato».

Nei giorni scorsi, per chiedere giustizia, si è esposta anche la moglie marocchina di Fakir. Lei la conosceva?

«Assolutamente no, sono un po’ caduta dalle nuvole, non me ne aveva mai parlato e io non ne sapevo nulla. Abderrahim e io ci siamo sposati a Bologna, con rito civile, nel 2010 e dopo un paio d’anni ci siamo separati, ma non abbiamo mai divorziato formalmente. Entrambi siamo andati avanti con la nostra vita, ma siamo sempre rimasti in ottimi rapporti».

E con gli altri familiari era ancora in contatto?
«Siamo rimasti in contatto nonostante tutto, ricordo bene la nipote, da piccola, il fratello e la sorella. Non ho ancora avuto il coraggio di chiamarli, per me è un momento molto difficile e doloroso, ma penso lo farò. Ognuno vive il lutto in modo proprio».

Era a conoscenza di patologie o di problemi come quelli che hanno portato Abderrahim ad accessi in pronto soccorso in stato confusionale?
«No, fin da piccolo soffriva di asma, ma non ero a conoscenza di nient’altro e anche l’ultima volta che ci siamo visti l’ho trovato assolutamente normale, se non più preoccupato per l’incertezza lavorativa».

Ha idea del perché quella domenica Fakir fosse al Pilastro?
«No, che io sappia non era un luogo che frequentava. Quando ho visto quelle immagini sono rimasta choccata, frastornata e ancora adesso non riesco a darmi pace».

Ci vuole lasciare un suo ricordo di Abderrahim?
«Era un uomo molto solare, amava scherzare, lo definirei quasi giocherellone. Non lo riconosco nella descrizione che ne è stata fatta in questi giorni; io lo porterò nel cuore con il ricordo dei primi anni insieme. Chiedo solo che la giustizia ora faccia il proprio corso».


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8 agosto 2026