di
Piero Di Domenico

Biondini è stato al fianco del cantautore dal 1976: «Andavamo sempre a Milano a registrare perché diceva che lì ci concentravamo di più. Ma poi era il primo a non concentrarsi. Non amava le folle, eppure quanti concerti»

Dal 1976 il chitarrista Juan Carlos Biondini, il «flaco» (il «secco»), argentino da anni a Parma, è stato ininterrottamente al fianco di Francesco Guccini. È sua la voce di Sancho Panza che duetta con il Maestrone in Don Chisciotte. Ieri sera ha ricordato l’amico di una vita con il gruppo I Musici di Guccini, in un concerto in Campania che hanno deciso di tenere lo stesso, anche se con la voce un po’ rotta.

Come vi eravate incontrati?
«Cinquant’anni fa era rimasto senza un chitarrista. Era un cantautore un po’ di nicchia e io collaboravo con la folksinger Deborah Kooperman che lo conosceva bene. C’era un concerto a Marzabotto e siamo andati a prenderlo in via Paolo Fabbri 43 perché non guidava. Era un omone imponente con la barba nera, sembrava Rasputin. Continuava a chiamarmi Franco e non “flaco”, non aveva capito bene».



















































È vero che gli piacevano poco gli studi di registrazione?
«Andavamo sempre a Milano perché diceva che lì ci concentravamo di più. Ma poi era il primo a non concentrarsi. Arrivava in studio alle 12,30, leggeva i giornali e poi ci chiedeva di andare a mangiare. Un pranzo in teoria frugale per gente che sta lavorando. Invece si facevano grandi mangiate e bevute con tanto di liquori. Al ritorno si metteva su un divano e si faceva una pennichella».

Poi cominciava?
«Quando si registra c’è comunque bisogno di una voce guida che canti, non voleva fare neanche quello. Spesso cantavo io prima e lui arrivava solo alla fine».

Preferiva la dimensione del concerto?
«Anche se era un gran pigro abbiamo fatto tanti concerti, compreso quello storico di Bologna nel 1984. Una volta eravamo all’ex Mattatoio di Roma, 20mila persone, con lui solo io e Jimmy Villotti. La sera prima da Vito aveva trovato il poeta della beat generation Gregory Corso, il giorno dopo era distrutto. Per dire che non stava certo lì a preoccuparsi su come prepararsi. L’ultima volta che ha cantato è stato al Dall’Ara per il terremoto dell’Emilia, poi basta. Un po’ perché era stufo, un po’ perché le canzoni di Francesco erano da ascoltare intimamente e invece venivano presentate in palazzetti con pubblici scalmanati».

È vero che non si prendeva troppo sul serio?
«Era la sua forza. Diceva: “Non ho mica paura se non viene più nessuno ai concerti, io volevo fare il bibliotecario”. Era uno che si è sempre accontentato di poco, niente macchinoni, ville o piscine».

I suoi primi anni a Modena, gli ultimi a Pàvana e in mezzo Bologna.
«Non aveva un buon ricordo della sua adolescenza a Modena. In Piccola città descrive la provincia emiliana benestante dove c’era ancora una separazione sociale netta, e lui se l’era un po’ legata al dito. Era invece innamorato di Pàvana dove era cresciuto, nel mulino dei nonni. Lì in agosto per un mese non toccava alcol. Per ricostituire il fegato, diceva. Alla fine ce l’ha fatta a morire a casa sua, senza dover andare in ospedale».

Bologna cosa ha rappresentato per lui?
«Per lui Bologna era Parigi, come ha detto in una canzone. È stata un salto enorme».


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9 agosto 2026