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Giusi Fasano, inviata

Nel paese amato dal cantautore, dove è morto il 6 agosto, nel giorno dei funerali si respira l’atmosfera dell’addio

Pavana L’addio che non si vede è nell’aria. Ovunque. Da una finestra affacciata sulla piazzetta accanto alla chiesa arrivano le note del vecchio e del bambino che si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera. Sulla facciata di una grande casa gialla c’è lui e una citazione dalla sua Amerigo: …e Pavana un ricordo lasciato tra i castagni dell’Appennino. 

Anche nelle chiacchiere al bar c’è lui, sempre lui. Francesco che «era uno di noi», Francesco che «amava la gente semplice», Francesco che «era un piacere starlo ad ascoltare». Non c’è corteo funebre, niente corone di fiori né campane a morto, come ha voluto la sua famiglia. Ma il silenzio no, quello è impossibile l’ultimo giorno di Francesco Guccini nella sua Pavana. Il Maestrone è sulla bocca di tutti. La sua discrezione, la sua gentilezza d’altri tempi, la sua curiosità. E le sue canzoni, ovvio. Sono nella mente di chiunque, da queste parti, e basta un titolo buttato lì in una conversazione perché qualcuno dei presenti canticchi un verso, racconti che l’ha scritta quel certo anno o che l’ha registrata giù, al vecchio Mulino dove andava da bambino. 



















































Mimmo, uno dei suoi più cari amici, si da un gran daffare dietro il bancone della sua Caciosteria, ristorante e rivendita di formaggi un chilometro più giù di casa Guccini. Scuote la testa mentre dice che «il personaggio è immortale quindi resterà per sempre, ma io ho perduto un amico». Un giorno di tanti anni fa quell’amico si presentò a pranzo assieme a Mauro Corona, lo scrittore. 

Mimmo ci racconta che Corona «prese un foglio e si mise a disegnare un autoritratto, e allora anche Francesco fece lo stesso e scarabocchiò se stesso su un foglio. Quando finì me lo regalò ed è l’unica sua immagine che mi sono permesso di usare qui dentro perché ho conosciuto bene la sua riservatezza. E anche se ho centinaia di fotografie assieme a lui mai ne ho esposta una perché gli avrei mancato di rispetto». Basta planare con lo sguardo sui formaggi e arrivare alla fine della vetrina per incrociare Francesco visto da Francesco: piccole onde d’inchiostro che tracciano barba naso, occhi e capelli. Sotto la sua firma e la data, 8 aprile 2010.

 «Quelli sì che per lui erano anni felici» giurano Diego, Lucia, Livio e Davide seduti a un tavolo del bar accanto alla pro-loco. La sala ha sullo sfondo un enorme dipinto che riproduce la copertina di Note di viaggio, album tributo dei grandi nomi della musica italiana che reinterpretano i classici di Guccini. È una parodia del Quarto Stato e «vede lassù a sinistra?» chiede Livio. «Quell’uomo lì è suo fratello Pietro, morto tanti anni fa». Del professore — «persona umile ma dalla cultura smisurata» — Livio (che vive nella casa accanto alla sua) dice che «finché la salute gliel’ha permesso, veniva da me nell’orto a prendere rucola e lamponi».

 Lucia, invece, è la nipote di Maria Antonia Guiso, la maestra di Guccini che lui citò in uno dei suoi libri e in mille occasioni con tenerezza, anche per dire che «mollava sonori ceffoni agli alunni». Le poche volte che è andata a trovarlo, per farsi aprire il cancello a Lucia è bastato dire «mia nonna era la maestra Maria Antonia», perché sapeva bene che c’erano vecchi ricordi per lui irresistibili. 

Per far capire quanto fosse schivo, Davide racconta che «ogni tanto dei gruppi gucciniani arrivano qui in camper per un raduno e suonano. Un anno lui venne su e disse: ragazzi, vi ringrazio ma non capisco perché venite. Io sono ancora vivo!». Ieri a Pavana anche se tutto parlava di lui nessuno ha osato prendere una chitarra e cominciare a cantare una sua canzone a squarciagola. «Siamo stati discreti per rispettare i desideri della famiglia» dicono anche i suoi fan più accaniti. 

Ma già nel pomeriggio in quest’angolo d’Appennino e oltre giravano messaggi d’invito via whatsapp: domani (cioè stasera) «dopo cena ci ritroviamo tutti nella piazza vicino alla chiesa per ricordare il maestro. Portate le chitarre, canteremo per tutta la notte». La sua Pavana lo saluterà con le canzoni non avendo potuto dirgli addio da vicino. Quasi nessuno, in paese, ha visto la sua bara allontanarsi sul carro funebre. Sul cofano un cuscino di erbe di campo, piantine di bosco, foglie e fiori: lo stesso omaggio scelto per Piero, il suo vecchio amico di giorni e pensieri cantato nella Canzone per Piero. Accanto a quella macchia verde una fotografia-collage dei suoi gatti, «da sempre gli unici animali della mia vita», come ricordava spesso lui. 

Il suo amico Mimmo è andato a trovarlo pochi giorni fa. «Era malinconico, mi ha detto “sono un vecchio malconcio”, ma poi abbiamo parlato di calcio e di tennis ed è sembrato tutto più leggero. Mi ha chiesto “come va il rossino?”, cioè Sinner». Quel vecchio malconcio che «aveva a cuore le persone semplici» e «dal quale si poteva solo imparare», è rimasto «lucidissimo fino alla fine». La morte l’ha vista arrivare. E chissà se ha ripensato alle parole di una vecchia intervista notturna per Rai Radio2. «La morte? Mi scoccia non esserci più», disse. «Mi infastidisce il fatto di non vedere quello che ci sarà dopo di me». 

9 agosto 2026