C’erano donne anziane che conservavano una memoria sorprendentemente buona nonostante nel loro cervello, dopo la morte, venissero riscontrate alterazioni neuropatologiche compatibili con la malattia di Alzheimer. E altre che, invece, avevano sviluppato un grave declino cognitivo. È uno dei grandi insegnamenti lasciati dal Nun Study, il celebre studio sulle suore americane che contribuì a cambiare il modo di guardare all’Alzheimer e, più in generale, all’invecchiamento del cervello. A distanza di decenni quella storia torna di straordinaria attualità, perché la seconda edizione delle linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità sulla riduzione del rischio di declino cognitivo e demenza, pubblicata il 15 luglio 2026, indica che fino al 45 per cento del rischio di demenza è attribuibile a fattori modificabili. Non significa che il 45 per cento delle demenze possa sicuramente essere evitato dal singolo individuo, né che chi conduce una vita sana sia protetto dall’Alzheimer. Significa qualcosa di diverso e scientificamente molto importante: una quota consistente del rischio complessivo è collegata a condizioni sulle quali è possibile intervenire, almeno in parte, nel corso della vita. E non parliamo soltanto di Alzheimer. La demenza è una sindrome che può essere provocata da diverse malattie del cervello. L’Alzheimer è la forma più frequente e rappresenta secondo l’OMS circa il 60-70 per cento dei casi, ma esistono anche demenza vascolare, demenza a corpi di Lewy, forme frontotemporali e numerose condizioni miste nelle quali degenerazione neuronale e danno vascolare possono sovrapporsi.
Il laboratorio naturale delle suore Il Nun Study prese forma negli Stati Uniti sotto la guida dell’epidemiologo David Snowdon e coinvolse centinaia di religiose delle School Sisters of Notre Dame. La scelta di una popolazione così particolare non era casuale. Le suore costituivano una sorta di straordinario laboratorio naturale dell’invecchiamento. Condividevano molti aspetti dello stile di vita, avevano un’assistenza sanitaria relativamente omogenea e, soprattutto, disponevano di documenti personali risalenti a molti decenni prima. Le partecipanti furono sottoposte nel tempo a valutazioni cognitive e cliniche e molte acconsentirono alla donazione del cervello dopo la morte. Uno degli aspetti più affascinanti della ricerca riguardò alcune autobiografie scritte dalle religiose quando erano giovanissime, mediamente intorno ai 22 anni. I ricercatori analizzarono la cosiddetta idea density, cioè la densità di concetti e informazioni contenuti nel linguaggio, insieme alla complessità grammaticale. Circa 58 anni più tardi quelle caratteristiche furono confrontate con le capacità cognitive delle stesse donne. Lo studio pubblicato su JAMA nel 1996 mostrò che una minore densità di idee negli scritti giovanili era associata a peggiori prestazioni cognitive nella vecchiaia e, nel piccolo gruppo per il quale fu possibile effettuare l’esame neuropatologico, alla presenza di malattia di Alzheimer. Naturalmente questo non significa che scrivere bene a vent’anni impedisca l’Alzheimer, né che analizzando un tema scolastico si possa prevedere chi svilupperà una demenza sessant’anni dopo. Il significato era molto più profondo: suggeriva che la vulnerabilità del cervello, così come la sua capacità di resistere agli effetti della patologia, potesse avere radici molto lontane nel corso della vita.
Quando le lesioni nel cervello non raccontano tutta la storia Un altro aspetto del Nun Study sarebbe diventato fondamentale per la neurologia moderna. Il confronto tra le condizioni cognitive osservate durante la vita e quello che successivamente emergeva dall’autopsia mostrò quanto complesso fosse il rapporto tra patologia cerebrale e manifestazioni cliniche. Persone con alterazioni neuropatologiche importanti potevano aver mantenuto capacità cognitive migliori rispetto ad altre. Da queste e da numerose altre osservazioni si è progressivamente consolidato il concetto di riserva cognitiva. Due persone possono cioè accumulare un danno cerebrale simile e manifestarne conseguenze cliniche differenti. Un cervello che nel corso della vita ha sviluppato reti più efficienti o strategie alternative potrebbe riuscire, almeno per un certo periodo, a compensare meglio la perdita di neuroni o connessioni. Istruzione, attività intellettuale, esercizio fisico, relazioni sociali e salute cardiovascolare sono progressivamente entrati in questa grande storia scientifica. Nessuno di questi elementi rappresenta da solo uno scudo contro la demenza, ma tutti contribuiscono a spiegare perché l’invecchiamento cerebrale non segua la stessa traiettoria in tutti gli individui.
Il nuovo studio: a 55 anni pressione, diabete e sigarette possono pesare per decenni. Proprio mentre l’OMS rilancia la prevenzione delle demenze arriva nel 2026 un dato particolarmente significativo. Una nuova ricerca pubblicata su Neurology, basata sul grande progetto epidemiologico americano ARIC, Atherosclerosis Risk in Communities, ha analizzato più di 12.400 persone, che all’inizio dello studio avevano mediamente circa 56 anni. I partecipanti sono stati seguiti per circa 26 anni e nel corso del follow-up più di 3.000 hanno sviluppato una demenza. I ricercatori hanno concentrato l’attenzione su tre fattori estremamente comuni: ipertensione arteriosa, diabete e fumo. Ed è emersa una differenza impressionante. Intorno ai 55 anni, le persone che non presentavano nessuno di questi tre fattori avevano davanti a sé mediamente circa 30,1 anni di vita senza demenza. Per chi presentava contemporaneamente tutti e tre i fattori, gli anni medi liberi da demenza scendevano a circa 17-17,5.
Una differenza vicina ai 13 anni. È però essenziale interpretare correttamente questo numero. Non significa che smettere di fumare e controllare diabete e pressione garantisca automaticamente tredici anni in più senza demenza. È un’associazione epidemiologica osservata in una grande popolazione, non una promessa applicabile matematicamente al singolo individuo. Ma il segnale è potente: la salute cardiovascolare nella mezza età sembra strettamente collegata alla quantità di vita che potremo trascorrere senza demenza.
Perché ciò che protegge il cuore può proteggere anche il cervello
Il cervello pesa una piccola frazione del nostro corpo ma necessita continuamente di ossigeno e glucosio ed è attraversato da una rete vascolare estremamente sofisticata. L’ipertensione mantenuta per anni può danneggiare le piccole arterie cerebrali. Il diabete altera metabolismo, endotelio e microcircolazione. Il fumo favorisce infiammazione, stress ossidativo e malattia vascolare. Nel corso dei decenni possono accumularsi lesioni della sostanza bianca, microinfarti e altri danni vascolari capaci di ridurre la capacità del cervello di sopportare ulteriori aggressioni. Questo punto è particolarmente importante perché ci permette di uscire da una visione troppo semplicistica delle demenze. Alzheimer e demenza vascolare non sono sempre due mondi completamente separati. Nelle persone anziane sono frequenti quadri misti nei quali patologia neurodegenerativa e danno cerebrovascolare convivono. Proteggere i vasi può quindi significare anche aumentare la capacità del cervello di fronteggiare altri processi patologici. Ed è qui che la lezione delle suore assume un significato ancora più moderno: non conta soltanto quanta patologia si accumula nel cervello, ma anche il terreno sul quale quella patologia si sviluppa e la capacità dell’organo di compensarla.
L’OMS cambia prospettiva: la prevenzione comincia decenni prima. Le nuove linee guida OMS del 2026 spostano definitivamente la prevenzione delle demenze lungo l’intero arco della vita. Nel mondo vivono con una demenza oltre 57 milioni di persone e ogni anno vengono diagnosticati quasi 10 milioni di nuovi casi. Secondo l’OMS, fino al 45 per cento del rischio di demenza può essere attribuito a fattori modificabili, tra cui fumo, consumo di alcol, isolamento sociale, inattività fisica, inquinamento atmosferico e malattie non trasmissibili come ipertensione e diabete. La seconda edizione delle linee guida amplia notevolmente il lavoro iniziato nel 2019. Tra gli interventi indicati figurano attività fisica, cessazione del fumo, riduzione del consumo di alcol, alimentazione equilibrata, stimolazione cognitiva e partecipazione ad attività sociali. Grande attenzione viene riservata al controllo delle condizioni cardiometaboliche: ipertensione, diabete e colesterolo elevato. Anche la perdita dell’udito entra nella strategia preventiva: quando appropriato, gli apparecchi acustici possono essere proposti nell’ambito della riduzione del rischio. C’è poi una novità significativa: l’OMS include nelle raccomandazioni anche la riduzione dell’esposizione all’inquinamento atmosferico, segno di quanto la prevenzione delle demenze stia passando da un approccio esclusivamente individuale a uno che coinvolge anche ambiente e politiche pubbliche.
Non basta un integratore. Le linee guida contengono anche un messaggio importante in un settore nel quale proliferano promesse commerciali. Per ridurre il rischio di declino cognitivo o demenza, l’OMS non raccomanda l’integrazione con vitamine B ed E, omega-3 e multivitaminici o minerali nelle persone che non presentano una carenza diagnosticata, perché le prove disponibili non dimostrano benefici sufficienti. Non esiste quindi una vitamina, un integratore o un singolo alimento che possa essere considerato una sorta di assicurazione contro Alzheimer e altre demenze. La prevenzione appare molto più simile a un mosaico costruito nel corso di decenni.
Il cervello di ottant’anni si protegge già a cinquanta Pressione controllata, niente fumo, prevenzione e trattamento del diabete, attività fisica, alimentazione equilibrata, mantenimento delle relazioni sociali e delle attività cognitive, protezione dell’udito e riduzione dei grandi fattori di rischio cardiovascolare possono contribuire, insieme, a modificare la traiettoria dell’invecchiamento cerebrale. Questo non cancella la genetica. L’età rimane il principale fattore di rischio per le demenze e alcune forme, come determinate demenze frontotemporali o rare forme familiari di Alzheimer, possono presentare una componente genetica particolarmente importante. Non possiamo quindi trasformare la prevenzione in un messaggio colpevolizzante: una persona può fare tutto correttamente e sviluppare ugualmente una demenza. Ma è altrettanto sbagliato cadere nel determinismo opposto e pensare che nulla di ciò che facciamo possa influenzare il destino del nostro cervello. Tra questi due estremi si trova oggi un enorme spazio per la prevenzione neurologica e cardiovascolare.
La lezione delle suore, quasi quarant’anni dopo Forse è questo il lascito più affascinante del Nun Study. Quelle religiose entrarono nello studio quando conoscevamo molto meno della biologia dell’Alzheimer. Accettarono test cognitivi ripetuti, valutazioni cliniche e, soprattutto, molte donarono il proprio cervello alla ricerca. Le loro vite permisero agli scienziati di mettere in relazione ciò che una persona era stata durante decenni con quello che, alla fine, era accaduto nel suo cervello. Oggi biomarcatori nel sangue e nel liquido cerebrospinale, PET, risonanza magnetica, genetica e nuove tecnologie consentono di osservare Alzheimer e altre patologie neurodegenerative con una precisione allora impensabile. Eppure una parte del messaggio rimane sorprendentemente semplice. La prevenzione della demenza non comincia quando iniziamo a dimenticare. Comincia molti anni prima. Il nuovo studio su pressione, diabete e fumo rende questa affermazione ancora più concreta: a 55 anni la salute delle nostre arterie è associata a differenze nella vita libera da demenza che possono essere misurate non in mesi, ma in molti anni. È il ponte ideale tra una ricerca iniziata osservando la vita di centinaia di suore e le linee guida dell’OMS del 2026. Perché Alzheimer, demenza vascolare e molte altre forme di deterioramento cognitivo hanno cause differenti e non possono essere prevenute tutte allo stesso modo. Ma la grande rivoluzione scientifica degli ultimi decenni consiste nell’aver compreso che una parte del rischio non è scritta in anticipo. E che il cervello che avremo a ottant’anni dipende, almeno in parte, anche da quello che accade alle nostre arterie, al nostro metabolismo e alla nostra vita sociale e cognitiva a quaranta, cinquanta e sessant’anni.
Bibliografia essenziale
World Health Organization. Risk reduction of cognitive decline and dementia: WHO guidelines, second edition. 15 luglio 2026.
World Health Organization. New WHO guidelines: up to 45% of dementia risk could be prevented or delayed. 15 luglio 2026.
Snowdon DA, Kemper SJ, Mortimer JA, Greiner LH, Wekstein DR, Markesbery WR. Linguistic ability in early life and cognitive function and Alzheimer’s disease in late life. Findings from the Nun Study. JAMA. 1996;275(7):528-532. doi:10.1001/jama.1996.03530310034029.
Snowdon DA et al. Nun Study, studi longitudinali e neuropatologici sull’invecchiamento cognitivo e sulla malattia di Alzheimer.
Atherosclerosis Risk in Communities (ARIC) Study. Analisi 2026 pubblicata su Neurology sull’associazione tra ipertensione, diabete e fumo nella mezza età e anni successivi di vita liberi da demenza.