di
Guido Olimpio

La minaccia non è una novità ma una conferma di un fenomeno noto da anni

L’allarme terrorismo lanciato su Ceuta è una conferma e non una sorpresa. Una minaccia precedente (e di molto) all’attuale emergenza. Ma è chiaro che la crisi al confine può aprire gli spazi che i militanti attendono, pronti a sfruttare qualsiasi situazione crei tensioni, metta sotto stress la sicurezza, distragga le «sentinelle».

Ceuta, insieme a Melilla, ha rappresentato un punto di reclutamento per la filiera jihadista. Una presenza formatasi sotto la bandiera di al Qaeda, rinforzata con la guerra in Iraq e l’arruolamento di elementi disposti a partire per Bagdad, ribadita dall’azione dello Stato Islamico.



















































Da oltre un decennio la polizia spagnola ha condotto inchieste per neutralizzare cellule estremiste, alcune animate da personaggi di spessore. Erano estremisti affascinati da Osama bin Laden e Abu Musab al Zarkawi, ma anche dalle linee guida di Abu Musab al Suri, l’ideologo dell’euro-jihadismo, un siriano con un passato a Londra e nella penisola iberica. Uno studio, uscito nel 2019 e dedicato all’islamismo radicale, segnalava come le due enclave in Nord Africa avessero rappresentato una costante fonte di pericolo. Nel medesimo report veniva sottolineato come il 40% dei circa 800 volontari marocchini partiti per unirsi alla rivolta irachena provenisse da aree limitrofe a Ceuta e Melilla.

L’azione radicale ha avuto diverse linee di sviluppo. Il primo. Creazione di gruppi all’interno del territorio coinvolgendo, quando è stato possibile, minori, ex militari e donne. Intensa l’attività in alcuni quartieri «difficili». Il secondo. Legame storico con la casa madre qaedista, quindi con il Califfato ma anche iniziative autonome coordinate da facilitatori con esperienze sui fronti della guerra santa. Il terzo. Rapporti con «fratelli» dall’altra parte della frontiera, in Marocco, e collusioni con affiliati residenti in Spagna. Il quarto. Contatti operativi e propagandistici con i movimenti nella regione del Sahel. Una doppia via: c’è chi è pronto a raggiungere il Mali o il Niger per partecipare alla guerriglia; i simpatizzanti ricevono input da questa realtà costantemente all’offensiva. Il quinto. La possibilità di agganciare reclute nella gran massa di disperati che puntano verso nord, iniziative per attirare dei convertiti.

La geografia ha certamente aiutato le mosse degli estremisti. L’enclave è a metà strada tra l’Europa e l’Africa, offre un punto d’appoggio ed è contigua al Marocco, uno dei più grandi serbatoi di reclutamento jihadista. Oltre ad andare in Afghanistan, in Iraq e in Siria i terroristi hanno agito in modo sanguinoso sul continente europeo: la strage di Atocha (Madrid), l’attentato sulle Ramblas a Barcellona, l’assalto al Bataclan ed altri episodi gravi hanno avuto come protagonisti uomini d’origine o di nascita marocchina.

Un’eredità del Gruppo islamico Combattente nato sotto l’egida di Bin Laden e Zawahiri, una fazione presente anche in Italia tra Piemonte e Lombardia.
Il Marocco stesso ha subito attacchi sanguinosi, è stato messo con le spalle al muro, prove dure che lo hanno spinto a creare apparati più efficaci per contrastare il nemico, compreso il BCIJ, l’ufficio giudiziario investigativo, una sorta di FBI. È nato così il taglia-erba, retate continue con fermi e arresti di persone sospettate di terrorismo. Una cadenza impressionante di operazioni appaiate al lavoro dell’intelligence, oggi tra le più informate sulla nebulosa del terrore. Anzi, per i spagnoli lo è anche troppo e non sono mancati sospetti e voci, una conseguenza delle relazioni tempestose tra Madrid e Rabat.

E a chiudere, restando nel campo della sicurezza, non va dimenticato il traffico di droga. Dalle coste marocchine parte un flusso massiccio di stupefacenti, network che sfrutta alleanze con il crimine spagnolo e gang internazionali. Ceuta non è fuori da questo giro e non è un caso che la polizia abbia scoperto un paio di tunnel usati dai narcos. A gestirli l’organizzazione guidata da Abdella el Haj Sadek, alias El Messi dell’hashish, soprannome dovuto alla sua passione per il calciatore e forse per l’abilità nel dribblare la Giustizia. L’Interpol è da anni sulle sue tracce ma Sadek ha evitato l’arresto mantenendo una sorta di semi-clandestinità favorita da qualche connessione. Vivrebbe nella zona di Frideq, cittadina vicino a Ceuta, e dal suo nascondiglio dirige il commercio con i clan basati nella regione compresa tra Gibilterra e Algeciras.

9 agosto 2026 ( modifica il 9 agosto 2026 | 10:07)