Poche cinematografie nazionali hanno saputo reinventare la paura tante volte quanto quella italiana. Una storia così ricca meritava di essere celebrata nel modo più inevitabile – e discutibile – possibile: con una classifica. Questa non è soltanto una selezione dei migliori horror italiani, ma una panoramica – in ordine cronologico – sulle diverse forme assunte dal genere nel nostro cinema: dal gotico al giallo, dagli zombie al cannibal movie, fino al folk e al body horror contemporaneo. Per questo ci siamo imposti una regola: un solo film per regista, invece di compilare la facile top 10 con quattro titoli di Dario Argento, tre di Mario Bava e tre di Lucio Fulci. Non sempre, quindi, abbiamo scelto il film migliore, ma quello che ci sembrava più utile per raccontare un autore, una stagione o una mutazione del genere.

Per lo stesso motivo – e per non trasformare la selezione in un elenco infinito – sono rimasti fuori titoli comunque meritevoli: il gotico a colori de Il mulino delle donne di pietra (1960) di Giorgio Ferroni, la paranoia politica de La corta notte delle bambole di vetro (1971) di Aldo Lado, l’occultismo proletario di Arcana (1972) di Giulio Questi, il giallo esoterico de Il profumo della signora in nero (1974) di Francesco Barilli, il gore necrofilo di Buio Omega (1979) di Joe D’Amato, l’horror pop e heavy metal di Dèmoni (1985) di Lamberto Bava, l’indipendenza brutale de Il bosco fuori (2006) di Gabriele Albanesi, il gotico famigliare di The Nest (Il nido) (2019) di Roberto De Feo e il folk horror sul lutto di Piccolo corpo (2021) di Laura Samani.

Ne è uscita una Top 10, preceduta da cinque honorable mentions attraverso cui recuperare alcuni film fondamentali che sarebbe stato troppo doloroso lasciare fuori.

  • I vampiri
    Riccardo Freda
    Menzione d’onore

    Il primo horror italiano dell’epoca sonora: un giornalista indaga su alcune ragazze ritrovate prive di sangue e su una nobildonna ossessionata dall’eterna giovinezza. Freda abbandonò il set prima della fine e Mario Bava completò il film, anticipando involontariamente il passaggio di consegne che avrebbe dato origine al gotico italiano.

  • Il demonio
    Brunello Rondi
    Menzione d’onore

    Dieci anni prima de L’esorcista, Purif viene considerata posseduta dopo aver maledetto l’uomo che l’ha respinta. Girato nella Basilicata rurale e ispirato alle ricerche antropologiche di Ernesto de Martino, mescola folk horror, neorealismo e studio della violenza esercitata da una comunità su una donna.

  • Danza macabra
    Antonio Margheriti
    Menzione d’onore

    Tra i più prolifici e versatili artigiani del cinema di genere italiano, Antonio Margheriti firma con Danza macabra una ghost story romantica in un sontuoso bianco e nero. Girato in quindici giorni con Barbara Steele, fu rifatto a colori pochi anni dopo dallo stesso Margheriti, che in seguito ammise che il colore ne aveva distrutto atmosfera e tensione.

  • Un tranquillo posto di campagna
    Elio Petri
    Menzione d’onore

    Un pittore in crisi si trasferisce in una villa veneta e diventa ossessionato dalla giovane donna che vi sarebbe morta durante la guerra. Maestro del cinema politico italiano, Petri piega qui la ghost story a una satira feroce del mercato dell’arte e dell’artista trasformato in produttore di merci. Il celebre pop artist Jim Dine realizzò i quadri del protagonista, mentre Ennio Morricone firmò la musica insieme al Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza.

  • Oltre il guado
    Lorenzo Bianchini
    Menzione d’onore

    Un etologo segue le immagini registrate da una fototrappola fino a un villaggio abbandonato sul confine tra Friuli e Slovenia, dove la piena del fiume gli impedisce di tornare indietro. Pochissimi dialoghi, un solo personaggio e il paesaggio sonoro come principale strumento di paura: horror regionale realizzato con mezzi minimi e ambizioni tutt’altro che piccole.

  • La maschera del demonio
    Mario Bava
    1960

    Tra Operazione paura, forse il Bava gotico più puro, e Reazione a catena, anticipatore dello slasher, abbiamo scelto La maschera del demonio perché è il punto da cui tutto comincia: il primo film firmato ufficialmente dal regista e quello che trasforma l’horror italiano in un fenomeno esportabile. La strega Asa viene condannata con una maschera chiodata sul volto, ma due secoli dopo ritorna per vendicarsi dei propri discendenti e impossessarsi della giovane Katia, interpretata (come la stessa Asa) da Barbara Steele, qui trasformata in icona del genere. Il film è liberamente tratto da Vij di Gogol’, che Bava leggeva ai figli prima di dormire. Tra scenografie di fortuna ma efficacissime ed effetti speciali improvvisati – come la zuppa di pomodoro, riso e uova in camicia utilizzati per mostrare gli occhi che ricrescono nelle orbite della strega – il film è un concentrato di artigianato poverissimo che sullo schermo sembra pura stregoneria. Tim Burton lo avrebbe ricordato come «uno dei primi film che mi hanno fatto capire il potere del cinema, nel senso delle immagini come parte della storia». Un potere già tutto racchiuso in quella maschera: impossibile vedere i suoi chiodi senza sentirsela addosso.

  • La casa dalle finestre che ridono
    Pupi Avati
    1976

    È il film che inventa il “gotico padano”: i castelli infestati si reincarnano in lande nebbiose, chiesette, paesi assolati e comunità che sanno tutto e non parlano. Stefano, giovane restauratore, arriva nella Bassa per recuperare un affresco di San Sebastiano dipinto dal misterioso Buono Legnani, il “pittore delle agonie”; più l’immagine riemerge, più affiora il segreto sanguinario protetto dal paese. L’idea nasce da una storia con cui una zia terrorizzava Avati da bambino, quella di un prete nella cui tomba sarebbe stato trovato il corpo di una donna. Tra gli sceneggiatori figura anche, abbastanza incredibilmente, Maurizio Costanzo. Appena tornato al cinema in 4K per il cinquantesimo anniversario, il film rientra ancora oggi – come Avati stesso ci ha raccontato, con grande umiltà – «fra i dieci film più spaventosi, italiani ed esteri».

  • Suspiria
    Dario Argento
    1977

    Avremmo potuto scegliere L’uccello dalle piume di cristallo, che reinventa il giallo italiano, o Profondo rosso, probabilmente il suo meccanismo più perfetto, o ancora Tenebre, il suo ritorno più feroce al genere. Abbiamo preferito Suspiria perché qui il regista smette quasi del tutto di raccontare e costruisce un incantesimo visivo. La ballerina americana Suzy Bannion (Jessica Harper) arriva in una prestigiosa accademia tedesca, dove le compagne scompaiono e dietro insegnanti e corridoi si nasconde una congrega di streghe. La trama è poco più di un filo per attraversare colori impossibili, scenografie sproporzionate e omicidi concepiti come numeri musicali. I Goblin composero la colonna sonora prima delle riprese e Argento la faceva suonare a volume altissimo sul set per innervosire gli attori. Il direttore della fotografia Luciano Tovoli parlò di un vero «nuovo alfabeto dei colori»: più che essere visto, Suspiria sembra qualcosa che si contrae intorno allo spettatore.

  • Zombi 2
    Lucio Fulci
    1979

    Anche per Fulci la scelta è dolorosa: Non si sevizia un paperino è il suo horror più politico, mentre …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà quello più visionario. Abbiamo scelto Zombi 2 perché è il film che ha trasformato Fulci in un regista di culto internazionale e ha reso il suo immaginario immediatamente riconoscibile in tutto il mondo. Quando una barca abbandonata approda a New York, la figlia del proprietario parte per un’isola caraibica dove i morti stanno tornando in vita. Il titolo lo presenta furbescamente come seguito di Dawn of the Dead, distribuito in Italia come Zombi, ma Fulci sostituisce ai morti viventi sociali di Romero cadaveri tropicali quasi mitologici e soprattutto putrefatti, cambiando per sempre l’immaginario del non-morto caraibico. La leggendaria lotta subacquea tra uno zombie e un vero squalo fu voluta dal produttore e girata da una seconda unità contro il parere di Fulci. Perfino il momento più fulciano del film, quindi, non è propriamente suo.

  • Cannibal Holocaust
    Ruggero Deodato
    1980

    Con questo film, “fondamentale” e “indifendibile” smettono di essere contrari. Un antropologo ritrova in Amazzonia le pellicole girate da quattro documentaristi scomparsi: le immagini rivelano che i presunti osservatori avevano torturato le popolazioni locali e fabbricato atrocità per ottenere materiale più sensazionale. Con quasi vent’anni di anticipo su The Blair Witch Project, Deodato trasforma il found footage in un dispositivo capace di far dubitare della realtà stessa delle immagini. Fin troppo: il film venne sequestrato e il regista dovette dimostrare che gli attori erano ancora vivi. Le uccisioni degli animali erano invece reali e, insieme alle controverse condizioni di lavoro sul set, rendono tanto brutale quanto ipocrita una denuncia dello sfruttamento costruita attraverso altro sfruttamento. Deodato sosteneva di avercela con i media perché cercano «qualcosa che aumenti l’audience»: Cannibal Holocaust fa esattamente lo stesso, ed è anche per questo che continua a disturbare.

  • Dellamorte Dellamore
    Michele Soavi
    1994

    Deliria è lo slasher della maschera da civetta, compatto e stilizzatissimo, tanto da sembrare oggi un progenitore analogico di Hotline Miami. La chiesa, nato come terzo capitolo di Dèmoni, è invece un gotico apocalittico più solenne e monumentale. Ma abbiamo scelto Dellamorte Dellamore perché contiene tutto Soavi e chiude, con malinconica consapevolezza, la stagione classica dell’horror italiano. Francesco Dellamorte custodisce il cimitero di Buffalora, dove i morti risorgono dopo sette giorni e lui li elimina con la stessa rassegnazione con cui compilerebbe una pratica comunale. Poi s’innamora, mentre il confine tra vivi e defunti si dissolve e la provincia si rivela più assurda dell’aldilà. Il film deriva dal romanzo di Tiziano Sclavi e Rupert Everett fu scelto anche perché il suo volto aveva ispirato quello di Dylan Dog. Zombie, fumetto, sesso, commedia nera e filosofia convivono inspiegabilmente, con il risultato che Martin Scorsese lo definì uno dei migliori film italiani degli anni Novanta.

  • Sicilian Ghost Story
    Fabio Grassadonia, Antonio Piazza
    2017

    Con un grande salto temporale, sintomo di un periodo di secca durato decenni, scegliamo Sicilian Ghost Story per allargare la lista verso un horror politico e meno canonico. Luna rifiuta l’omertà degli adulti che circonda la scomparsa del compagno Giuseppe e prova a raggiungerlo attraverso boschi, laghi, sogni e visioni. Dietro la fiaba c’è la storia purtroppo vera del dodicenne Giuseppe Di Matteo, rapito da Cosa Nostra e tenuto prigioniero per 779 giorni prima di essere ucciso. Grassadonia e Piazza hanno definito il film una «collisione» tra realtà e fantasia: l’unico modo per restituire al ragazzo, almeno nel cinema, la possibilità di essere salvato. Fu scelto per aprire la Semaine de la Critique di Cannes, prima volta per un film italiano.

  • Suspiria
    Luca Guadagnino
    2018

    Licenza poetica, trattandosi di una co-produzione italo-americana, ma necessaria, data la qualità e l’ambizione dell’opera. L’unico modo sensato di toccare un classico come quello di Argento era tradirlo completamente: Guadagnino abbandona i colori primari per una tavolozza invernale e vira verso il body horror, la danza come disciplina dei corpi e la rimozione politica tedesca, raccontando la storia della ballerina Susie Bannion (Dakota Johnson) che nella Berlino del 1977 entra nell’accademia Markos mentre fuori esplodono le tensioni della Guerra fredda e della RAF. Tilda Swinton interpreta tre personaggi, compreso uno psicanalista attribuito per mesi all’inesistente attore Lutz Ebersdorf; secondo Guadagnino, solo lei poteva incarnare «Io, Super-io ed Es». Thom Yorke prende invece il posto dei Goblin con una colonna sonora che non prova neppure a imitare l’originale, ma possiede la poesia e la sottigliezza di un album dei Radiohead. Suspirium è forse una delle canzoni più belle che abbia mai sentito: il fatto che sia nata per questo film ne garantisce già la presenza in lista. Ma il Suspiria di Guadagnino è un tale capolavoro che ci sarebbe entrato anche senza la colonna sonora. Chiudete l’articolo se dico che è meglio dell’originale di Dario Argento?

  • Go Home – A casa loro
    Luna Gualano
    2018

    Uno zombie movie politico, fieramente indipendente e sovversivo. Durante una manifestazione contro l’apertura di un centro d’accoglienza scoppia un’epidemia: Enrico, militante di estrema destra, è costretto a rifugiarsi proprio tra i migranti che voleva cacciare, nascondendo la propria identità. Gualano applica la lezione di Romero all’Italia contemporanea, facendo degli zombie una metafora esplicita del razzismo e della paura dell’altro. Il film nasce attraverso il crowdfunding, coinvolge interpreti professionisti e non professionisti in un laboratorio con persone ospitate nei centri d’accoglienza ed è recitato in più lingue. Zerocalcare ha disegnato la locandina: dettaglio perfettamente coerente con l’energia punk e militante dell’intero progetto.

  • Piove
    Paolo Strippoli
    2022

    Tra il metacinema internazionale targato Netflix di A Classic Horror Story e il culto alpino alla Midsommar de La valle dei sorrisi, uscito lo scorso anno, di Strippoli abbiamo scelto Piove perché porta l’horror dentro la città e dentro una rabbia molto italiana. Durante un temporale, dalle fogne di Roma sale un vapore che trasforma ogni rancore represso in violenza omicida; al centro del contagio c’è una famiglia già distrutta dal lutto e dall’incapacità di parlarsi. Strippoli ha spiegato di non voler imitare l’horror d’importazione, ma «usare il genere per raccontare un disagio, un rancore»: qui il vero agente patogeno è ciò che i personaggi avevano dentro già prima della pioggia. Fu la prima sceneggiatura horror a vincere il Premio Solinas. La produzione lo aveva autoclassificato 14+, ma la commissione ministeriale respinse per due volte la proposta e impose il divieto ai minori di 18 anni. Il film fu riclassificato 14+ dopo il ricorso al TAR, che riconobbe la funzione allegorica e non gratuita della violenza. Una storia sulla rabbia adolescenziale rischiava paradossalmente di essere vietata proprio agli adolescenti.