Condividi










Colleghi che organizzano briefing sulla situazione lavorativa. In ufficio seduti al desk, anche in una call se la distanza non permette la presenza fisica, perché il brainstorming è importante, c’è una deadline, non sia mai salti la partnership per non aver raggiunto il target, visto che il ceo ha chiesto il report ASAP, ovvero as soon as possible.

You get it? Certo certo, come no? Of course.

Of course sì, ma che fatica però. Che fatica oppure che peccato, dipende dai punti di vista e anche dalle sensibilità nostalgiche che vorrebbero parlare di care vecchie “riunioni”, “videochiamate”, “scadenze”, “obiettivi” e quant’altro di traducibile esista. Sensibilità che mentre ricordano con un sorriso l’epoca del “noio volevan savuar l’indirisss” di Totò e Peppino, comprendono pure come ormai, a settant’anni esatti da quel film, parlare correttamente inglese sia ormai diventato imprescindibile. Esattamente come intercalare certi termini nella lingua italiana, funzionali come sono per esprimere subito concetti chiari, utili a trasmettere competenza e produttività.

L’inglese serve oggi per raccontare e raccontarsi, e non più solo sul piano professionale. Perché sempre di più e ormai sempre più spesso in inglese si descrive anche l’aspetto sentimentale che si serve di certe espressioni per abbreviare concetti psicologici o dinamiche di coppia complesse. All’inglese funzionale di chi fa, insomma, si è affiancato l’inglese emotivo di chi “sente” e lascia che l’italiano deleghi all’idioma straniero il compito di definire gli aspetti più profondi delle relazioni.

Come si parla di sentimenti oggi

Frequenti oggi le dinamiche di una situationship, non di una relazione che non si riesce a definire perché a metà strada tra l’amicizia e l’amore. Oppure le vicende di chi ha gosthato o è stato ghostato, fantasma o vittima lui stesso di un fantasma (gosth, appunto) che ha messo fine a ogni contatto senza dare alcuna spiegazione. Tante poi le discussioni sulle “red flag” che indicano comportamenti scorretti o manipolatori, segnali d’allarme che evidentemente con la definizione di “bandiera rossa” non avrebbero la stessa intensità. 

E pure quelle su quanto qualcosa o qualcuno sia capace di cringiare, di mettere in imbarazzo o in forte disagio, scomode almeno quanto parlare di chi è abile stratega nella manipolazione affettiva e sommerge qualcuno di attenzioni e promesse fin dall’inizio di una relazione per arrivare a controllarlo, ché “bombardamento d’amore” mai avrà la stessa efficacia semantica di “love bombing”.

Perché le emozioni parlano inglese 

Ma da quando abbiamo iniziato a definire le relazioni, le emozioni e i sentimenti con termini inglesi? E perché sono entrati così tanto nel linguaggio comune?

“La diffusione dei social media ha contribuito a generare nuovi modi di stare in relazione, mediati dagli strumenti digitali che hanno richiesto la necessità di parole nuove per essere narrati” osserva lo psicoterapeuta Matteo Mazzucato in un approfondimento pubblicato sul sito Unobravo, spiegando come espressioni del tipo love bombing, breadcrumbing (che descrive il dare “briciole” di attenzione affettiva per tenere qualcuno legato a sé senza impegno) o gaslighting (forma di abuso in cui si manipola la realtà per far dubitare la vittima della propria sanità mentale) siano diventate punto di riferimento comune sia per circoscrivere ciò che si sta vivendo, sia per sentirsi parte di una comunità che può accogliere e riconoscere ciò di cui sta parlando. Un modo, insomma, per sentirsi meno soli in una situazione di turbamento che forse, altrimenti, sarebbe più complessa da elaborare.

Ma ricorrere a espressioni inglesi può anche risultare un espediente ricollegabile al cosiddetto “foreign language effect”, teoria elaborata dal neuroscienziato Albert Costa nel 2014 secondo cui la lingua che si sceglie di parlare, che sia quella madre o una straniera, non modifica soltanto il vocabolario utilizzato, ma altera anche il livello di coinvolgimento emotivo rispetto al tema trattato. In base a questo assunto, dunque, usare un termine inglese per definire un trauma relazionale (“ho subito ghosting”, per esempio) riduce la carica dolorosa dell’evento rispetto all’uso dell’italiano (“lui/lei è sparito/a, sono stato mollato in tronco” è ben più forte nell’immagine e nella sensazione evocata) proprio perché la parola straniera agirebbe come un filtro, creando un distacco cognitivo che protegge dall’impatto emotivo diretto.

Quanto serve (ancora) parlare in italiano

Ricorrere a un’espressione straniera pare proprio aiuti a lenire una sofferenza, a placare la sensazione di solitudine all’interno di un fenomeno collettivo e anche a rendere subito comprensibile una dinamica complessa. E perciò va bene così, allora ben vengano etichette anglofone se servono come strumento di auto-aiuto emotivo. 

Purché non diventi un espediente, però, una scorciatoia percorribile per rinunciare alle sfumature della lingua italiana, così ricca di vocaboli anche sentimentali che omettere per poi dimenticarli sarebbe davvero un peccato: significherebbe rinunciare alla capacità di riconoscere prima e descrivere poi, la specificità di emozioni uniche nella loro complessità. A raccontarsi nella singolarità di un vissuto che le formule linguistiche potranno cogliere sì, ma mai approfondire del tutto.