di
Aldo Grasso
Le squadre cambiano formazione come si cambiano i costumi da bagno e il risultato, ufficialmente, non conta. Ma sono un rito collettivo di immaginazione
A Perth vince l’Inter. Dimarco e Diouf firmano il 2-1 con la Juve. Il Milan ne prende 3 dal Chelsea. Il Toro vince ai rigori… C’è qualcosa di ontologicamente estivo nelle partite amichevoli. Si giocano quando il campionato è quasi alle porte, le squadre cambiano formazione come si cambiano i costumi da bagno e il risultato, ufficialmente, non conta. Eppure, le guardiamo. Anzi, le guardiamo — divano e ventilatore — proprio perché non contano nulla.
La partita amichevole è il calcio prima del calcio: una specie di trailer della stagione, con il vantaggio che nessuno può ancora accusare il regista di aver sbagliato il finale. Un nuovo acquisto fa un buon movimento e subito diventa «un grande colpo»; un giovane entra e segna e già si parla di «esplosione»; un allenatore prova un modulo e i commentatori scoprono una «nuova identità». Basta poco per trasformare un giocatore in una promessa e una promessa in una certezza.
È il momento più incosciente dell’anno calcistico perché tutto è ancora possibile. Le amichevoli sono partite di speranza: non hanno la crudezza della classifica, la ferocia dei tre punti, il peso degli errori. Sono calcio senza conseguenze, dunque calcio allo stato puro, almeno nelle intenzioni. Persino una sconfitta viene metabolizzata con eleganza: «È solo una preparazione», «le gambe sono pesanti», «devono smaltire i carichi».
L’amichevole possiede infatti un meraviglioso alibi: qualunque cosa accada, non è ancora successo niente. E proprio per questo può succedere tutto. Ma c’è di più. L’amichevole è un esercizio collettivo di immaginazione. Serve all’allenatore per provare, al giocatore per mettersi in mostra, al giornalista per anticipare gli scenari, al tifoso per costruirsi il suo romanzo stagionale. Ogni estate nasce una squadra invincibile, destinata poi a fare i conti con la realtà.
In tv, poi, l’amichevole è quasi una liturgia del desiderio. Le inquadrature indugiano sulle tribune, sui nuovi arrivati, sulle maglie ancora immacolate. Si parla di mercato più che di partita, di condizione atletica più che di tattica. Il calcio diventa un grande «vedremo». E il «vedremo» è una delle parole più potenti dello sport. E, ovviamente, della tv.
9 agosto 2026 ( modifica il 9 agosto 2026 | 16:04)
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