Il mal di schiena è uno dei disturbi più diffusi al mondo. Può durare pochi giorni oppure diventare un compagno di vita, limitando movimenti, lavoro e attività quotidiane. Ma quando comincia davvero a deteriorarsi la colonna vertebrale? E si potrebbe intervenire prima che il danno diventi importante?

Una nuova ricerca delle Università di Edimburgo e Bristol prova a rispondere proprio a queste domande.

Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Communications Biology, ha permesso di osservare alcuni dei cambiamenti che avvengono prima che compaiano danni evidenti tra le vertebre. Una sorta di fase iniziale della degenerazione che, se confermata anche nell’uomo, potrebbe diventare un nuovo obiettivo per future terapie.

Gli “ammortizzatori” della nostra schiena

Tra una vertebra e l’altra si trovano i dischi intervertebrali. Possiamo immaginarli come piccoli ammortizzatori: aiutano la colonna a sopportare le sollecitazioni e permettono alla schiena di piegarsi e muoversi.

Con il passare degli anni questi dischi possono modificarsi, perdere parte delle loro caratteristiche e andare incontro a degenerazione.

I ricercatori si sono concentrati sul collagene IX, una proteina importante per mantenere organizzata la struttura dei tessuti della colonna.

Per capire cosa succede quando questo sistema non funziona correttamente, hanno studiato il pesce zebra, o zebrafish, molto utilizzato nella ricerca biomedica.

Negli animali privati della funzione di un gene legato al collagene IX, con l’invecchiamento sono comparsi deterioramento dei tessuti, depositi minerali anomali e fusioni tra vertebre.

Alterazioni che presentano alcune somiglianze con quelle osservate nella degenerazione della colonna nell’uomo.

La sorpresa: tutto potrebbe cominciare prima

È qui che arriva il risultato più interessante.

Osservando nel tempo la colonna degli animali, gli scienziati hanno scoperto che il tessuto cominciava a perdere la sua normale organizzazione prima della comparsa dei depositi minerali e delle fusioni vertebrali.

Questo cambia la prospettiva: ciò che vediamo quando il danno è ormai evidente potrebbe essere soltanto una fase avanzata di un processo biologico iniziato molto prima.

I ricercatori hanno quindi cercato di capire quali meccanismi fossero coinvolti, trovando alterazioni in diversi processi che regolano il metabolismo cellulare, compresi quelli legati ai grassi e al fosfato.

E c’è un secondo risultato interessante: agendo con alcuni farmaci su questi meccanismi, negli animali è stato possibile ridurre la mineralizzazione e le fusioni delle vertebre.

È un’indicazione importante per la ricerca, ma non significa che sia stata trovata una nuova cura per il mal di schiena. Prima di parlare di terapie per le persone sarà necessario verificare se gli stessi meccanismi sono presenti e possono essere modificati in sicurezza anche nell’uomo.

Mal di schiena, un problema per 619 milioni di persone

Capire meglio questi processi è importante anche per le dimensioni del problema.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2020 circa 619 milioni di persone nel mondo soffrivano di lombalgia. Entro il 2050 potrebbero diventare 843 milioni.

La lombalgia è inoltre la principale causa di disabilità a livello mondiale.

Quando parliamo di mal di schiena, però, bisogna evitare un errore molto comune: pensare che una colonna che mostra segni di “usura” debba necessariamente fare male.

Dolore e degenerazione non sono la stessa cosa.

Circa il 90% delle lombalgie viene infatti definito “non specifico”: nella maggior parte dei pazienti non è possibile individuare una singola lesione o malattia che spieghi con certezza il dolore.

Anche trovare alla risonanza un disco deteriorato, quindi, non significa automaticamente aver trovato la causa del mal di schiena.

Cosa fare quando arriva il dolore?

Nella maggior parte dei casi di lombalgia comune, le indicazioni internazionali invitano a continuare a muoversi, compatibilmente con il dolore, e a evitare lunghi periodi di immobilità.

Attività fisica, esercizio e percorsi riabilitativi adeguati possono avere un ruolo importante. Anche radiografie e risonanze non sono sempre necessarie: gli esami vengono indicati quando il medico ritiene che possano essere utili per modificare la diagnosi o il trattamento.

La ricerca di Edimburgo e Bristol, dunque, non ha scoperto la cura del mal di schiena.

Ha però aperto una strada interessante: capire cosa accade nei tessuti prima che la degenerazione diventi evidente.

Se questi meccanismi saranno confermati anche nell’uomo, in futuro l’obiettivo potrebbe non essere soltanto trattare le conseguenze del deterioramento della colonna, ma provare a intercettare il processo molto prima.

Kague E. et al., Targeted modulation of phosphate and lipid metabolism reduces ligament mineralization in col9a1b deficient zebrafish, Communications Biology, 28 luglio 2026, DOI 10.1038/s42003-026-10702-1.
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