Quella sensazione di avere la testa “più lenta” quando la stanza diventa rovente potrebbe non essere soltanto un’impressione. Un nuovo studio pubblicato il 9 agosto 2026 su Scientific Reports ha sottoposto 36 studenti universitari sani a nove diverse combinazioni ambientali, ottenute incrociando tre temperature — 22, 35 e 40 °C — con tre temperature di colore della luce LED: 3000, 4000 e 6000 kelvin. Tutti i partecipanti hanno sperimentato tutte le condizioni, in ordine randomizzato e in sessioni separate. Dopo 15 minuti di adattamento venivano chiamati a svolgere due test: il 2-back, che mette alla prova la memoria di lavoro, e lo Stroop, utilizzato per valutare attenzione esecutiva e capacità di ignorare informazioni irrilevanti. Più la temperatura saliva, più tendevano ad allungarsi i tempi di risposta e a ridursi la precisione.
I numeri rendono bene l’idea. Nel test di memoria, a 22 °C i tempi medi di reazione oscillavano tra 515–550 millisecondi a seconda dell’illuminazione; a 40 °C salivano a 610–670 millisecondi. Anche l’accuratezza scendeva: dal 91,2–93,1% osservato a 22 °C all’84,7–87,8% a 40 °C. Un andamento simile è emerso nello Stroop: le risposte passavano da circa 680–710 millisecondi a 22 °C a 785–835 millisecondi a 40 °C, mentre la percentuale di risposte corrette diminuiva di alcuni punti. Tra 22 e 40 °C, nel complesso, i ricercatori hanno osservato oltre 100 millisecondi in più nei tempi di reazione e un calo dell’accuratezza nell’ordine del 5–8%. L’effetto statistico della temperatura sui tempi di risposta è risultato particolarmente ampio in entrambi i test.
Lo studio ha provato a capire anche se cambiare la luce potesse “compensare” almeno in parte il caldo. Le lampade erano impostate a 3000 K, una luce più calda, 4000 K e 6000 K, una tonalità visivamente più fredda. In generale, nella condizione a 6000 K i partecipanti tendevano a rispondere un po’ più velocemente e, in alcuni casi, con maggiore precisione, soprattutto con il caldo moderato. Ma l’influenza dell’illuminazione era decisamente inferiore a quella della temperatura. A 40 °C cambiare tonalità della luce non riusciva a cancellare il peggioramento osservato nelle prestazioni cognitive. Anche il modello a rete bayesiana utilizzato dagli autori ha individuato nella temperatura le associazioni più robuste con i tempi di risposta: il supporto statistico raggiungeva il 88% per il test di memoria e il 91% per lo Stroop. La letteratura precedente suggerisce da tempo un possibile rapporto tra stress termico e prestazioni mentali, anche se i risultati degli studi non sono sempre uniformi.
Questo non significa, però, che a 35 °C il cervello “smetta di funzionare” o che ogni persona perda automaticamente la stessa quota di capacità mentale. Il campione era piccolo, formato esclusivamente da giovani universitari sani, e l’esperimento si è svolto in condizioni artificiali e controllate. Inoltre non sono stati monitorati parametri fisiologici come temperatura corporea e altre risposte dell’organismo al caldo. Gli stessi autori sottolineano che serviranno studi più grandi, su popolazioni differenti e in ambienti reali. Il messaggio più solido è che, quando serve mantenere attenzione, memoria di lavoro e rapidità decisionale, controllare la temperatura dell’ambiente sembra contare molto più che intervenire sulla tonalità della luce. Un dato tutt’altro che marginale per scuole, uffici e luoghi di lavoro durante le ondate di calore: anche l’Organizzazione mondiale della sanità ricorda che il caldo estremo può rendere più difficile lavorare e apprendere, ridurre la produttività e aumentare il rischio di incidenti.

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Yazdanirad S., Dehghan H., Mousavi S.M. et al. “Cognitive performance evaluation under exposure to heat and light color temperature: a bayesian network modeling approach in laboratory conditions”. Scientific Reports, pubblicato il 9 agosto 2026. DOI: 10.1038/s41598-026-65508-2.

