di
Fernando Pellerano

Il cambiamento climatico e le sfide nelle città: «Un nuovo stadio è un tipo di infrastruttura per cui vale la pena concedere delle eccezioni. Mi auguro che verrà posta estrema attenzione al tema della sostenibilità»

Il cambiamento climatico pone una questione di vivibilità e sostenibilità per le nostre città, antiche e densamente costruite, trasformate in isole di calore. Per difendersi meglio dal caldo, da tempo si parla di depavimentare e impiantare alberi nei centri urbani. All’estero ci sono esempi importanti, a Parigi come a Barcellona.

Architetto Lorenzo Castagnetti, qual è il suo pensiero?
«In Italia siamo sempre in ritardo. Penso a linee strategiche distinte per i centri storici, rispetto alle periferie. Le iniziative attuate negli altri Paesi non sono replicabile nei nostri centri, che hanno una densità costruttiva molto elevata e strade di dimensioni esigue: depavimentazione e piantumazione non apporterebbero contributi significativi, al contrario di altre aree urbane. In centro serve una drastica riduzione del traffico e un importante efficientamento energetico degli edifici (pubblici in primis e privati)».

Per attuare progetti efficaci servono interventi importanti e coraggiosi. A parte la politica, un ruolo importante lo svolge la Soprintendenza: cosa si auspica?

«La Soprintendenza, che si occupa del 60% del patrimonio artistico-culturale mondiale, opera con personale sotto organico, per cui è innanzitutto auspicabile una sua riorganizzazione interna che ne permetta maggior efficacia e tempestività. Mi auguro un’apertura verso tutti i soggetti coinvolti nei processi di trasformazione delle nostre città (privati compresi) e più duttilità, in termini di sviluppo tecnologico ed approccio progettuale».



















































Quali altre soluzioni a breve e medio termine si possono attivare in città?
«Bisogna tutelare le aree verdi e le risorse naturaliQuindi, maggiore qualità e cura nella progettazione degli spazi pubblici, che tuttora non vedo: penso al restyling di piazza Minghetti o di piazza San Francesco. L’ultimo intervento urbanistico che abbia portato del verde all’interno della cinta muraria risale al 1992, la Manifattura delle Arti di Aldo Rossi».

Nella progettazione di nuovi edifici quanti margini migliorativi di ottimizzazione climatica ci sono ancora?
«Molto ampi. Lo sviluppo tecnologico offre nuove soluzioni e nuovi materiali. A oggi lo scoglio maggiore è chiaramente rappresentato dalla filiera costruttiva, ancorata a prassi e processi produttivi anacronistici, difesi per motivi meramente economici».

Tornando a gli alberi e alla depavimentazione: a Ferrara sono partiti diversi progetti, a Bologna il primo riguarderà piazza Roosevelt col parcheggio interrato a due piani e sopra un bosco, con alberi anche di prima grandezza. Dovesse fare tre interventi in città, dove e come se li immagina?
«Rispolvererei il fantomatico progetto di fine anni ‘80 che prevedeva l’interramento di tutta via Irnerio per lasciare spazio a un grande prato al posto dell’attuale sede stradale. Replicabile anche in altre grandi arterie; a una progressiva pedonalizzazione del centro, per me ineluttabile, seguirebbe la piantumazione di alberi; e poi sistemi di ombreggiamento amovibili».

In tante porzioni di centro storico, meno attraversate dalle auto e quasi pedonali, si potrebbe sostituire l’asfalto o le pietre con superfici permeabili. Ai Giardini Margherita e alla Montagnola ci sono ampi viali bitumati. Il costo supererebbe il beneficio?

«Ci sono infinite soluzioni per la realizzazione di manti stradali esteticamente compatibili e al contempo performanti. Varrebbe la pena intervenire nei due parchi. L’ostacolo maggiore è rappresentato dalle politiche economiche, per cui si preferisce investire in altri settori piuttosto che nel miglioramento della qualità urbana delle nostre città».

Il consumo del suolo è un tema aperto da decenni, ma le superfici permeabili continuano a diminuire. Come invertire questo processo? Il settore edilizio può sopportare questa transizione secondo lei? 
«La Regione è già intervenuta in questo senso in maniera decisa con la legge del 2017. Occorre focalizzare le attività sul recupero del patrimonio esistente e smettere di consumare suolo vergine. Intervenire sull’esistente comporta maggiori costi, ma questo non può costituire un limite in eterno. Le possibilità sono varie, dagli sgravi fiscali agli incentivi volumetrici, passando per premi legati al risultato prestazionale, ma quanto fatto ad oggi non è sufficiente per fare questo epocale salto». 

A proposito di consumo del suolo: che cosa pensa dell’ipotesi di nuovo stadio in zona fiera, nell’enclave green fra tangenziale e ferrovia? 
«Un nuovo stadio è un tipo di infrastruttura per cui vale la pena concedere delle eccezioni: è vero che si collocherebbe in un’area verde al di fuori del cosiddetto perimetro del territorio urbanizzato, cosa che secondo i nuovi strumenti non permetterebbe nuove edificazioni, ma è anche vero che l’area è classificata come suscettibile di trasformazioni. Mi auguro che verrà posta estrema attenzione al tema della sostenibilità. Il polo fieristico mi sembra idoneo come collocazione. Non è solo una questione di impermeabilizzazione tout court, ma saranno importanti i livelli prestazionali di un oggetto complesso come uno stadio di questo tipo».


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10 agosto 2026