di
Renato Franco
Il cantautore festeggia l’anniversario dei 20 anni di «Ovunque proteggi» e dei 30 del «Ballo di San Vito». «Guccini per me è stato un Polifemo benigno. Devo molto ad Aldo, Giovanni e Giacomo. Che orrore i social»
Le sue canzoni — abitate da marinai e ubriaconi, da santi e antieroi — raccontano un’umanità fragile e irregolare. Il suo sguardo oscilla tra malinconia e ironia, tra festa e solitudine, dando vita a un universo visionario dove il reale si mescola al fantastico. Vinicio Capossela in un panorama musicale fatto di omologazione è l’eccezione. «Il grande Carlo Ginzburg diceva che le statistiche sono utili, però i grandi numeri che governano le statistiche non tengono conto delle eccezioni, che sono invece la cosa fondamentale da studiare: l’eccezione, l’imperfezione, tutto quello che in questo senso è in opposizione all’omologazione, al grande numero che racchiude un’indeterminata massa».
Quest’anno festeggia gli anniversari di due dei suoi dischi più importanti, i 20 anni di Ovunque proteggi e i 30 anni del Ballo di San Vito. La sua canzone più streammata — parola che a lui probabilmente fa orrore — è Che coss’è l’amor.
L’ha capito, alla fine, 32 anni dopo, «Che coss’è l’amor»?
«In realtà è una canzone molto triste, c’è poco da fare festa. È ambientata in un locale — il Florida di Modena —, un circolo culturale latinoamericano fondato da esuli cileni. E io ho vissuto una grande storia d’amore con la ragazza che stava al bar, perché quando uno va al bar, quella che sta al bar acquista una sacralità, un’irraggiungibilità, una specie di deità, a cui non puoi resistere».
Per la ragazza del bar ha scritto anche «La regina del Florida».
«Il Florida sembrava un film di Humphrey Bogart. Io stavo in disparte e prendevo appunti, mentre lei andava a ballare con quelli che sapevano ballare. In questa storia di inclusione/esclusione, nel ritornello scorre questa domanda: che coss’è l’amor? Le strofe danno delle risposte, ma sono tutte risposte che non hanno niente a che vedere con l’amore».
Quindi?
«Il Simposio di Platone è una truffa. Cercando l’altra metà del proprio doppio si prendono grandi abbagli. Bukowski diceva: “Il mio amore esiste, ma come può arrivare a me se intanto continuano a trovarmi le puttane?”. La domanda sull’amore viene dal fatto che l’ambizione a volte è chiara, ma i modi per raggiungerla si devono confrontare con la vita ed è questo che rende la domanda particolarmente nebulosa».
Non pensava che potesse essere la sua canzone di maggior successo.
Ride: «Abbiamo sempre puntato sugli ultimi… Non era stato fatto né il video, né il singolo. Ma è stata una fortuna perché il vero video di quella canzone l’hanno fatto Aldo, Giovanni e Giacomo nella scena della partita sulla spiaggia in Tre uomini e una gamba».
Ci sono due spiegazioni del nome Vinicio: la prima che a suo padre piacesse un fisarmonicista con quel nome; l’altra invece per il tribuno protagonista di «Quo vadis».
«Sono buone entrambe. Ha fatto tutto Vito (suo padre, ndr): con un grande atto di insubordinazione ha messo insieme le sue grandi passioni e ha contraddetto il costume irrinunciabile della sua famiglia, ovvero chiamare il figlio con il nome del nonno».
Nome azzeccato?
«La parola Vinicio ha molta connessione con il vino. Mi ci sono sempre ritrovato».
Perché il vino è il suo vizio?
«No, fa parte della mia natura, ma non come vizio. È costitutivo. Mio nonno faceva il vino. Lo Sponz Fest stesso cos’è? Un raduno di vecchie spugne».
Lo Sponz è il Fest da lei ideato e diretto, in programma dal 26 al 30 agosto a Calitri, in Alta Irpinia. Perché questa 14ª edizione è intitolata «Im-Bosck»?
«Ha a che fare con l’imboscarsi, con il darsi alla macchia. Quello a cui faccio riferimento è quello di Dylan Thomas, Sotto il bosco di latte, cioè un luogo dove si è al riparo dalla convenzione sociale, dal giudizio, dove non c’è lo scudo penale. Il bosco è luogo di resistenze, di clandestinità, di sottrazioni. Forse imboscarsi è questo: fare emergere la nostra specificità, la nostra individualità».
Qual è stata la scintilla che le ha acceso la passione per la musica?
«Da ragazzino desideravo fisicamente possedere uno strumento a tasti. E non avendone nemmeno uno, i tasti me li ero disegnati su una tavola. Gli altri bambini erano attratti dal pallone o dalla bicicletta, a me invece piacevano gli strumenti, non il pianoforte che mi sembrava un po’ triste, ma piuttosto l’organo elettronico, il Farfisa, la fisarmonica».
Che adolescenza ha avuto?
«Liminare, inconsapevole, sempre al bordo di qualcosa senza arrivare a nulla. Praticamente mi sono passati quasi sotto il naso i grandi eventi della mia epoca senza accorgermene. Per esempio, c’erano i leggendari CCCP lì vicino a dove io sono cresciuto e non ne sapevo nulla».
Perché ha studiato da perito chimico?
«Perché mi piacevano i film dove c’era lo scienziato matto».
Che studente è stato?
«Molto distratto».
La chimica le è servita nella vita?
«Questa cosa che nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma ha qualcosa di esistenziale. Però in generale no, non mi è servita a nulla».
Lei fu lanciato da Guccini.
«Ora che è tornata di moda l’Odissea, mi piace ricordarlo come un Polifemo benigno, che invece di mangiarti, ti prende il palmo di una mano, ti fa uscire dalla caverna e dice: “Guarda, ti consegno a una divinità”. E la divinità era Renzo Fantini, grandissimo e meraviglioso uomo, produttore, un padre, quasi. Sono le due persone a cui sostanzialmente devo tutto».
Con Paolo Rossi avete ormai da 30 anni un percorso artistico che si è incrociato spesso.
«Lì è stato l’opposto. Paolo Rossi scherza sulla sua altezza e mi vengono in mente I viaggi di Gulliver e i lillipuziani: è successo come con Guccini, però da una prospettiva inversa. Ci eravamo incontrati solo due volte, eppure mi volle per Pop e rebelot».
Cosa la colpisce di lui?
«Paolo Rossi ha occhi bellissimi, sono veramente gli occhi dell’infanzia del mondo: c’è dentro l’incanto e non c’è mai stato il disincanto».
Qual è il mito che preferisce?
«Provo molta solidarietà e simpatia per Medusa. La seduzione passa per lo sguardo, dagli occhi, se no uno non impiegherebbe tanto tempo a fare tutta questa post-produzione sulle foto che pubblica. Ma lei ha un aspide per capello e ogni possibilità di erotismo viene pietrificata. Poveretta».
Perché ci ha messo 17 anni per scrivere «Il paese dei coppoloni», che racconta il pellegrinaggio dentro una cultura contadina in via d’estinzione: doveva limarlo per bene?
«In realtà è il contrario, sarebbe stato molto meglio chiuderlo dopo i primi sette mesi, ma se uno inizia a prestare voce al racconto di una comunità, poi viene tentato di aggiungere, perché ognuno ha diritto a quella voce. Quindi mi sono fatto prendere la mano».
Sanremo le piace?
«No, non lo seguo. A dir la verità guardo molto raramente anche la televisione».
Opposti che si attraggono: come mai ha collaborato con Young Signorino?
«Mi piaceva parlare della rete, con un artista che nella rete vive. Young Signorino ha un modo quasi dadaista di usare la lingua, è un ragazzo veramente straordinario che ha avuto anche l’incoscienza di provare a fare una cosa con me».
I social?
«Sono il modo di sopravvivere alla morte, ma è terrificante che quando muori il tuo Facebook rimanga attivo. Paradossalmente i social sono la nostra sola possibilità di eternità, un’eternità completamente virtuale affidata ai server».
I suoi profili sono gestiti da un social media manager.
«Io sono come le mie vecchie zie che quando ero bambino coprivano la televisione con un telo perché si sentivano osservate. Io sono ancora un po’ preistorico, ho un aspetto animista, ho paura che mi possano rubare l’anima».
Non ha mai la tentazione di dare un’occhiata?
«No. È un’abitudine che mi fa orrore. A me sembra incredibile che tu incontri una persona e subito dopo vai a googlarla. Mi pare osceno, però vedo che rientra nello standard dei comportamenti comuni».
Il prossimo 3 ottobre a Roma debutta «E Morte non avrà dominio», che girerà nei teatri di tutta Italia e in cui divide la scena con Pierpaolo Capovilla.
«Fin dal titolo si chiarisce che è una ribellione, una insubordinazione alla morte, alla cultura della morte, anche a mezzo dei cattivi maestri. Lo spettacolo è ispirato alla vita di Renato Striglia, che è stato un vero e proprio rock’n’roll loser, e all’opera di Dylan Thomas, che si può ben annoverare nel gruppo dei cattivi maestri che in qualche modo ti guidano e ti assolvono. Più che la cultura del fallimento e del successo, io credo che bisognerebbe iniziare a praticare la cultura dell’autosolidarietà».
L’incontro da ricordare?
«Una volta mi sono infilato nell’ascensore dell’hotel dove la divinità della mia vita, Tom Waits, doveva scendere per quattro piani. Avevo quattro piani per dirgli tutto quello che pensavo, ma mi sono venuto così a noia che non gli ho detto niente».
10 agosto 2026
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