di
Laura Cuppini

Il fattore di protezione viene definito in base a misurazioni di laboratorio dove è utilizzata una dose standard di prodotto: 2 mg per centimetro quadrato di pelle. In ogni applicazione dovremmo utilizzare 40 grammi di crema solare

Creme solari che non proteggono dai tumori o addirittura tossiche. Negli ultimi tempi sui social sono circolate dichiarazioni che rischiano di essere fuorvianti, come quelle della dottoressa Debora Rasio e del rapper Salmo. La prima, in un video, ha citato uno studio che dimostra, a suo dire, come «le creme solari aumentino il rischio di tutti i tumori della pelle». In un altro filmato postato in Rete, il cantante ha affermato: «Purtroppo io, come tanti, ho messo le creme solari e il risultato è il cancro della pelle: carcinoma basocellulare».

Lo studio di cui parla la dottoressa Rasio, in realtà, dimostra esattamente il contrario di quanto da lei sostenuto, attraverso il cosiddetto «paradosso della crema solare»: chi la usa si sente autorizzato a stare tanto tempo al sole, generalmente senza riapplicarla nemmeno dopo un bagno o una sudata. Inoltre molti pazienti iniziano a proteggersi solo dopo aver ricevuto una diagnosi di tumore della pelle. Quindi, creme promosse o bocciate? Lo abbiamo chiesto a Piergiacomo Calzavara Pinton, professore ordinario di Dermatologia, presidente della Società europea di fotodermatologia e della task force dell’Eadv (European academy of dermatology and venereology) sulla fotodermatologia.



















































Professore, diverse ricerche affermano che le diagnosi di tumore della pelle sono in aumento: come si spiega?
«Se parliamo di melanoma, il tumore della pelle più aggressivo, le diagnosi aumentano perché intercettiamo sempre più lesioni iniziali o che probabilmente sarebbero destinate a rimanere in situ senza dare problemi. I casi di melanoma avanzato sono rimasti più o meno uguali a quelli dei decenni scorsi e la mortalità tende a diminuire nei Paesi dove la popolazione si protegge adeguatamente con i prodotti solari. Per quanto riguarda il carcinoma squamocellulare, che è legato all’esposizione solare cronica (mentre il melanoma può avere anche altre cause), non sappiamo se i casi siano cresciuti perché non esiste un registro affidabile di tutti i casi, compresi quelli iniziali. Al contrario, le diagnosi di melanoma devono essere sempre comunicate al Registro clinico nazionale».

Le creme solari funzionano?
«Sì, il problema dell’inefficacia è legata all’uso scorretto che ne facciamo. C’è l’idea che basti avere nella borsa una 50+ o metterla solo una volta al giorno per essere protetti, ma non è così».

Cosa si dovrebbe fare?
«Prima di tutto è utile spiegare come va interpretato lo Spf (sun protection factor, fattore di protezione solare): il 50 lascia passare un cinquantesimo delle radiazioni ultraviolette, il 30 un trentesimo e così via. Ma fra 50 e 30 non c’è una grande differenza: il primo filtra il 98%, il secondo filtra il 96,7% dei raggi ultravioletti. La crema con Spf 100, l’unica riconosciuta come presidio medico, blocca il 99% delle radiazioni. Questo sulla carta, perché il fattore di protezione viene definito in base a misurazioni di laboratorio dove è utilizzata una dose standard di prodotto: 2 mg per centimetro quadrato di pelle. Se pensiamo che la cute di un adulto misura 20.000 cm quadrati, il calcolo è presto fatto: in ogni applicazione dovremmo utilizzare 40 grammi di crema solare. Per arrotondare, diciamo che servirebbe circa una confezione al giorno a testa, con tre applicazioni, sicuramente dopo ogni bagno. Se una persona impiega 4 giorni per finire un flacone (anche di 50+), la difesa cala in senso esponenziale: il fattore di protezione si attesta fra 3 e 8. Altroché 50».

Per una famiglia che sta una settimana al mare rischia di diventare un costo parecchio alto…
«Il punto è che non si può essere protetti e abbronzarsi, sono due cose incompatibili. Soprattutto per i fototipi chiari (1 e 2), che hanno un rischio alto di scottature. La popolazione italiana ha generalmente un fototipo 3, che è intermedio e può avere un comportamento variabile. I fototipi scuri (da 4 a 6) sono i più protetti dalle scottature e anche dai tumori della pelle e questi, ma solo questi, sviluppano un’abbronzatura intensa che fornisce una ulteriore protezione. Comunque ci sono tanti modi per limitare l’esposizione alle radiazioni ultraviolette: per esempio, si può stare all’ombra o indossare una maglietta. Non necessariamente fatta con tessuto anti-Uv: anche il normale cotone offre una buona protezione (Upf, ultraviolet protection factor, indica il fattore di protezione dei tessuti dai raggi ultravioletti), tra 20 e 40. Poi è molto importante il cappello: soprattutto per i calvi e i semi-calvi deve essere assolutamente anti-Uv».

Come si fa a sapere se una crema solare «economica» (o «costosa») è efficace?
«Purtroppo è impossibile, perché le etichette sono incomprensibili, anche per gli addetti ai lavori. Questo è un grande problema, che andrebbe risolto. Ad oggi, possiamo solo fidarci dei marchi».

Come nasce il timore che le creme solari possano essere tossiche per l’organismo?
«Il sospetto deriva da studi condotti su vecchi prodotti e principalmente negli Stati Uniti. Le creme utilizzate oggi in Europa sono composte da molecole grosse, che non attraversano lo strato corneo (il più esterno della pelle) e che si sono dimostrate sicure anche in gravidanza. Possono essere messe tutti i giorni e generalmente proteggono sia dagli Uvb sia dagli Uva. Questi ultimi, responsabili dell’invecchiamento cutaneo, sono presenti in tutte le stagioni con la stessa intensità, mentre gli Uvb, più intensi in estate, provocano le scottature (ma sono anche utili per la produzione di vitamina D). Entrambi, sia A che B, possono essere correlati allo sviluppo di tumori cutanei».

C’è poi il tema dell’inquinamento: le creme solari hanno un impatto sull’ambiente?
«Partiamo da un dato: il mercato dei solari si avvicina al Pil di un Paese africano, parliamo di migliaia di tonnellate all’anno di prodotto. Certamente si tratta di sostanze chimiche, ma ad oggi non sappiamo esattamente quanto inquinino, perché gli studi in laboratorio vengono spesso fatti con concentrazioni più alte di quelle presenti in natura o nell’acqua del mare. Alcuni Paesi sono arrivati a vietare le creme solari in determinate spiagge per tutelare l’ambiente marino, ma non ci sono prove certe che i solari danneggino la barriera corallina. Esistono due composti minerali con proprietà protettive dai raggi Uv, l’ossido di zinco e il biossido di titanio. Si tratta di sostanze che non inquinano l’ambiente ma è molto difficile utilizzarli a concentrazioni adeguate perché danno una colorazione bianca alla pelle: il problema potrebbe essere superato micronizzando le particelle, ma in questo modo si perde la capacità di filtro. Si sta studiando la possibilità di produrre solari biodegradabili, di origine microbica o micotica, ma siamo ancora in fase di ricerca. Se una persona non vuole utilizzare creme solari per paura di inquinare, dovrebbe valutare altre opzioni di protezione: come detto, vale stare all’ombra e/o coprirsi con indumenti. Oggi poi esiste la fotoprotezione digitale: alcune app, misurando la radiazione al suolo e in base al tipo di pelle dell’utente, forniscono un’informazione esatta sulla durata di esposizione al sole senza correre rischi. Nulla di strano, perché la scottatura è un dato calcolabile. Altre app sono in grado di calcolare il tempo di esposizione al sole necessario per fare il pieno di vitamina D».

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10 agosto 2026