Dopo il leasing lanciato da Apple su iPhone e Mac, circola l’ipotesi di un canone mensile anche per le schede madri Asus. Un segnale, tra i tanti, di come il settore dell’elettronica stia cercando nuove strade per convivere con l’aumento dei costi di produzione
Nei giorni scorsi ha iniziato a circolare online un’immagine pubblicitaria che promette qualcosa di inedito per il mondo dei computer: la «Asus Motherboard Subscription», un abbonamento mensile che darebbe accesso a schede madri di fascia alta, con assistenza continua, protezione e possibilità di aggiornamento incluse nel canone. Non è possibile, al momento, stabilire con certezza se quell’immagine descriva un progetto reale, un test locale o un’iniziativa mai arrivata sul mercato. Ma proprio l’incertezza sulla sua autenticità è la parte meno interessante della storia. La parte interessante è che, vera o no, l’idea non sorprende quasi nessuno tra chi segue il settore dei componenti da vicino. E questo, di per sé, racconta molto del momento che l’informatica sta vivendo. Perché la scheda madre a noleggio, se dovesse davvero arrivare, nascerebbe alla fine di un percorso che parte da lontano, passa per lo smartphone e arriva dritto ai listini di RAM, GPU e storage, tutti sotto pressione da mesi.
Il modello Apple: comprare senza comprare
Il primo, e più concreto, passo in questa direzione è arrivato il 28 luglio scorso, quando Apple ha lanciato negli Stati Uniti «Apple Upgrade», un programma sviluppato insieme a Klarna (qui il nostro approfondimento sul tema) che permette di sottoscrivere iPhone, Apple Watch, Mac e iPad con un canone mensile invece che con un acquisto unico. Le cifre di partenza sono contenute: si va dai 17,99 dollari al mese per l’iPhone 17e ai 22,99 per l’iPhone 17, fino a superare i 31 dollari per un iPhone 17 Pro. I contratti durano 12 o 24 mesi per smartphone e orologi, 24 o 36 mesi per Mac e iPad. Alla scadenza, l’utente può scegliere tra tre strade: restituire il dispositivo, riscattarlo scalando dal prezzo di listino quanto già versato senza interessi aggiuntivi, oppure passare direttamente al modello successivo. Il tempismo dell’operazione non è casuale. Il programma debutta proprio mentre Apple si prepara ad alzare i prezzi degli iPhone a partire da settembre, e permette all’azienda di mantenere alto il flusso di vendite senza dover congelare i listini. C’è poi un vantaggio meno visibile ma altrettanto concreto: i dispositivi restituiti a fine contratto tornano ad Apple, che può ricondizionarli e rivenderli una seconda volta. E vendendo direttamente, senza passare da un negozio terzo, l’azienda si tiene anche il margine che altrimenti finirebbe al rivenditore.
Dallo smartphone al Pc: un settore in difficoltà
Se il leasing sugli smartphone non è una novità in assoluto (banche e operatori telefonici lo propongono da anni, spesso sotto altro nome) il salto verso i componenti interni di un computer segna un cambio di passo. E per capire perché un’azienda come Asus possa davvero pensarci, bisogna guardare a cosa sta succedendo ai prezzi dell’hardware più in generale. Asus, Gigabyte e MSI, i tre principali produttori di schede madri di fascia alta, starebbero pianificando nuovi aumenti già nel terzo trimestre 2026. Alla base ci sarebbe un incremento del costo dei circuiti stampati (PCB) stimato in almeno il 50% nel corso dell’anno, a cui si aggiungono i rincari su rame, condensatori SMD e chip di controllo. È un problema che si somma a un altro, di segno opposto ma altrettanto pesante: il mercato dei Pc assemblati è già in calo per la scarsa domanda. Il risultato è una situazione scomoda per i produttori, che si trovano a dover reggere costi di produzione in salita mentre le vendite restano ferme.
Anche il fronte delle schede video non è più tranquillo. Nvidia avrebbe già comunicato ai propri partner l’arrivo di ulteriori aumenti entro la fine del 2026, che riguarderebbero l’intero pacchetto GPU più memoria GDDR, non solo i modelli di punta. Una conferma indiretta è arrivata proprio qualche giorno fa, quando AMD, presentando i risultati del trimestre, ha mostrato un calo del 31% su base annua nel segmento gaming: oltre al rallentamento legato alle console, il management ha indicato tra le cause i costi crescenti di memoria e componenti, che stanno pesando sulla domanda dei consumatori. Anche Samsung ha chiuso una trimestrale sofferente per la divisione consumer, segno che la pressione sui prezzi non riguarda un’azienda isolata ma l’intera catena di fornitura, già messa a dura prova dalla domanda di memoria dei data center per l’intelligenza artificiale.
Perché abbassare i prezzi non basta più
Di fronte a questo scenario, la richiesta che verrebbe naturale fare è semplice: abbassare i prezzi. Il problema è che, per molte aziende del settore, questa non è più una strada praticabile. I margini sono già sottili, in alcuni casi i prodotti vengono venduti quasi in perdita, e la pressione degli azionisti per continuare a crescere resta comunque alta. In questo contesto, il canone mensile diventa una via d’uscita alternativa, in quanto rende il costo complessivo più sopportabile per chi acquista. Dal punto di vista dell’azienda, il vantaggio è evidente: il flusso di cassa resta costante e prevedibile, e ogni dispositivo restituito a fine contratto diventa una seconda occasione di vendita, una volta ricondizionato. Per chi acquista, invece, il vantaggio iniziale (poter accedere a un prodotto costoso pagando poco ogni mese) va valutato con attenzione, perché nel tempo il totale versato può superare il prezzo di listino, e alla fine del contratto non sempre resta qualcosa in mano.
La lezione dello streaming
Un parallelo utile per capire dove può portare questo modello è quello dello streaming, che ha attraversato una parabola simile negli ultimi quindici anni. All’inizio bastava un solo abbonamento, a un prezzo contenuto, per accedere a un intero catalogo di film e serie. Con il tempo i servizi si sono moltiplicati, ognuno con contenuti esclusivi che spingevano a sottoscriverne più di uno, e i prezzi hanno iniziato a salire, spesso con la giustificazione di nuovi investimenti in contenuti originali o del contrasto alla condivisione degli account.
C’è però una differenza importante tra un abbonamento streaming e un contratto di leasing su un dispositivo fisico. Disdire Netflix o Disney+ significa semplicemente rinunciare a guardare qualcosa. Interrompere un contratto di leasing su uno smartphone o su una scheda madre, invece, significa restare senza uno strumento che si usa ogni giorno per lavorare o comunicare.
Il paragone con le automobili
Chi ha acquistato un’auto negli ultimi anni conosce bene un altro effetto di questo modello: la scomparsa del prezzo pieno dalle pubblicità. Sui siti dei concessionari, ormai, quasi nessuna offerta mostra più il costo totale del veicolo: viene mostrata la rata mensile del finanziamento, che tende a restare stabile nel tempo anche quando il prezzo di listino del modello aumenta. La rata, in altre parole, diventa il numero che il consumatore guarda e confronta, mentre il prezzo reale del bene passa in secondo piano. È lo stesso meccanismo che si intravede dietro il leasing hardware: spostare l’attenzione dal costo complessivo alla cifra mensile, più facile da digerire e più difficile da confrontare con l’acquisto diretto. Non significa che il leasing sia sempre una scelta sbagliata (per chi cambia dispositivo spesso, o per chi preferisce diluire una spesa importante, può avere senso) ma richiede di fare bene i conti, guardando il costo totale del contratto e non solo la rata mensile.
Resta da capire quanto lontano arriverà questa tendenza. Se il leasing sugli smartphone è ormai una realtà consolidata, quello sui singoli componenti del Pc è ancora un’ipotesi, per quanto plausibile alla luce dei rincari in corso su schede madri, GPU e memorie. Non è difficile immaginare che, se il modello dovesse dimostrarsi conveniente per i produttori, possa estendersi ad altri pezzi dell’hardware, dagli alimentatori ai sistemi di dissipazione. Per chi acquista tecnologia, la cosa più utile da fare resta quella di sempre: prima di firmare un contratto di leasing, calcolare quanto si finirebbe per pagare in totale al termine del periodo previsto, e confrontarlo con il prezzo di un acquisto diretto, magari approfittando di uno sconto o di un momento favorevole del mercato.
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9 agosto 2026
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