di
Lorenzo Nicolao
Aveva 85 anni. Fu il direttore sportivo di campioni come Gimondi, Argentin, Petacchi, Basso
Il sergente di ferro si è congedato. È morto, dopo una lunga malattia, Giancarlo Ferretti, una delle figure più note del ciclismo italiano del Novecento, nome a cui si è legato il destino di tanti campioni, azzurri e non solo. Se n’è andato proprio nel giorno del suo compleanno, a 85 anni, dopo averne trascorsi oltre sessanta nel mondo delle due ruote. Come corridore aveva debuttato nel Baracca Lugo, squadra della città romagnola in provincia di Ravenna, prima di approdare alla Rinascita di Ravenna e alla Vital di Fusignano.
Tra il 1963 e il 1970, durante la sua carriera da professionista, non vinse mai una gara, ma costruì un rapporto sportivo e umano fondamentale e indimenticato con Felice Gimondi, del quale fu gregario e amico. È dall’ammiraglia che si raccolgono invece i suoi successi sportivi, in particolare come direttore sportivo della Bianchi, tra il 1973 e 1984, dopo aver nel 1971 Ferretti guidato i dilettanti della Rinascita alla Coppa Italia. Un lungo periodo Ariostea (1986-1993), poi MG Boys Maglificio-Technogym e Fassa Bortolo. Sono questi gli anni nei quali diventa riferimento prezioso di grandi campioni, come Tommy Prim, Moreno Argentin, Rolf Sorensen, Michele Bartoli, Paolo Bettini, Alessandro Petacchi, Fabian Cancellara, Juan Antonio Fecha, Filippo Pozzato e Ivan Basso.
Quest’ultimo, vincitore del Giro d’Italia nel 2006 e nel 2010, ha ricordato alcuni tratti del carattere di Ferretti, per il quale aveva corso quattro anni nella Fassa Bortolo, che ben si identificano con il suo soprannome di «sergente di ferro». Carattere duro e schietto, urlava senza dover mai usare metafore per farsi capire. Il campione di Gallarate ha raccontato che non insegnava solamente a diventare un professionista nel mondo del ciclismo, ma a essere uomo, dando consigli in ogni aspetto della vita. «Non solo strategie e prestazioni durante le competizioni e i grandi giri. Ti diceva cosa fare con gli stipendi, come non sprecare i soldi, quale decisione prendere a seconda dei momenti della carriera e della vita. Tirava fuori il meglio da ogni suo allievo, in tutto».
Ferretti scese dall’ammiraglia nel 2005, dopo aver vissuto, in quello stesso anno la sua vicenda professionale più controversa, in un ciclismo nel quale non si riconosceva più. Durante il Tour de France Susanna, la moglie del suo corridore alla Fassa Bortolo, Dario Frigo, viene fermata dalla polizia francese e trovata in possesso di sostanze dopanti, dieci dosi di Epo (eritropoietina), ormone proibito che aumenta la resistenza fisica. In quel caso, a differenza di molti altri nella sua stessa posizione, Ferretti reagì pubblicamente con parole durissime, definendo Frigo «una canaglia» e accusandolo di aver tradito la squadra. Il direttore sportivo prese così le distanze dal suo atleta, e non fu mai coinvolto nei processi giudiziari sul caso, anche se nel 2009 la Corte d’appello di Chambéry diede credito alla ricostruzione di Frigo sull’esistenza, all’interno della Fassa Bortolo, di un sistema di doping organizzato e sulle pressioni esercitate sul corridore perché vi si adeguasse. Controversia al termine di una carriera che per Ferretti si concluse definitivamente, anche con l’introduzione del ProTour nel 2005 (poi WorldTour nel 2011), che tra manager e marketing avrebbe dato sempre meno spazio a figure come quella del «sergente».
10 agosto 2026
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