di
Luigi Benedicto Borges

Il giardiniere, la giocatrice di calcio, il bambino di 9 anni e gli altri: appelli social delle famiglie. Ma molti minori continuano a rimanere nascosti e non si recano nei centri di accoglienza per paura di essere espulsi

«Dove sei andato, Yahya? Oh, figlio di mio fratello e del mio cuore: una presenza fugace che ha sfiorato la mia anima, lasciando tra noi lo sconcerto di chi anela e la nostalgia di chi aspetta. Restiamo qui, sulla soglia dell’attesa, sperando nel tuo ritorno come un fedele attende lo spuntare dell’alba dopo una lunga notte; sappiamo che ogni assenza racchiude in sé una saggezza divina che solo Dio conosce, e che l’anelito è il sacro dono che portano con sé coloro che amano». In questo modo esprime il proprio dolore Younes Al-Omrani, zio del giovane Yahya Al-Omrani, una delle 72.000 persone che la scorsa settimana hanno attraversato a nuoto il confine tra Spagna e Marocco dirette a Ceuta. Da allora, non si hanno più sue notizie. La famiglia ha pubblicato la sua foto su tutti i forum e i social network che ha a disposizione, alla ricerca di qualcuno che lo abbia visto o possa dare qualche informazione su di lui. Pregano che si trovi tra le oltre 50 persone considerate disperse e non tra gli 82 corpi giunti nelle strutture dell’ex Ospedale Militare, dove lavora senza sosta un’équipe di sei medici legali, due dell’Istituto di Medicina Legale di Ceuta e altri quattro giunti come rinforzo dalla penisola iberica.

Una volta effettuate le autopsie, il reparto investigazioni scientifiche della Guardia Civil trasmette i file con le impronte digitali per l’identificazione. Vengono inoltre prelevati campioni biologici che si possono confrontare con quelli dei familiari e costituiscono un ulteriore strumento per identificare le persone decedute. Al momento di chiudere questa edizione del giornale, due persone già note alle autorità spagnole sono state identificate grazie alle impronte digitali. Le analisi biologiche hanno consentito di identificare altri due corpi. Grazie al DNA fornito dai familiari, si spera di riuscire a fare lo stesso con altre 28 persone.



















































«Oh Dio, tu che un giorno ricongiungerai tutta l’umanità, congiungici nel bene a Yahya e riportalo indietro sano e salvo, sotto la tua protezione e cura; perché i nostri cuori non hanno perso la speranza e le nostre anime attendono con anelito e desiderio. Ricongiungi ogni assente ai suoi cari» chiede Younes. Come la sua, ci sono decine di famiglie che non hanno perso la speranza, anche se la sentono affievolirsi ogni giorno di più.

Le ricerche sui social

I social network come Facebook e Instagram traboccano di foto di bambini, donne e uomini arrivati dal Marocco, che le loro famiglie stanno cercando dopo averli chiamati decine di volte su telefoni spenti o fuori copertura, nel mezzo della più grande tragedia umanitaria vissuta a Ceuta in tutta la sua storia, nonché una delle più gravi registrate in Spagna.

Mohamed Afasi è uno dei dispersi. Ad appena nove anni, questo ragazzino di Tetouan sapeva a stento nuotare quando ha cercato di aggirare il frangiflutti insieme a sua madre. La famiglia ritiene che possa essersi aggrappato a un galleggiante andato alla deriva mentre la marea umana si riversava sulla spiaggia di El Tarajal. Di Fatima Zahra, ventenne, si sono perse le tracce all’alba di venerdì 31 luglio. Indossava dei jeans azzurri. Montasser El Hassani e Houssam Ben Brik sono due tunisini che lavorano in Marocco e si sono recati al confine attirati dalle voci che assicuravano che fosse possibile attraversare «facilmente» il frangiflutti. Mohamed Ahram non dà sue notizie dal 30 luglio. A casa lo aspetta la figlia, che ha meno di un anno…

Il governo marocchino mantiene un basso profilo e non si assume alcuna responsabilità per la crisi migratoria. Evita di spiegare come abbiano fatto decine di migliaia di persone a raggiungere il confine nello stesso momento senza che scattassero gli allarmi, e intanto le famiglie delle persone scomparse lanciano l’SOS in diversi modi. Qualcuno con l’aiuto dell’intelligenza artificiale realizza card digitali che sotto la scritta «scomparso» riportano l’età, l’abbigliamento e qualsiasi tratto distintivo che possa aiutare a riconoscere il congiunto. Altri utenti mostrano semplicemente un’immagine della persona scomparsa – spesso uno screenshot o la foto di una foto – con una richiesta di aiuto scritta in arabo e un numero di cellulare a cui rivolgersi.

Centralini al collasso

I centralini dei servizi funebri della città di Ceuta continuano a essere al collasso. Lo stesso vale per i media locali come El Faro de Ceuta, Sada Tetouan, Tetuán Tube o Larache 24, i più seguiti dai residenti sui due lati della frontiera. Sui loro profili social pubblicano i volti delle persone scomparse e, quando dispongono di qualche informazione in più, aggiungono nome e cognome ai protagonisti della tragedia più silenziosa.

Ma giorno dopo giorno, la disperazione aumenta. Mentre il governo spagnolo cerca di dissimulare con rimpatri rapidi e coordinamento tra diplomazie la propria incapacità di prevenire i movimenti di una marea di gente che ha travolto il confine, il numero dei decessi secondo l’ong Caminando Fronteras è arrivato a 145, 63 dei quali recuperati in territorio marocchino. La Lega marocchina per la difesa dei diritti umani segnala che sono state consegnate 32 salme e assistite più di 400 persone. Ma questi sono solo i dati forniti da due ospedali, quello di Castillejos e uno di Tetouan. Il Marocco non ha aggiornato l’elenco dei deceduti, che nei primi giorni ammontava a 11 persone. Non ha neppure fornito una cronologia ufficiale dei fatti.

Paradossalmente la tutela dei minori non accompagnati, che in Spagna è già diventata oggetto di controversia politica, costituisce un barlume di speranza per le famiglie. I governi regionali di Castiglia e León, Estremadura e Aragona, tutti guidati da coalizioni Partido Popular-Vox, hanno già annunciato che si opporranno al trasferimento dei minori migranti non accompagnati giunti a Ceuta. Ma con l’aumentare del numero di bambini e bambine registrati e inseriti nel sistema di accoglienza, crescono le possibilità che tra loro ci sia uno degli scomparsi.

La ministra della Gioventù e dell’Infanzia, Sira Rego, ha dichiarato che a Ceuta ci sono 1.342 minori non accompagnati. Annuncia inoltre che il 16 agosto arriverà in città un’équipe tecnica permanente del suo dipartimento per accelerare l’identificazione, l’accoglienza e il successivo trasferimento dei bambini e degli adolescenti verso altre comunità autonome [l’equivalente delle nostre regioni, ndt]. Diverse associazioni di quartiere, invece, stimano che il numero di minori presenti in città raggiunga i 4.800 solo nel quartiere di El Príncipe.

Più di mille minori

Giovedì, durante l’incontro con il re Felipe VI al palazzo di Marivent – residenza estiva dei reali spagnoli a Palma di Maiorca – il presidente di Ceuta Juan Jesús Vivas ha sottolineato che la città «non è ancora tornata alla normalità». La ministra, dal canto suo, riconosce che la situazione continua a essere «molto complicata» a causa dell’elevato numero di arrivi, pur assicurando che il sistema «sta progressivamente tornando alla normalità».

«Volevo che le assegnazioni avvenissero immediatamente e spero che i trasferimenti possano iniziare entro poche settimane» afferma Rego. Inoltre, molti minori continuano a rimanere nascosti e non si recano nei centri di accoglienza per paura di essere espulsi. A questo proposito, la ministra assicura che il Governo sta lavorando affinché «tutti ricevano assistenza», pur ammettendo che la procedura richiede tempo a causa della quantità di pratiche in attesa di essere gestite.

Viene data priorità ai profili più vulnerabili, in particolare bambine e minori di 13 anni, in quanto si ritiene che il profilo dei migranti sia cambiato rispetto alla crisi del 2021. Questa volta sono arrivate più ragazze non accompagnate e più bambini «molto piccoli».

«Ogni giorno che passa senza che questa situazione venga risolta e senza che si cerchino spazi di accoglienza dignitosi, di fatto stiamo lasciando che questi ragazzi, e soprattutto queste ragazze, possano essere vittime di ogni tipo di abuso. Stiamo parlando di bambini e bambine, ragazzini di 10 anni o anche meno. I minori di 14 anni sono moltissimi» sottolinea José Miguel Morales, direttore della fondazione Sur Acoge.

El Mundo è venuto a conoscenza di numerosi episodi che mostrano che Ceuta è diventata un luogo molto pericoloso per le donne, le adolescenti e le bambine che non hanno un tetto sulla testa. Sabah, proprietaria di un immobile che ha trasformato in alloggio sociale, racconta la storia di una madre e una figlia che, dopo aver attraversato il confine, sono state accolte da un uomo che da buon samaritano si è trasformato in demonio. «Ha cercato di abusare della minorenne. Quando la madre lo ha affrontato, l’uomo l’ha picchiata e ha cacciato via tutte e due» racconta Sabah.

Rajaa, una nonna di El Príncipe, ha ospitato per una notte Yuli, un’adolescente proveniente da Agadir, dopo aver sentito alle tre del mattino delle grida di aiuto davanti a casa. All’inizio aveva pensato che fosse una lite, ma poi sua figlia l’ha avvertita che «diversi uomini stavano abusando di una ragazzina». Erano cinque uomini adulti, tra i 30 e i 35 anni, gente del quartiere.

Si vedono ancora gruppi di giovani migranti, molti dei quali provenienti dall’Africa subsahariana, che stazionano in zone boschive o sulle spiagge. Il loro passatempo principale è improvvisare partite di calcio e pregare. Dormono dove possono, usando gli zaini come cuscini, circondati dai propri effetti personali, in attesa di un posto nei centri di accoglienza ormai sovraffollati.

Alla ricerca di un telefono

Nella zona industriale di El Tarajal e altrove, molti minori vagano in cerca di un cellulare per poter chiamare i genitori o accedere ai social network per rassicurare le famiglie. Si verificano casi come quello di Ayoub, un minore di Tetouan. Sua madre è disperata perché lo crede morto, ma il giovane è riuscito ad attraversare il confine e si trova a Ceuta, in attesa che qualcuno si metta in contatto con lui. L’annuncio con la buona notizia – e un numero di cellulare per chiamarlo – sta già girando in rete.

Un messaggio di questo genere lo stanno attendendo i genitori di Nada Al-Shiba, una ragazza di 14 anni di cui si sono perse le tracce la notte di giovedì 30 luglio, quando per le strade di Castillejos si incoraggiavano migliaia di persone ad attraversare la frontiera, informandole che da parte marocchina non ci sarebbero stati controlli. Anche a casa dei fratelli Ikram e Mohamed Trabak, di 16 e 13 anni, attendono un cenno di vita. I due sono scomparsi dalla loro abitazione in Marocco nei giorni in cui migliaia di persone attraversavano il confine. Secondo quanto raccontato dalla madre, diversi testimoni le hanno assicurato di aver visto i due minorenni che camminavano per le strade di Ceuta, anche se da allora non è riuscita a localizzarli con certezza. Poi c’è il caso di Omar Bourras, un diciassettenne, che si è gettato in acqua insieme ad altri quattro colleghi di lavoro: suo fratello attende notizie.

Anche i familiari di Faten Ben Amar El Azizi speravano in notizie positive. Ma non è stato così. «Non cercava né fama né avventure, soltanto una vita migliore e un futuro che credeva l’attendesse dall’altra parte del confine» ha comunicato la squadra di calcio femminile in cui giocava, il Maghreb Atlético Tétouan, dopo aver appreso della sua morte.

Il club di Faten denuncia l’alto prezzo «pagato da molti giovani» che emigrano e vedono «i sogni trasformarsi in incubi e la gioia in lacrime». Anche l’Unione marocchina calciatori professionisti ha espresso il proprio cordoglio per la morte di Faten sui social e ha fatto le condoglianze alla famiglia.

«Hai visto mio figlio?»

Lei è una delle quattro vittime già identificate. Un’altra è un giardiniere di 50 anni che per anni ha lavorato in una casa a Ceuta. Allo scoppio della pandemia di Covid si trovava in Marocco e non è mai più riuscito ad attraversare il confine. Dopo diversi tentativi di riprendere il suo lavoro a Ceuta, ha cercato di superare il frangiflutti durante il più grande assalto alla frontiera mai avvenuto nella città autonoma.

La maggior parte delle vittime è annegata o è rimasta schiacciata. «Hai visto mio figlio? Lo conosci?», è il grido disperato di decine di madri marocchine che nell’ultima settimana si sono recate al confine per raccogliere notizie sulla sorte dei propri figli, a pochi giorni dallo sconfinamento di massa. Giorno dopo giorno se ne stanno con le mani aggrappate alla rete metallica che separa i due Paesi e scrutano l’orizzonte nella speranza di scorgere la sagoma di un figlio che torna indietro lungo il frangiflutti.

«A mio figlio non mancava nulla; aveva da mangiare, da bere e un posto dove dormire. Eppure si era messo in testa di emigrare, perché sentiva di persone la cui situazione era migliorata poco tempo dopo la partenza» racconta la madre di un ragazzo di 17 anni che è riuscito a contattarla con il telefono di qualcun altro per annunciarle che sarebbe tornato.

Per aiutare le famiglie marocchine a rintracciare i propri cari, le autorità sottolineano l’importanza di seguire i protocolli ufficiali di ricerca e non solo i social network, quindi: sporgere denuncia formale di scomparsa alla Guardia Civil o alle forze dell’ordine per facilitare l’identificazione, cosa che hanno già fatto 32 famiglie. Nel caso specifico dei minorenni, è stato attivato il numero di telefono 690 332 028 destinato a chiarire eventuali dubbi e fornire l’assistenza necessaria.

Anche la Delegazione del Governo a Ceuta e la Guardia Civil hanno aperto un ufficio destinato a «raccogliere tutti i dati e le informazioni possibili» sulla sorte delle persone scomparse. Si trova nella sede di Aduanas [l’equivalente della nostra Guardia di Finanza, ndt] a El Tarajal.

Dati insufficienti

«Molti familiari forniscono informazioni, che però non sono sufficienti, per cui effettuare le ricerche è un compito arduo. E per identificare i corpi è necessario disporre di parenti stretti» spiega Sergio Munguía, comandante del reparto investigazioni scientifiche della Guardia Civil.

Dopo aver identificato quattro salme grazie al confronto delle impronte digitali e ai test del DNA, si spera di riuscire a fare in breve tempo lo stesso con altre 28 persone. È stato inoltre attivato un indirizzo e-mail per agevolare la trasmissione di informazioni in modo riservato [ce-cmd-ceuta-pjlaboratorio-identificacion@guardiacivil.org]. Quando si scrive a questo indirizzo, ogni dettaglio è fondamentale. «Tutte le informazioni sono ben accette, tatuaggi o cicatrici, indumenti indossati, eventuali anelli» sottolinea il comandante della Sezione di Criminalistica.

Sono state inoltre inviate le impronte digitali in Marocco, nell’eventualità che alcune delle persone ricercate possano essere decedute nelle acque territoriali di quel Paese. «Non diamo servizio solo ai familiari delle persone scomparse, ma anche al personale della Croce Rossa, e forniamo anche sostegno psicologico» precisa Munguía.

Tutti i cadaveri localizzati e recuperati nelle acque spagnole vengono portati nell’obitorio allestito in tutta fretta presso l’Ospedale Militare. Al suo interno sono state installate diverse celle frigorifere con pannelli e compressori, in grado di ospitare e conservare i corpi fino a quando potranno essere esaminati dai medici legali e, nel migliore dei casi, identificati e restituiti alle famiglie o, in caso contrario, sepolti nel cimitero musulmano di Ceuta, dove sono già iniziati urgenti lavori di ampliamento.

«I miei quattro amici sono morti»

Nel frattempo diverse spiagge, ad esempio quella del Trampolín, sono diventate il rifugio degli immigrati adulti subsahariani che non hanno un tetto né parenti che cerchino di contattarli. Vengono da Sudan, Yemen, Mali, Palestina o Algeria e dormono intorno ai falò che circondano una moschea fatta di pietre, legna e bottiglie.

Mussa, ventenne, è partito dal Mali con quattro amici con l’intenzione di raggiungere la Spagna. Oggi è rimasto solo lui. «I miei quattro amici sono morti mentre nuotavo cercando di raggiungere Ceuta» racconta senza smettere di sorvegliare i suoi pochi averi. Indossa una maglietta dei Los Angeles Lakers e una giacca a vento logora che gli è stata regalato da qualcuno che l’aveva visto tremare come una foglia. Mussa approfitta della presenza dei giornalisti per informarsi sulle procedure di richiesta di asilo o di protezione.

Nizar Ben Zayed, Fouad, Omar Akdi, Hasna El Hichou, Ayman Al-Raboun, Faodiua Rouidi e tanti altri, in questo momento sono fantasmi erranti: loro non lo sanno, ma le rispettive famiglie sperano che stiano avviando quelle stesse procedure, per poter essere inclusi in un elenco diverso da quello dei «dispersi».

(Questo articolo è stato pubblicato originariamente su «El Mundo». Traduzione di Fabio Cremonesi)

10 agosto 2026 ( modifica il 10 agosto 2026 | 08:06)