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Redazione Esteri
Secondo quanto racconta il Financial Times: il gruppo si occupa – dal primo mandato di Trump – del rispetto delle norme che tengono in equilibrio i poteri dello Stato
Dal 2016 esiste un gruppo che osserva la salute della democrazia americana. Si chiama The Steady State, nasce nel primo mandato di Trump quando alcuni dei suoi futuri membri iniziano a preoccuparsi per la deriva autoritaria del presidente, e oggi conta oltre 400 ex funzionari dell’intelligence e della sicurezza nazionale. Il loro mestiere è la sorveglianza istituzionale, il monitoraggio dei poteri d’emergenza, dell’indipendenza delle agenzie federali, del rispetto delle norme che tengono in equilibrio i tre poteri dello Stato. Per una vita hanno lavorato nell’ombra. Ora scelgono di uscirne per il bene del Paese che amano.
A raccogliere le loro voci è un’inchiesta del Financial Times, e la testimonianza più tagliente arriva da un avvocato. Mark Zaid combatte da mesi in tribunale contro la revoca della propria autorizzazione di sicurezza, decisa da Trump il primo giorno di mandato contro cinquanta ex funzionari colpevoli, ai suoi occhi, di aver firmato nel 2020 una lettera riguardante la vicenda del laptop di Hunter Biden.
Da lì la lista si è allargata fino a colpire l’intera amministrazione precedente, in quella che Zaid definisce al Financial Times la più vasta operazione del genere dai tempi della «paura rossa», quando bastava un sospetto di simpatie comuniste per finire nel mirino. «I guardrail sono stati tutti rimossi», dice Zaid, «e non siamo nemmeno vicini al peggio».
Paul Kolbe, ex capo della Cia, che di autocrati se ne intende avendone studiati da vicino durante gli anni passati in Unione Sovietica e nei Balcani, riconosce a Washington gli stessi schemi che ha visto altrove: «Modi di comportarsi relativamente comuni nel conquistare e mantenere il potere». Eppure, spiega Steven Cash, fondatore del gruppo, metà dei suoi colleghi preferisce ancora restare anonima, nonostante abbiano passato una vita in zone di guerra: hanno paura.
Sul terreno dei fatti, l’inchiesta del quotidiano britannico documenta anche l’uso disinvolto dell’intelligence declassificata da parte della Casa Bianca, culminato in un discorso televisivo in cui Trump ha resuscitato l’accusa di un’interferenza cinese nel voto del 2020, nonostante un rapporto ufficiale del 2021 l’avesse già smentita punto per punto. La Cia, interpellata dal giornale, rivendica di aver collaborato con la task force sulla trasparenza voluta da Trump garantendo comunque la tutela di fonti e metodi, mentre la portavoce Liz Lyons liquida gli accusatori come reduci di dossier già smontati.
Gail Helt, specialista di Cina e Taiwan, racconta sempre al Financial Times di essere colpita non tanto dalle mosse istituzionali di Trump, quanto da un’ambizione più intima, quella di vedere il proprio volto su passaporti e banconote, un’aspirazione da culto della personalità che, nota con amarezza, «nemmeno Mao si era concesso».
David Frum, che scriveva i discorsi di George W. Bush, la mette in termini più asciutti: uno Stato di diritto può reggere una certa dose di corruzione, ma non una cultura dell’impunità. Ed è forse il terreno su cui si gioca la partita.
La Casa Bianca, senza sorpresa, capovolge ogni accusa. Il portavoce Davis Ingle sostiene che Trump stia semplicemente restituendo il potere al popolo americano, sottraendolo a burocrati mai eletti da nessuno. Julia Curlee, ex analista della Cia, sembra rispondergli in anticipo, quando dice che il silenzio protegge chi lo sceglie, ma consegna il campo a chi non ha remore.
10 agosto 2026
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