di
Matteo Sorio

Atletica, la veronese icona del salto in alto: «Perdo un amico e una persona speciale, con cui era bello anche stare a tavola. La sua gentilezza mi mancherà»

La morte di Livio Berruti riporta Sara Simeoni — la Signora del salto in alto, oro olimpico a Mosca 26 anni fa, lei che risponde al telefono dalla sua Rivoli Veronese — a quel 3 settembre 1960, quando l’Italia guardava in tv i Giochi di Roma e Berruti si lanciava verso l’oro dei 200 metri, davanti ai grandi sprinter neri americani, rompendo un dominio che durava dal 1932.

Simeoni, quando Berruti trionfò a Roma lei aveva sette anni, cosa ricorda?
«Furono immagini che accendevano la fantasia. Non si sapeva nemmeno cosa fosse l’atletica, pareva un mondo per pochi intimi. Ho tanti flash: Berruti che vince con quella sua corsa decontratta ed elegantissima, la premiazione, le colombe in cielo. Il tutto trasmesso da quella televisione che era arrivata da poco in Italia. Veniva da dire: vorrei provarci anch’io. O quantomeno la mente correva, il pensiero volava: per anni mi sono fatta fantasie sull’Olimpo, sulla figura degli dei, e fu merito di quell’evento».



















































Lei ha avuto Berruti come dirigente negli anni alla Sisport Torino: com’era?
«Bastava la sua presenza per farti sentire serena. Mi piace ricordare l’aneddoto del giorno in cui feci il record mondiale a Brescia, nel ’78. Prima della gara ero stata male, ero svenuta, avevo la pressione bassa. Arrivò lui e portò una bottiglia di Bonarda: dai che ci beviamo un goccetto, Sara, vedrai che andrà tutto bene…».

Cosa bisogna conservare di Berruti?
«Secondo me il suo grande tratto era proprio la capacità di unire serietà e serenità. Anche da atleta non faceva mai drammi, non si frustava se le cose andavano male. Ogni tanto bisognerebbe prendere spunto da quelli come lui».

Spesso il movimento decontratto è una caratteristica degli atleti che rimangono impressi nell’immaginario. Pensiamo anche a Roger Federer nel tennis. Secondo lei Berruti ce l’aveva nel dna?
«Lui sembrava veramente non facesse fatica. Forse in quegli anni si cercava il movimento più rilassato possibile. Oggi guardando la mia specialità, il salto in alto, noto rincorse a volte assurde, con balzi e controbalzi, quando una corsa sciolta invece ti permetterebbe di concentrare tutto sullo stacco. Non so quanto la corsa di Berruti fosse allenabile o dote di natura, ma di sicuro lui sapeva correre rilassato e al contempo focalizzato sull’azione dei piedi e delle gambe. Penso che quell’eleganza sia una delle sue cose che rimarranno».

Vi sentivate ancora con Berruti?
«Sì. Era molto gentile, mi chiedeva come stavo e quando c’erano eventi che pensava interessanti mi proponeva sempre di aggregarmi. Perdo un amico e una persona speciale, con cui era bello anche stare a tavola, dov’era un buongustaio, interessato a tutto e a volte inarrestabile, specie se trovava qualcosa di buono».

Si può dire che Berruti, a livello sportivo, sia stato per la sua generazione ciò che possono essere i Sinner, gli Antonelli, le Pellacani per i giovani d’oggi?
«È stato sicuramente un campione eccezionale, per quello che ha fatto e ciò che ha significato per l’Italia. Chi l’ha visto a Roma in quel 1960, specie gli atleti giovani dell’epoca, è rimasto sicuramente affascinato da lui e avrà pensato di voler percorrerne le orme. La sua morte è una notizia che mi ha fatto contorcere tutto. Livio ha sempre reagito in modo incredibile agli acciacchi, ai guai. Sapevo che stava male ma pensavo sempre che ne sarebbe uscito per l’ennesima volta. È stata una fortuna poterlo conoscere, averlo come dirigente, passare tanti momenti insieme. Una grande figura, la cui mancanza adesso pesa…».


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10 agosto 2026