di
Anna Paola Merone

«Troisi mi disse: Napoli ti può mangiare. Mamma si commosse per il mio San Gennaro al Cotugno»

Lello Esposito ha sdoganato il folklore, rendendolo arte. Pulcinella, i corni, il Vesuvio, la sirena, l’uovo sono diventati simboli identitari di Napoli, messaggeri di una città alla quale lui ha saputo restituire i suoi luoghi comuni: non più elementi pittoreschi, ma paradigma della storia di un popolo.

Raffaele Esposito, classe 1957: che città era la Napoli in cui è cresciuto?



















































«Sono nato all’Anticaglia a Forcella, a vico Limoncello: era la strada degli artigiani delle sedie. Ricordo una città povera: io stesso ho avuto un’infanzia difficile. Ho iniziato a lavorare da bambino e ho preso la licenza media a 17 anni».

Perché lavorava e non andava a scuola?

«Parliamo di situazioni oggi inimmaginabili. Eravamo quattro figli — due femmine e due maschi — e mia madre era da sola a tirarci su. Mio padre, che lavorava nelle fogne per il Comune, morì a 39 anni: io ne avevo appena 11 e andai a bottega. A 14 anni fui mandato in orfanotrofio: mamma non ce la faceva a provvedere a tutti i figli».

Come erano le giornate in orfanotrofio?

«Tetre. Ricordo che fui messo a lavorare una specie di creta, penso fosse Das, ma non era vita per me e scappai. Fui perciò mandato in Piemonte, da uno zio che faceva tre mestieri: di giorno in fonderia, dove realizzava braccetti per le macchine per scrivere, di notte faceva il calzolaio e la sera lavorava in pizzeria».

Adolescente, in fuga verso il Nord: cosa ha trovato in Piemonte?

«Oltre all’accoglienza di mio zio, alla sua abnegazione, ho trovato un sogno. Ivrea era permeata dallo spirito di Adriano Olivetti, che ho assimilato e respirato… Poi tornai a Napoli. Mamma aveva trovato lavoro all’ospedale Cotugno e c’era finalmente uno stipendio sul quale poter contare per mandare avanti la famiglia. E restare tutti insieme».

E lì incomincia una vita lontano dai vicoli.

«Ero stato fuori quasi quattro anni. Tornai non più nella casa di Forcella, ma in un appartamento pieno di aria in via Pietro Castellino, all’Arenella. Era una dimensione diversa e, avventurosamente, presi la licenza media».

È in questo periodo che incontra Pulcinella?

«Successe ad uno spettacolo di burattini. Vedo il pupo in un teatrino di strada: lo prendo, ci infilo dentro la mano e sento la sua anima. Investo 1.000 lire e realizzo dieci Pulcinella con materiali acquistati in cartoleria: li vendo in strada, in via Scarlatti al Vomero, e così tutto ha inizio. Poi parto per il servizio militare in Marina, dove resto due anni, e dopo il congedo apro un piccolo laboratorio alla Doganella, la zona del cimitero e dell’aeroporto. È il 1978 e qui Pulcinella diventa più strutturato. Ne realizzo tanti in terracotta, ma alcuni in forno si rompono e la cosa straordinaria è che quei pezzi, che venivano rimessi insieme e che all’epoca erano venduti dai rigattieri, oggi li ritrovo nei negozi di antiquariato».

Quand’è che, da artigiano diventa artista?

«L’incontro con l’editore Gaetano Colonnese, che ha avuto un ruolo di rilievo nella vita culturale napoletana, segna un’evoluzione, traccia una rotta. Intanto apro uno spazio a salita Arenella e arriva l’attenzione di accademici e intellettuali. Le mie sculture si fanno grandi, monumentali, sono in bronzo, alluminio, ferro. La materia è scavata e assorbe lo spirito, che poi sarà impresso anche su grandi tele. Entro così nella città e divento quello che viene definito un artista di culto».

Dal 1997 è nelle scuderie di Palazzo San Severo: torna nel centro antico e il suo studio diventa tappa del Grand tour dei cultori dell’arte contemporanea. Li ricorda tutti?

«Impossibile. Da me sono venuti Goffredo Fofi, Jean Noel Schifano, Achille Bonito Oliva, Woody Allen, D’Alema, i Barilla, Claudia Cardinale, Scaparro, Luca De Filippo, Pino Daniele, Re Juan Carlos, Cesare Romiti, Macron… Alcuni nomi, fra tantissimi, che sono il segno di una attenzione trasversale per opere in movimento. Tutti sono arrivati alla ricerca dell’identità di Napoli e hanno incontrato la metamorfosi».

«Non ho mai visto la mia anima, ma entrando nello studio di Lello ne ho almeno sentito l’odore»…

«Questo lo disse Massimo Troisi. C’era un legame speciale fra noi. Per lui ho realizzato un busto di Pulcinella in bronzo e altre opere…».

Lello Esposito: «A 14 anni scappai dall’orfanotrofio, con mille lire feci i primi Pulcinella e ora li ritrovo dagli antiquari. Ho ospitato Macron e Woody Allen»

Nel tempo Pulcinella è stato copiato, è diventato un prodotto di massa. Come si pone di fronte a questi emulatori?

«Sempre Troisi mi disse: ”Sappi che Napoli ti può mangiare”. E io sono diventato nutrimento per la città. Pulcinella ha cominciato a morire e l’ho donato a Napoli che, come New York, è una città-mondo».

Un’opera che la rappresenta più di tutte?

«Ascesa negata. Pulcinella è in fin di vita, legato a una scala da imbianchino, con il capo chino…».

«Il Pulcinella a Purgatorio ad Arco, vicino ai teschi».

Un grande Pulcinella viaggiatore campeggia nella metropolitana di Napoli, c’è Parthenope per i 2.500 anni di Napoli, il corno della Reggia di Caserta...

«Alla Reggia di Caserta fu uno shock. Un corno di 13 metri davanti al Palazzo Reale…».

E gli occhi di San Gennaro al Cotugno nel periodo Covid?

«Un simbolo per l’ospedale dove allora si combatteva il Coronavirus e dove gli ammalati aspettavano un miracolo. Dal mio studio, dalle viscere del centro di Napoli, la statua emerse. Un busto in bronzo — alto oltre quattro metri e del peso di due tonnellate — che compì la sua salita fino all’ospedale, in cammino verso l’alto».

Al Cotugno lavorava sua madre, quando finalmente trovò un lavoro. Ha visto i suoi successi?

«Sì… E le brillavano gli occhi».

Lei viene da una famiglia numerosa, ma ha un unico figlio.

«Edoardo, laureato in Semeiotica, ha 29 anni. Ha imboccato una strada diversa, ma è pienamente consapevole di quello che sono, della mia rivoluzione culturale».

Un’opera alla Biennale di Venezia, due studi a New York, mostre in tutta Europa, negli Emirati Arabi, negli Stati Uniti, in Cina, in Giappone. Come è riuscito a conquistare il mondo?

«Forse parlando una lingua comprensibile a tutti, quella dell’identità. E facendo di tutto quello che ho visto nel mondo patrimonio culturale ed emotivo. Ricordo che nei miei primi viaggi cercavo gli spaghetti, la pizza… ora mangio i cibi del posto. Ci sono collezionisti delle mie opere ovunque e ho davvero girato tanto. Ma ci sono anche altri viaggi, quelli dentro gli uomini. Da 30 anni lavoro con i detenuti, fui inizialmente coinvolto da Bruno Garofalo e da Eduardo De Filippo. Poi ho proseguito su questa strada: a Poggioreale ho un progetto da 5 anni».

Nella sua produzione ci sono richiami alla fine, come l’Uovo teschio. Lei è credente, ha paura della morte?

«Credo. E ho fatto miei i valori della religione: mi comporto bene, almeno credo. Della morte non ho paura, perché è parte della vita. Voglio solo finire il mio lavoro e non andare via, come è successo a mio padre, lasciando cose in sospeso. A dicembre scorso, però, quando ho avuto problemi al cuore e mi hanno impiantato due stent, la paura l’ho sentita».

Fra le sue opere ci sono i corni portafortuna: è scaramantico?

«Non è vero ma ci credo. Lo diceva anche Luca De Filippo che mi disse che il corno deve avere tre R: rosso, regalato e rotto, riferendosi alla punta che è spesso sbeccata».

Raimondo de Sangro, il principe alchimista, faceva i suoi esperimenti nelle scuderie di piazza San Domenico. Si dice che in zona sia rimasto ad aleggiare il suo spirito: ne avverte mai la presenza?

«Sempre, fin da quando sono arrivato. Sento un vento sul viso, sulla pelle, che nessun altro avverte. Un soffio. E so che è lui».


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10 agosto 2026 ( modifica il 10 agosto 2026 | 23:38)