Fino a domenica sera, vigilia del suo arresto, Valter Lavitola, a tavola con lo scrittore Fulvio Abbate nel suo Cefalù Bistrò di Monteverde, parlava ancora con immutato affetto del suo «amico» Ranucci: «Provo amarezza per ciò che sta subendo Sigfrido dalla destra — si è sfogato a cena Lavitola —. E mi dispiace che stia passando l’inferno a causa mia, anche se sono certo che alla fine di questa storia potrà continuare a fare bene il suo lavoro, magari non più alla Rai, da un’altra parte…».
Era «pensoso ma tranquillo», racconta Fulvio Abbate, si sono salutati alle 22 parlando di «patate fritte e del modo in cui Valter se le faceva preparare dallo chef solo per lui, più tonde e carnose rispetto a quelle per i clienti». Il mese scorso all’inviato di Filorosso di Rai2, l’ex faccendiere aveva confidato: «Sono sicuro al cento per cento che andrò in carcere, forse ancora non mi arrestano perché vogliono vedere se fuori faccio errori…». Dicono avesse già pronto il bagaglio, ma domenica sera non sembrava granché allarmato: «Mi dispiace solo per Natalia (la sua compagna, ndr) e i miei due figli che soffrono molto questa situazione di attesa, specie il grande, Giuseppe», ha confessato Lavitola a tavola allo scrittore di Teledurruti, l’inventore della parola «amichettismo» entrata pure nella Treccani.
Dal giorno in cui l’hanno indagato con l’accusa di essere il mandante della bomba a Ranucci, Lavitola ha fatto solo dichiarazioni spontanee ai pm e concesso invece decine di interviste a qualunque cronista si attovagliasse al Cefalù Bistrò nella speranza di una sua rivelazione: «La pista io credo di sapere qual è. Non so chi è il vero mandante ma so le motivazioni…», disse ancora a Filorosso.
Insomma, lui ha sempre negato di essere il mandante della bomba e Fulvio Abbate gli crede davvero, convinto che Lavitola volesse solo «dare una mano in modo affettuoso a Sigfrido». Un’amicizia viscerale, quella tra Lavitola e il conduttore di Report: «Tu andrai a Palazzo Chigi e io sarò il tuo Gianni Letta», così Valterino lo blandiva ai tempi dell’idea del sondaggio da lui organizzato, era Natale scorso, convinto che il suo «migliore amico» Sigfrido dovesse debuttare in politica come leader del Campo largo. A ottobre, appena due mesi prima, c’era stata la bomba. «Ma lui ci credeva, in quel sondaggio politico, sottoposto anche a giornalisti di peso…», conferma Abbate, cliente fisso del locale come lo era Ranucci, prima degli ultimi sviluppi.
Il 4 luglio, però, i carabinieri gli sequestrano a casa tre telefonini. E quando poi se ne vanno, a notte fonda, incredibilmente ecco che su un altro telefono lo chiama l’amico: «Sigfrido mi ha chiamato alle 3 e mezza del mattino, abbiamo parlato due ore. Mi diceva: Valter, è allucinante…», ha raccontato Lavitola in un’altra intervista. E di che parlarono? «Delle varie, possibili e fantasiose ipotesi», fu la sua risposta sibillina. Il conduttore di Report non ha mai voluto credere alle accuse ma quando, inevitabilmente, la sua fiducia un po’ ha barcollato, lui se l’è presa: «Mi offende, se Sigfrido dubitasse davvero di me gli sputerei in faccia».
Uno dei motti preferiti di Lavitola è: «L’uomo con la parola, il bue con le corna». Per dire che si può fare male in vari modi. E in questo mese, prima dell’arresto, ogni sua parola non è sembrata mai casuale. Messaggi in codice, depistaggi, anche per smontare la tesi contro di lui: «Se qualcuno avesse voluto usare la bomba a fini politici avrebbe dovuto imitare Donald Trump, cioè l’attentato te lo fai fare in piena campagna elettorale. E se invece questo ordigno fosse motivato proprio dai sondaggi troppo favorevoli a Ranucci? Perché nessuno l’ha ancora ipotizzato?».
Per ogni intervista ecco una nuova pista: «Ranucci? Io ero una sua fonte. Lui mi ha dato alcune dritte sul carbon credit, su cui volevo investire». E se la Rai lo farà fuori? «Lo spero, così potrebbe fare i soldi veri, vivere ai Parioli altro che Campo Ascolano…».
Fulvio Abbate dice che il Cefalù Bistrò per Lavitola rappresentava dal 2019 un po’ «il lato B» della sua vita dopo i guai giudiziari e 4 anni e mezzo già trascorsi tra Poggioreale e Regina Coeli: «Meglio vendere il pesce che prendere un sacco di botte», gli disse un giorno commosso «Valterino». A Filorosso l’ultima volta ha sospirato: «Spero che questa vicenda non rovini la vita a Ranucci. Una carriera come quella sua, finire come l’amico di un bandito…». Un ex faccendiere all’improvviso colmo di premure. Domenica sera, si preoccupava pure di Gomes Clesio Tavares, l’intermediario secondo i pm tra Lavitola e i 4 «bombaroli» campani già in carcere: «Non riesco a mandargli in Camerun le medicine per il cuore». Da ieri Gomes Clesio Tavares è un latitante.
11 agosto 2026 ( modifica il 11 agosto 2026 | 00:04)
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