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Giulio De Santis e Ilaria Sacchettoni

«Profondo legame tra i due». L’arrestato: finirò dentro, ma non per molto

Con grande ambizione, l’«amico» di Sigfrido Ranucci, quel Valter Lavitola già condannato per estorsione e altro, progettava per sé un futuro da eminenza grigia nelle istituzioni. Confidando — è quanto emerge dalle carte dell’indagine — nel futuro politico dal sicuro successo del conduttore di Report, che «da solo prenderebbe il 30%, senza partito, senza nulla»: «Fratello, sarebbe presidente garantito al centodieci per cento», dice in una conversazione. Ancor di più in caso di allontanamento dalla Rai: sarebbe «bingo», in questo caso. Forse si immagina già spin doctor del giornalista d’inchiesta: «Tra due anni fai il presidente (del Consiglio, ndr)», scrive al conduttore.

Un Ranucci dubitante al principio ma, via via, sempre più incuriosito, quasi affascinato, dallo strampalato piano di una sua candidatura, vissuta più come gesto di adulazione che come concreta possibilità: «Se da un lato — scrive la gip — non pare mai condividere formalmente il progetto dell’indagato, col tempo, si comprende, dal tenore dei messaggi e dal comportamento, assume un atteggiamento di apertura o quantomeno di curiosità rispetto al progetto, che diviene sempre più concreto».



















































Se il conduttore di Report fosse diventato onorevole o addirittura premier, come ipotizzava l’avventuroso Lavitola, certo lo avrebbe ricompensato con qualche prestigiosa, imprescindibile consulenza.

La manipolazione

E allora gli investigatori dei carabinieri (Nucleo investigativo e gruppo di Frascati), coordinati dai magistrati Carlo Villani ed Edoardo De Santis, citano almeno una intercettazione — tra le molte emerse dall’analisi sul telefonino del faccendiere — quale prova del movente dell’attentato dinamitardo del 16 ottobre scorso. Un WhatsApp risalente a due anni fa e inviato proprio al conduttore di Report: «Valter non dice sempre cose sbagliate. Saresti se non l’unico, uno dei pochissimi leader potabili di questo Paese».

Dal 2024, dunque, è un mormorio costante, un sussurrare convinto che finisce, spiega la gip, per «sedurre» Ranucci. «Le risultanze acquisite inducono a ritenere che il giornalista sia stato vittima della manipolazione dell’indagato, in ragione, da un lato, della raffinata astuzia di quest’ultimo, dall’altro in ragione del profondo legame tra i due instauratosi».

Amicizia «interessata»

Lavitola e il conduttore di Report. Ranucci la descrive come un’amicizia «interessata», un rapporto che avrebbe potuto valergli, per fare un esempio, qualche buono scoop (tra i molti inseguiti un’intervista a Marcello Dell’Utri, dice, amicissimo di Lavitola). Ma dalla documentazione notificata al difensore del faccendiere, l’avvocato Sergio Cola, affiora una confidenza che esonda dall’indispensabile cautela. Ranucci invia così il contenuto di un messaggio del direttore degli approfondimenti Rai Paolo Corsini allo stesso Lavitola per condividere preoccupazioni e forse incassare suggerimenti. «In un contesto che offre diverse opportunità al giornalismo d’inchiesta, potrebbe apparire alquanto riduttivo portare all’attenzione del nostro pubblico esiti sempre molto simili di inchieste che interessano grosso modo sempre gli stessi soggetti», scrive il dirigente Rai a Ranucci. Mentre Lavitola, letto il contenuto, lo incoraggia: «Sono proprio curioso di vedere gli ascolti domani».

I sondaggi

Intanto l’ex direttore dell’Avanti continua spedito con il lavoro. Commissiona sondaggi e li sottopone alla supervisione di giornalisti senior con esperienza nel campo, come Stefano Cappellini e Paolo Mieli. «Apprezzerebbe un candidato terzo rispetto a Schlein e Conte? Se sì preferirebbe un candidato politico o uno espressione della società civile?». Così uno dei quesiti introduce (senza suggerire) la candidatura del conduttore di Report.

La trama dell’attentato a Ranucci non sarebbe completa senza il contributo fattivo di Gomes Clesio Tavares. È questi che recluta i quattro «manovali» (Antonio Passariello, Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Marika De Filippis, poi arrestati). E promette loro soldi e aiuto in caso di guai con la giustizia. Fatalità saranno le intercettazioni ambientali predisposte dopo gli arresti del 30 giugno scorso, in carcere, a confermare l’esistenza di un piano in capo a Clesio Tavares e Lavitola. «Saverio mettiamoci in macchina e andiamo a casa di quello che ci deve ritornare i soldi» propone uno dei quattro al socio, riferendosi a Tavares.

I depistaggi

Gli approfondimenti ricostruiscono, infine, i tentativi di depistaggio da parte di Lavitola. All’indomani dell’attentato, mentre segue gli sviluppi della vicenda e delle indagini, il faccendiere amico di Ranucci tenta di indirizzare anche il giornalista di Report, Daniele Autieri, accreditando piste improbabili, quale quella di un piano comune tra Servizi italiani e israeliani per eliminare il conduttore. Sarà lo stesso Autieri a far mettere a verbale di recente: «L’avvicinamento a marzo di Lavitola, lo valuto come un possibile depistaggio».

 Il faccendiere, da perquisito (lo scorso luglio), continuava a protestare la propria lealtà verso Ranucci. Per la gip le cose stanno ben diversamente: «È certo che gli indagati abbiano già cercato reiteratamente di orientare le scelte difensive del gruppo degli esecutori materiali». Il rischio di inquinamento delle prove appare confermato. Così la possibilità di reiterazione del reato.

 In fondo, va detto, Lavitola aveva previsto tutto. Al punto da confidare a una cara amica portoghese l’eventualità di essere arrestato presto. «Possono esserci tutte le opzioni che verrò arrestato. Ma è molto difficile che verrò arrestato per molto tempo». Quasi un piccolo prezzo per un grande traguardo.


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11 agosto 2026 ( modifica il 11 agosto 2026 | 06:58)