Come è nata la sua personale storia d’amore con la recitazione? Qual è il primo ricordo che lega a questo mondo?
«È nata un po’ per caso. Da piccola ero una sportiva. Il primo ricordo legato al mondo della recitazione è quello in cui ho iniziato a sentirmi davvero responsabile di questa scelta, ossia quando sono entrata in Accademia e mi sono trasferita a Roma: un momento che ha segnato anche il passaggio all’età adulta».
Se oggi potesse parlare per cinque minuti con la Ludovica adolescente, quella che si iscriveva a un corso di teatro quasi per vincere la timidezza, che cosa le direbbe?
«Direi alla Ludovica adolescente di non aver paura del cambiamento. Il mio lavoro mi ha richiesto tanti cambiamenti, a volte affrontati con spavento e con il freno a mano tirato. Mi direi quindi di affidarmi, di lasciarmi andare, di farmi attraversare, perché il cambiamento porta sempre a qualcosa di positivo e a nuove consapevolezze su me stessa. Se lei potesse parlare con la me di oggi, invece, credo che sarebbe un po’ attonita vedendo quanto effettivamente mi sono aperta al cambiamento, cosa che qualche anno fa non mi apparteneva per niente. Sarebbe piacevolmente sorpresa e orgogliosa, forse stupita da come mi sono lasciata sorprendere da tutti gli avvenimenti».
Tra i ruoli più intensi che ha interpretato c’è sicuramente quello di Elisa Claps.
«La responsabilità è sempre tanta, a maggior ragione quando ci si confronta con storie vere e tangibili come questa. Senti il peso delle persone che hanno quel vissuto e vuoi restituire dignità a un racconto che forse, in quella forma, non era ancora venuto fuori. Non tutti conoscevano la storia, magari per una questione generazionale. Il senso di responsabilità era enorme. C’è voluto tempo e mi sento di dire che una parte di me è rimasta legata al progetto, senza voler davvero prendere le distanze. Quando racconti una storia come questa e hai l’occasione di conoscere persone meravigliose come quelle della famiglia Claps, umanamente vieni trascinata in un’altra fase della vita, arrivando in profondità nell’animo umano e raggiungendo vette che mai avrei pensato di poter toccare. Ti cambiano i pesi della vita dopo certi incontri».
A proposito di incontri che cambiano, ha interpretato Margherita Asta, sopravvissuta alla strage mafiosa di Pizzolungo. Ci racconta cosa vi siete dette quando vi siete viste e che cosa le ha lasciato quel momento?
«Un altro incontro molto intenso. Mi sento estremamente fortunata, non solo come attrice, ma come persona, di aver avuto questa occasione. È stato un momento molto emozionante, avvenuto a progetto già inoltrato. C’è stato un riconoscersi l’una nell’altra e non abbiamo avuto bisogno di dirci molto. Io conoscevo la sua storia, lei conosceva alcune cose di me: è stato bello poter approfondire la conoscenza. Nutro un’estrema gratitudine per aver potuto vestire i suoi panni e ho percepito la stessa sensazione da parte sua nei miei riguardi. Noi attori ci mettiamo la faccia e ci esponiamo nelle storie che raccontiamo: deve essere emozionante vedere la propria storia assumere un volto e un corpo».