di
Renato Franco

Il grande autore raggiungerà il traguardo il 17 agosto prossimo

Un’avventura intessuta di parole che hanno raccontato le emozioni di tutti. Ha scritto 1776 canzoni. Ha venduto 523 milioni di dischi. Il 17 agosto Mogol compie 90 anni.

Le scoccia?
«L’arrabbiatura diminuisce pian piano, con l’aumentare degli anni. Bisogna imparare ad accettare quello che arriva dalla vita».



















































La sua è stata incredibile. Il momento professionale più bello?
«Ho avuto momenti continuamente belli. Mi sento persino protetto per tutta la fortuna che ho avuto. Non solo come autore di canzoni, ma come uomo: ho vissuto tante avventure, a volte mi sono salvato per un capello».

Come si definirebbe?
«Uno che ha voglia di avventure. Anzi, sono stato una delle persone più avventurose che ho conosciuto nella mia vita. Ho fatto il giro del mondo da solo, ho vissuto tante ore sott’acqua come ricercatore subacqueo, ero uno che si buttava a destra e a sinistra con i cavalli».

Un solo mese per il giro del mondo: se l’è goduto almeno?
«A Tokyo sono rimasto appena quattro ore. Ero in una stazione circondato da 500 persone, mi sono spaventato e sono partito il giorno stesso per la Nuova Zelanda. Ma me lo sono goduto, io ero uno veloce. Ero veloce in tutto, anche a scrivere canzoni, un’ora è stata il mio tempo medio per comporre».

Mogol è diventato il suo cognome, ma non le piaceva.
«Non so da dove viene perché me l’ha scelto la Siae. Mandai 30 pseudonimi e mi dissero che nessuno andava bene. Poi ne mandai altri 100. E scelsero quello, ma non ero contento, mi pareva un nome cinese. Poi mi son detto: “Sta tranquillo, Giulio, non lo saprà nessuno”. Non pensavo proprio di avere successo».

Lei al primo incontro «bocciò» Battisti.
«Mi aveva fatto sentire una canzone e gli dissi francamente: “Non è un granché”. Lui rispose: “Sono d’accordo” e mi fece un grande sorriso».
Nel 1970 con Lucio avete viaggiato da Milano a Roma a cavallo. Perché?
«Lo dicevo prima: perché sono sempre stato avventuroso. Morivo dalla voglia di prendere il cavallo e partire, fare 600 chilometri e andare a Roma. Ho convinto Lucio, è stato molto paziente e gentile, e mi ha seguito. In 23 giorni siamo arrivati a Roma».

Il vostro sodalizio finì nel 1980 perché lei rivendicava un rapporto paritario nella distribuzione dei ricavi dal punto di vista editoriale.
«Mi sembrava giusto. Io avevo chiesto semplicemente che la ripartizione editoriale fosse equa. Ma non è che lui trattasse molto queste cose, forse è stato consigliato».

Dalla moglie?
«Questo non lo so».

Si è pentito di quella rottura?
«Quando Lucio è morto: ho pensato che forse, indipendentemente dall’equità, avrei potuto accettare che le cose rimanessero così».

Qual è la canzone a cui è più legato?
«”Dormi amore!, la canta Celentano, con la musica di Gianni Bella. Sono 33 anni più vecchio di mia moglie e ovviamente morirò molto tempo prima di lei: parlo di questo, di lei sola e io che comunque tornerò a vegliare su di lei».

Le è pesata la differenza d’età?
«No, è un pensiero che scrissi in un momento di riflessione, ma so che è toccante per tante persone».

E qual è invece la canzone con le royalties più alte?
«La cifra non la so, ma L’emozione non ha voce è la più suonata e cantata. Ancora Celentano e Gianni Bella».

La sua filosofia di vita?
«Credo che ognuno di noi debba stimarsi. Bisogna vivere in modo da essere lieti e contenti di come si agisce».

A chi dice grazie?
«Posso solo dire: “Grazie, Signore, di avermi riservato una vita dove sei spesso intervenuto ad aiutarmi”».

È molto cattolico, va anche a messa?
«Tutte le domeniche».

Chi le piace nella musica di oggi?
«Onestamente non ascolto mai musica perché non ho la radio in macchina e nemmeno a casa. Posso solo dire che nel rap la melodia non c’è più: e se viene a mancare la melodia, c’è qualcosa di importante in meno».

Sanremo lo guarda?
«Mi è capitato, qualche volta. Ma penso che per l’importanza che ha il Festival, le canzoni dovrebbero essere scelte da una commissione di grande competenza. Una volta almeno era così».

Adesso no?
«Non lo so. Però una persona sola non può valutare tutte le canzoni per Sanremo».

Cosa lascia Guccini?
«Ha contributo a tenere alta la cultura popolare e popolare non significa inferiore, lo diceva anche Proust. La cultura è tale quando arriva a tutti, e lui arrivava a tutti».

Nelle sue canzoni gli uomini non hanno paura delle emozioni che provano. Da dove le viene questo tratto?
«Io penso che gli uomini siano tutti così».

È ottimista.
«Gli uomini vivono la vita, hanno momenti in cui sono felici e altri in cui sono infelici, provano dispiaceri, come tutti gli esseri umani. Non c’è grande differenza in questo con le donne. Siamo di sessi diversi, ma poi la vita ti dà felicità o dolore a seconda dei frangenti».

Tra altri 90 anni dove sarà?
«Non so darle una risposta giusta, perché credo che prima tutti dovremo parlare con il Padre Eterno, poi le farò sapere».

11 agosto 2026