Un compleanno più carico di luci e ombre non poteva immaginarselo. Beppe Carletti, fondatore e anima dei Nomadi, arriva domani ai suoi 80 anni. Che potevano essere più festosi, allegri e spensierati, se solo il destino, pochi giorni fa, non gli avesse portato via uno degli amici più antichi e più cari, Francesco Guccini. Beppe, da quando l’ha saputo, non si dà pace, non ci crede. Con i Nomadi, come sempre, è in tournée. Un centinaio di date all’anno, con particolare concentrazione nella stagione estiva, su e giù dall’Italia. Stasera saranno in provincia di Latina, ad esempio.
APPROFONDIMENTI
I Nomadi: «Preferimmo Guccini a Mogol/Battisti. E “Dio è morto” ci diede ragione»
«Con Francesco siamo cresciuti insieme. Ci ha insegnato tantissimo. Senza di lui, senza le sue canzoni, io e i Nomadi non saremmo qui. “Dio è morto”, “Auschwitz”, “Canzone per un’amica”, sono ancora nel repertorio delle nostre serate, un punto fermo che il pubblico aspetta per cantare insieme a noi. In quella area del modenese dei primi anni ‘60m quando con Augusto Daolio abbiamo cominciato a muovere i primi passi, Francesco era già uno conosciuto. Lavorava come giornalista, scriveva i suoi primi versi, ispirati al beat e alla letteratura americana. Noi avevamo per lui un enorme rispetto. L’amicizia che ci saldò con lui era tipica del sentimento che si porta per un fratello maggiore. Sapere di avere accanto a noi una persona, un artista, un poeta come lui è stato fondamentale».
Eravate rimasti in contatto in tutti questi anni?
«Certamente. Lui si muoveva di meno, per cui capitava a me di andarlo a trovare a Pavana ogni tanto, ed era più facile sentirsi al telefono. Negli ultimi tempi era più stanco, acciaccato, ma l’affetto, il legame tra noi era quello di sempre».
Con Guccini avete condiviso molti ideali sociali e di vita.
«Io, Augusto e lui abbiamo passato tantissimo tempo insieme, a cantare, discutere, fare musica, mangiare, bere, viaggiare. Siamo stati a contatto nelle cose belle e in quelle brutte. Per noi la gente, il contatto con chi ci ascoltava, il senso di giustizia, di equità, di solidarietà, è stato in cima al modo di pensare e di lavorare. Altrimenti le canzoni di Francesco non sarebbero durate sessant’anni attraverso diverse generazioni».
I Nomadi sono nati nel 1963. Che effetto vi fa esserci ancora?
«Per me andare ogni sera sul palco è una gioia, una conferma di avere fatto bene in tutto questo tempo. Siamo il gruppo più longevo in Italia. Nel mondo siamo dietro solo i Rolling Stones e i Beach Boys. La nostra gente, le nostre serate sono sempre affollate di ragazzi con i loro genitori e magari i loro nonni. E per me il successo è questo. Poi ci sono i dischi venduti, le tante cover band, oltre cento, che portano in giro il nostro repertorio. Ma il segnale principale resta l’affetto che continuano a manifestarci nei teatri delle grandi città, come nei campi sportivi o nelle feste, nelle sagre dei luoghi più sperduti. Per noi l’impegno e la gratificazione sono gli stessi».
L’attività dei Nomadi non si è mai fermata. Quali obiettivi vi siete posti?
«Andare avanti finché il pubblico lo chiede, lo desidera, e fino a quando noi potremo, sapremo, rispettare le attese e mantenere uno standard professionale che ci si aspetta da noi. Siamo Nomadi per storia e per vocazione. Andiamo dove c’è voglia di ascoltarci».
Desideri, progetti, traguardi da inseguire?
«Abbiamo una produzione discografica così fitta e apprezzata che possiamo permetterci di fare cose nuove solo se c’è qualcosa davvero importante da dire. Canzoni nel cassetto ne abbiamo e verrà il momento di portarle alla luce. Da tempo penso che con la nostra storia potremmo anche avere la soddisfazione di essere chiamati a Festival di Sanremo. Magari succederà».
Tutto qui?
«E poi sogno di poter fare un lavoro che ricostruisca i primi anni miei e di Augusto. Un periodo di utopie, tentativi, voglia di fare, con la musica al centro delle nostre vite. Libri che hanno parlato di quella stagione ce ne sono, ma mi piacerebbe raccontare tutto in un film, con gli episodi della nostra gioventù. Mi hanno contattato per avere il mio consenso, che ho dato molto volentieri. Sarebbe bello ripercorrere le tappe di quei due adolescenti di Novellara pronti a inventarsi un mestiere e i Nomadi».
Ha provato a spiegarsi la vostra longevità?
«Siamo sinceri, genuini, abbiamo la faccia e ci vestiamo come la gente normale, senza fingere di essere altro. I nostri concerti costano una miseria rispetto a quelli di ragazzi appena arrivati e già pieni di pretese. La differenza è solo nel fatto che i Nomadi non passano mai in radio o alla televisione, ma le autostrade di tutta Italia le conosciamo benissimo e continuiamo ad avere la passione dei tempi migliori. Abbiamo incontrato due Papi, il Dalai Lama, il presidente Mattarella. E siamo ancora on the road».
Cosa farà domani, allo scoccare del compleanno?
«Saremo in viaggio, poi sul palco in provincia di Vibo Valentia. Per me è il miglior regalo possibile, quello di condividere con i ragazzi del gruppo e con le migliaia di spettatori che verranno a trovarci. In questi giorni ho perso due persone come Francesco e don Mazzi. Sono fatti che mi ricordano di essere anch’io vicino ai tempi supplementari. Però mi sento benone, in forze, e il piacere di brindare una volta di più me lo concederò sicuramente».