di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Secondo il Financial Times, le trattative erano davvero vicine all’accordo. Poi il crollo in Borsa, la rivolta degli azionisti e i timori del governo britannico

Una maxi operazione da quasi 400 miliardi di dollari, preparata per mesi e arrivata al punto che le banche stavano già lavorando al finanziamento e gli advisor ipotizzavano un annuncio per metà agosto. Poi, nel giro di poche ore, tutto è saltato. La notizia delle trattative è diventata pubblica, il mercato ha reagito duramente e il progetto con cui AstraZeneca puntava ad acquisire la statunitense Bristol Myers Squibb è stato abbandonato.

A ricostruire quanto fosse avanzata l’operazione e le ragioni del suo fallimento è il Financial Times, che il 2 agosto scorso aveva rivelato per primo l’esistenza dei colloqui. Le discussioni tra i due colossi farmaceutici erano andate avanti per tutta la primavera e l’estate e all’inizio di agosto avevano raggiunto una fase avanzata. Le parti si stavano avvicinando a un’intesa sul prezzo e alcune grandi banche statunitensi erano già state coinvolte per finanziare la componente in contanti dell’offerta.



















































Il progetto di Soriot

Dietro l’operazione c’era Pascal Soriot, 67 anni, da quasi quindici anni alla guida di AstraZeneca e artefice della trasformazione del gruppo britannico in uno dei maggiori protagonisti mondiali della farmaceutica. In pubblico il manager aveva ripetutamente sostenuto di non aver bisogno di una grande acquisizione per raggiungere l’obiettivo degli 80 miliardi di dollari di ricavi entro il 2030. Dietro le quinte, secondo il Financial Times, negli ultimi anni aveva però sondato i vertici di alcuni grandi gruppi farmaceutici statunitensi, senza trovare interlocutori disponibili. Con Chris Boerner, amministratore delegato di Bristol Myers Squibb, Soriot aveva invece trovato un partner disposto a prendere in considerazione un’operazione di dimensioni eccezionali.

Lo schema discusso prevedeva che fosse AstraZeneca ad acquistare Bristol Myers, riconoscendo un premio agli azionisti della società americana. Il pagamento sarebbe avvenuto prevalentemente in azioni, accompagnato però da una componente multimiliardaria in contanti. Alla fine di luglio AstraZeneca valeva in Borsa 196 miliardi di sterline, circa 264 miliardi di dollari, mentre Bristol Myers aveva una capitalizzazione di 133 miliardi.

Il negoziato era arrivato molto più avanti di quanto fosse apparso nei giorni delle prime indiscrezioni: le due parti si stavano avvicinando a un accordo sul prezzo, i consulenti legali e finanziari lavoravano all’operazione e l’obiettivo era arrivare a un annuncio già a metà agosto.

La fuga di notizie e il crollo in Borsa

A cambiare tutto è stato il 2 agosto, quando il quotidiano finanziario ha rivelato l’esistenza delle trattative. Alla riapertura dei mercati, il giorno successivo, la reazione degli azionisti di AstraZeneca è stata durissima.
Il titolo ha chiuso la seduta del 3 agosto in calo del 9%, la peggiore giornata in Borsa per il gruppo britannico dal marzo 2020, quando i mercati erano stati travolti dalla pandemia. Reuters aveva confermato l’esistenza dei colloqui e raccolto le forti perplessità degli investitori sull’operazione.

Il punto era soprattutto industriale. AstraZeneca è considerata una società in forte crescita e dispone di una delle pipeline di nuovi farmaci più ricche del settore, con una serie di importanti studi oncologici attesi nei prossimi dodici mesi. Bristol Myers deve invece affrontare un pesante patent cliff” cioè la scadenza dei brevetti che proteggono alcuni dei suoi medicinali più redditizi: secondo la stampa finanziaria, quasi metà dei ricavi del gruppo americano è esposta alla perdita dell’esclusiva già a partire dal 2028.

Tra i prodotti più importanti c’è Eliquis, l’anticoagulante che dovrà affrontare la concorrenza dei generici entro quella data. Da qui la domanda di molti investitori: perché AstraZeneca avrebbe dovuto utilizzare una quantità enorme di capitale per acquisire un gigante alle prese con la scadenza dei brevetti, anziché continuare a investire nella propria ricerca o acquistare società biotech più piccole e promettenti?

«Sembra un’idea appartenente a un’altra epoca», ha spiegato al Financial Times Kosta Kleyman, investitore nel settore sanitario di Columbia Threadneedle, azionista di entrambe le società. Il timore era anche che l’interesse per Bristol Myers segnalasse una fiducia inferiore alle attese nella pipeline della stessa AstraZeneca.

L’allarme del governo britannico

Mentre gli investitori vendevano, un secondo allarme scattava a Whitehall. AstraZeneca non è una società britannica qualsiasi: è il secondo gruppo del Ftse 100 per capitalizzazione ed è considerata uno dei gioielli dell’industria del Paese. Dunque, le preoccupazioni erano tali da spingere il governo a creare una squadra trasversale incaricata di seguire l’evoluzione della vicenda, guidata da Varun Chandra, principale consigliere economico del primo ministro, insieme a funzionari di Downing Street e del Cabinet Office.

Il timore era che l’acquisizione potesse diventare l’occasione per spostare ulteriormente verso gli Stati Uniti il baricentro di AstraZeneca. Un’ipotesi particolarmente delicata perché Soriot non ha nascosto negli ultimi anni le proprie critiche nei confronti del Regno Unito, dalla riluttanza del sistema sanitario pubblico a pagare i farmaci più innovativi alle polemiche sulla sua remunerazione.

A febbraio AstraZeneca ha inoltre quotato le proprie azioni alla Borsa di New York, rafforzando il peso della piazza americana pur mantenendo la sede nel Regno Unito. L’acquisizione di Bristol Myers avrebbe accelerato ulteriormente questa trasformazione: il gruppo risultante dall’operazione avrebbe superato i 100 miliardi di dollari di ricavi annui e avrebbe avuto negli Stati Uniti il proprio mercato di gran lunga più importante.

I problemi dell’operazione

Alle preoccupazioni degli investitori e della politica britannica si aggiungeva poi un altro ostacolo: l’Antitrust. Entrambe le società hanno infatti grandi divisioni oncologiche e una fusione di queste dimensioni sarebbe inevitabilmente finita sotto la lente delle autorità di regolamentazione, soprattutto negli Stati Uniti.

Il problema era emerso già quando erano trapelate le prime indiscrezioni. Oltre il 40% delle vendite di Bristol Myers nei primi sei mesi del 2026 proveniva dall’oncologia e alcuni medicinali delle due società sono concorrenti diretti. L’operazione avrebbe quindi potuto richiedere importanti cessioni di attività per ottenere il via libera delle autorità.
Nel frattempo l’acquisizione stava diventando più costosa per AstraZeneca. Bristol Myers aveva appena comunicato risultati del secondo trimestre migliori delle attese, facendo salire le proprie azioni, mentre il gruppo britannico era stato penalizzato dai risultati di uno studio sul farmaco Wainua, che non aveva raggiunto l’obiettivo principale nei pazienti con patologie cardiache.

La sera in cui salta tutto

Il 3 agosto, quando i mercati europei hanno aperto, il consiglio di amministrazione di AstraZeneca stava già valutando di abbandonare il progetto. In serata il board, guidato dal presidente Michel Demaré, ha dato l’ordine di interrompere le trattative. In poche ore è così tramontata un’operazione sulla quale banche, avvocati e consulenti finanziari stavano lavorando in vista di un possibile annuncio appena due settimane più tardi.

Una fusione AstraZeneca-Bristol Myers avrebbe segnato anche il ritorno alla stagione delle grandi aggregazioni farmaceutiche che tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo contribuì alla nascita di molti dei colossi attuali. L’ultimo grande ciclo di consolidamento si era chiuso proprio con Bristol Myers Squibb, che nel 2019 acquistò Celgene per 74 miliardi di dollari: un’operazione che provocò una forte opposizione tra gli investitori e i cui risultati non hanno soddisfatto tutte le aspettative.

AstraZeneca, peraltro, non sembra avere bisogno di una maxi acquisizione per raggiungere i propri obiettivi. Nel 2025 ha realizzato ricavi per 58,7 miliardi di dollari e Soriot punta a portarli a 80 miliardi entro il 2030, un traguardo che molti analisti considerano raggiungibile. Negli ultimi anni il gruppo ha costruito buona parte della propria crescita sull’oncologia, sulla partnership con la giapponese Daiichi Sankyo e sull’acquisizione da 39 miliardi di dollari di Alexion Pharmaceuticals.

Le due versioni sulle trattative

Resta infine un aspetto singolare. Il 2 agosto Reuters aveva confermato attraverso una propria fonte che AstraZeneca e Bristol Myers avevano avuto colloqui. Tre giorni più tardi, però, una fonte senior vicina alla vicenda aveva fornito all’agenzia una versione molto più drastica, sostenendo che non ci fosse alcun accordo da fare e che non vi fossero più discussioni tra le società. Una seconda fonte aveva confermato che in quel momento non erano in corso trattative.

La nuova ricostruzione del Financial Times consente di leggere diversamente quella apparente contraddizione: quando arrivò la smentita del 5 agosto, secondo il quotidiano britannico il consiglio di AstraZeneca aveva già deciso da due giorni di interrompere i negoziati.

Né AstraZeneca né Bristol Myers Squibb hanno mai confermato ufficialmente le trattative e anche di fronte alla nuova ricostruzione entrambe hanno rifiutato di commentare. 

Nuova app L’Economia. News, approfondimenti e l’assistente virtuale al tuo servizio.

SCARICA L’ APP

Iscriviti alle newsletter de L’Economia. Analisi e commenti sui principali avvenimenti economici a cura delle firme del Corriere.

11 agosto 2026 ( modifica il 11 agosto 2026 | 08:25)