di
Marta Serafini
Le licenze restano nelle mani di Washington e l’Europa, pur finanziando e cercando alternative proprie, non può ancora sostituire la filiera americana
DALLA NOSTRA INVIATA
ODESSA – I Patriot sono diventati per l’Ucraina quello che le centrali elettriche sono per l’inverno. Non sono più soltanto un capitolo dell’assistenza militare occidentale, ma il punto in cui si incrociano tre vulnerabilità: l’intensità della campagna missilistica russa, la lentezza della produzione industriale occidentale e la dipendenza politica da Washington.
Il motivo è semplice nella sua brutalità: contro i missili balistici russi, l’Ucraina non ha un’alternativa equivalente ai Patriot. Altri sistemi di difesa aerea possono abbattere droni, missili da crociera o aerei, ma per intercettare in modo affidabile i balistici – le armi più veloci e difficili da fermare tra quelle usate da Mosca contro le città ucraine – Kiev dipende dai Patriot e dai loro intercettori PAC-2 e PAC-3.
I numeri spiegano perché l’urgenza sia diventata politica. Nell’attacco russo del 1 agosto l’Ucraina ha intercettato solo 2 missili su 35, inclusi 27 balistici. A luglio la difesa aerea ucraina ha abbattuto 29 missili balistici russi su 195, mentre altri 40 non hanno raggiunto il bersaglio. È il dato che più di ogni dichiarazione misura il divario tra la pressione russa e la capacità ucraina di assorbirla.
Quando Mykhailo Fedorov era ministro della Difesa spiegava come fosse necessario comprare o ricevere dagli arsenali esistenti intercettori PAC-2 e PAC-3, e allo stesso tempo costruire una capacità produttiva più autonoma. È la stessa logica che Kiev ha già applicato ai droni e ad altri settori della difesa: ridurre la dipendenza dagli alleati non per allontanarsene, ma per rendere l’alleanza meno fragile.
Il problema è che, sui Patriot, la sovranità industriale ucraina passa ancora dagli Stati Uniti. Lockheed Martin produce i PAC-3, gli intercettori più moderni usati dal sistema Patriot contro i missili balistici. RTX, attraverso Raytheon, è l’altro attore industriale chiave: produce i PAC-2 ed è centrale nella filiera del sistema. La tecnologia, le licenze, i trasferimenti e gran parte della produzione restano quindi dentro un perimetro americano.
Secondo The Atlantic i grandi produttori americani non hanno solo cautele politiche o di sicurezza sulle licenze. Temono anche che l’Ucraina, una volta ottenuto l’accesso alla produzione, possa fabbricare intercettori più velocemente e a costi più bassi, come ha già fatto in altri settori della guerra tecnologica. Kiev sostiene di aver visto il problema con largo anticipo.
Secondo il Kyiv Independent, funzionari ucraini proposero già negli ultimi mesi dell’amministrazione Biden di ottenere una licenza per produrre intercettori Patriot. La richiesta sarebbe stata presentata a Lloyd Austin e Jake Sullivan, ma respinta senza spiegazioni. La lettura ucraina è chiara: se l’autorizzazione fosse arrivata allora, oggi il Paese potrebbe già essere più avanti nella costruzione di una linea produttiva autonoma.
Con Donald Trump, il dossier è tornato al centro del rapporto tra Kiev e Washington. Dopo l’incontro del 28 luglio con Zelensky, il presidente americano ha frenato sulle licenze dicendo che gli Stati Uniti devono fare attenzione a chi concedono una tecnologia di questo tipo. L’8 agosto Zelensky ha scritto che un accordo con Trump sulle licenze era stato raggiunto, ma Washington non ha confermato pubblicamente la decisione. Anche questa incertezza è parte del problema: per Kiev, una catena di difesa vitale resta esposta ai tempi e agli umori della politica americana.
Anche nel migliore dei casi, però, la licenza non risolverebbe l’emergenza di oggi. Produrre intercettori su scala richiederebbe anni. Per questo Kiev non può permettersi di scegliere tra rifornimenti e produzione: ha bisogno di entrambi. I missili già costruiti servono per reggere l’inverno e la prossima ondata di attacchi; la licenza serve per evitare che ogni inverno diventi una trattativa d’emergenza.
Da qui deriva anche la strategia più aggressiva contro i lanciatori russi. Se non può intercettare tutti i missili in arrivo, l’Ucraina cerca di ridurre il numero di missili che partono. Gli attacchi contro basi, logistica, infrastrutture militari e filiere energetiche russe non sono quindi separati dal dossier Patriot: sono l’altra metà della stessa vulnerabilità.
L’Europa entra in questo quadro come finanziatore, retrovia industriale e deposito di scorte, ma non come soluzione autonoma. Politico segnala che anche gli arsenali europei sono sotto pressione e che diversi governi temono di scendere sotto le scorte minime necessarie per la difesa nazionale e per gli impegni NATO. La guerra in Ucraina ha reso evidente una dipendenza che non riguarda solo Kiev: anche l’Europa ha bisogno della produzione americana per sostenere nel tempo una difesa anti-balistica credibile.
La Germania è il principale contributore europeo. Berlino ha fornito tre sistemi Patriot dai propri stock e ne ha organizzati altri due con un’intesa di rimpiazzo da parte americana. I Paesi Bassi hanno assemblato un sistema completo con lanciatori, radar e missili. Altri Paesi, come Polonia, Spagna e Grecia, sono sotto pressione per cedere intercettori, ma dispongono di margini politici e militari più stretti. Secondo media greci citati da Politico, Atene ha ricevuto una richiesta ucraina fino a 200 vecchi PAC-2; Varsavia avrebbe trasferito solo una quantità molto ridotta di PAC-3.
Il risultato è una risposta europea diseguale. Alcuni Paesi hanno ceduto sistemi e missili, altri esitano perché i Patriot servono anche a proteggere il proprio territorio e a rispettare gli obblighi Nato. Per Kiev, questo rende l’Europa indispensabile ma insufficiente. Può finanziare acquisti, liberare stock, ospitare produzione congiunta e fare pressione politica su Washington. Non può però sbloccare da sola la tecnologia americana.
Il 13 luglio 2026 a Parigi, a margine di un vertice della Coalizione dei Volenterosi è stato lanciato Freyja, progetto paneuropeo di difesa anti-balistica avviato dall’azienda ucraina Fire Point con partner europei. Come ha spiegato al Corriere l’amministratrice delegata della società ucraina, con l’intercettore FP-7, la società ucraina punta a offrire un’alternativa meno costosa ai Patriot americani e stima un costo di circa 700 mila dollari per lancio. È un segnale della direzione in cui Kiev e una parte dell’Europa vogliono muoversi: costruire una capacità anti-balistica europea-ucraina, meno dipendente dalla filiera statunitense e più adatta a una guerra di consumo.
Ma il collo di bottiglia resta negli Stati Uniti. Senza licenza, senza rifornimenti o senza autorizzazioni di trasferimento, la difesa anti-balistica ucraina rimane vulnerabile alle decisioni della Casa Bianca. Ed è proprio qui che Kiev prova a cambiare il frame politico: non si presenta più solo come un Paese da aiutare, ma come un alleato industriale e militare capace di rafforzare l’intera catena occidentale. Tuttavia, scandali e accuse di corruzione non rendono facile per il governo ucraino accreditarsi sulla scena politica. E il rischio è che la decisione, ancora una volta, arrivi troppo tardi. Gli intercettori servono ora mentre la produzione richiede anni e l’inverno offre a Mosca un incentivo immediato ad aumentare gli attacchi su energia e città.
11 agosto 2026 ( modifica il 11 agosto 2026 | 12:11)
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