di
Virginia Nesi
Fresco e prezzi (ancora) bassi attirano le persone. Dal 2019 al 2023, quasi 100 mila cittadini sono andati a vivere nei comuni montani. Mercalli: «Così si ripopolano zone abbandonate»
Mila Manfredi, 60 anni, rimpiange solo una scelta: non aver messo in casa la predisposizione per l’aria condizionata. «D’estate le condizioni climatiche sono notevolmente peggiorate anche qui, a 900 metri d’altezza, e mi viene quasi da dire che forse io e mio marito avremmo dovuto trasferirci a un’altitudine maggiore». Da otto anni, abitano in mezza montagna, sopra Bolbeno, frazione di Borgo Lares (Trento). Ammette: «Un po’ Milano mi manca però qui è un paradiso, facciamo le passeggiate coi cani, siamo nei boschi e ci procuriamo la legna da soli».
Per lo scrittore Matteo Righetto andare nei boschi è un pretesto per assaporare il silenzio e ritrovare sé stessi, come ha raccontato nel libro Lo zen e l’arte di andare a funghi (Feltrinelli, 2026). Anche lui ha lasciato la città — Padova — per abitare a Colle Santa Lucia, paesino in provincia di Belluno, a 1.453 metri d’altitudine, all’interno dell’area dolomitica. È quello il suo rifugio, il buen retiro. «L’emergenza climatica sta portando tante persone quassù. A me piace tutto: la natura, gli animali selvatici, l’imponenza delle montagne, l’aria sottile. Non mi manca nulla della città».
Neanche il climatologo e divulgatore Luca Mercalli sente quella mancanza. Dal 2019 vive in una vecchia baita che lui stesso ha ristrutturato nel borgo alpino Vazon, comune di Oulx (Torino), in Val di Susa, a 1.650 metri. Descrive bene quella scelta nel volume Salire in montagna. Prendere quota per sfuggire al riscaldamento globale (Einaudi, 2020). Adesso riesce a sostenersi con fonti rinnovabili per il 90 per cento del suo fabbisogno. Sostiene: «Lo rifarei. Il clima continua a peggiorare. Il mondo non ha nessuna intenzione di occuparsene dato che costruiamo armi invece che resilienza climatica, ma questa situazione potrebbe consentire un nuovo popolamento delle aree interne del nostro Paese. Abitare in territori ad alta quota sarebbe una soluzione per gli anziani e per tutti coloro che possono lavorare a distanza».
Dal 2019 al 2023, quasi 100 mila persone sono andate a vivere nei comuni montani, dalle Alpi agli Appennini, secondo il Rapporto Montagne Italia 2025, realizzato dall’Unione nazionale comuni, comunità ed enti montani. Il saldo migratorio nei 3.700 comuni è del 2 per cento. Sempre in mezza montagna, a Saviore dell’Adamello, (Brescia), in Val Camonica, risiedono Tobia Invernizzi Martini e la compagna Veronica Vismara, 31enni. Nel 2025 lasciano Milano per cominciare una nuova fase lavorativa, lontana dalla frenesia della città. Ma il motivo è legato anche al clima. «Volevo abitare in un luogo buio, a basso inquinamento luminoso, un posto dove la dimensione notturna ritrovasse un’identità tipica di noi umani», racconta Invernizzi che è anche il referente regionale Lombardia dell’associazione nazionale italiana CieloBuio OdV — Coordinamento per la protezione del cielo notturno.
Nato in Valtellina, conosce bene l’ambiente montano e ci tiene a precisare che lì l’inquinamento acustico è minore e la qualità dell’aria migliore: «A causa dei cambiamenti climatici, a un certo punto dovremmo tutti trasferirci in posti più freschi e saremmo costretti a trovare più soluzioni abitative alternative». Stessa impressione per Alberto Calaba, 56 anni, titolare dell’Agriturismo Locanda La Gruba, a Gaby, nella valle di Gressoney, in Valle d’Aosta: «Vivo ad alta quota da 35 anni e non ho mai avuto il minimo rimpianto. Ora la gente scappa dal clima feroce giù in città».
11 agosto 2026
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