C’è un limite oltre il quale la “diplomazia culturale“ si trasforma in azzardo conservativo. La notizia delle indagini scientifiche avviate sui capolavori urbinati di Piero della Francesca, in previsione di una grande mostra alla National Gallery di Londra, in programma dal 2 ottobre 2027 al 31 gennaio 2028, accende un campanello d’allarme che la comunità di Urbino non può e non deve ignorare.

Sia chiaro: lo studio delle opere d’arte è sempre benvenuto. Ma se queste analisi diventano il pretesto per rilasciare un passaporto di viaggio a due delle tavole più preziose e fragili del nostro Rinascimento, allora è il momento di dire basta. Parliamo della Madonna di Senigallia e, soprattutto, della Flagellazione. Quest’ultima non è soltanto un simbolo identitario delle Marche e di Urbino; è un pilastro della civiltà occidentale. È talmente perfetta e misteriosa che, in pieno clima di Guerra Fredda, alcuni tra i più grandi storici dell’arte la inclusero idealmente in quella ristrettissima lista di dieci opere supreme da salvare a ogni costo in un bunker sotterraneo in caso di olocausto nucleare. Un patrimonio dell’umanità intera, che però appartiene fisicamente a Urbino.

Proprio la Flagellazione versa in condizioni di precarietà estrema. I traumi mai del tutto superati del furto del 1974, la delicatezza congenita del supporto in legno di pioppo, gravemente incurvato dopo quei fatti e la fragilità dello strato pittorico l’hanno resa nel tempo un “malato cronico“, già oggetto in passato di espliciti divieti di movimentazione. Le casse climatiche più sofisticate non possono annullare i micro-stress vibrazionali e i cambi di pressione atmosferica. Spostarla è un rischio irresponsabile. Non va meglio alla Madonna di Senigallia, ribattezzata ironicamente dal sentimento popolare come la Madonna con le valigie: negli ultimi vent’anni è stata prestata per ben 14 volte, viaggiando in ogni angolo del globo. Un moto perpetuo vergognoso e intollerabile per una tavola del Quattrocento, usata come moneta di scambio per accaparrarsi il favore dei grandi musei stranieri.

Infatti, viene da chiedersi se queste trasferte rispondano a reali esigenze scientifiche o non servano piuttosto a soddisfare logiche di promozione personale e geopolitica museale, che esulano dai compiti di pura tutela propri dei funzionari ministeriali. Questa sottomissione culturale deve finire. Se Londra vuole Piero della Francesca, sfrutti le riproduzioni in 3D, e se i visitatori britannici vogliono emozionarsi davanti alla luce immortale degli originali, vengano a Urbino.

Il valore di un’opera risiede anche nel contesto per cui è stata concepita. È necessario che le istituzioni locali facciano sentire la propria voce: il sindaco e la giunta prendano una posizione netta e ufficiale in difesa dei nostri capolavori, chiedendo al Ministero il blocco immediato della trasferta. Chi tace oggi, si assumerà la responsabilità dei danni di domani. Fermiamo i prestiti facili prima che sia troppo tardi.

storico dell’arte